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mercoledì 8 ottobre 2014

Io c’ero #8: infiltrata speciale alla Missione Vocazionale (di nuovo)



Il volantino realizzato
per invitare gli universitari
Contrariamente ai miei buoni propositi, ho partecipato anche all’ultima giornata della Missione Vocazionale organizzata dal Seminario nel Decanato Città Studi di Milano. È stata per me l’occasione di ripensare ai miei trascorsi universitari, di scambiare qualche parola in più con alcuni dei seminaristi che conosco e di rafforzare, una volta di più, l’affetto che sento per loro. Giornalisti più capaci di me hanno provveduto a trarre un primo bilancio e a raccogliere le sensazioni dei protagonisti: questo è, semplicemente, il mio modo di raccontare ciò che ho visto.

Un invito inatteso

Come scrivevo l’altro ieri, avevo deciso di accantonare l’idea di partecipare all’incontro intitolato Quando la laurea non basta per non essere un’ulteriore fonte di distrazione per gli inquilini di Venegono: loro erano lì per i giovani di quel Decanato, inclusi gli universitari, non per una rompiscatole par mio. Anzi, avevo pensato di uscire solo per andare in Duomo a sentire la testimonianza offerta dal cardinal Séan Patrick O’ Malley, Arcivescovo di Boston, nell’ambito di alcuni inviti speciali rivolti dal cardinal Scola a importanti personalità ecclesiali distintesi per particolari modalità evangelizzatrici nelle grandi città. Mi era perciò venuta lidea di consultare il blog di quel vescovo cappuccino, ben più seguito di questo, così da aver qualcosa da dirgli semmai mi fosse accaduto di averlo di fronte.
Stavo leggendo uno degli ultimi post, quando mi è giunto un messaggio privato via Facebook, da parte del seminarista Beniamino (IV Teologia), con cui avevo familiarizzato lo scorso anno al Rito d’istituzione degli Accoliti. Diceva di avermi vista al concerto di domenica sera, ma di non essere riuscito a salutarmi, per cui m’invitava a venire all’appuntamento per gli universitari. Dopo aver tentennato brevemente, ho accettato di dargli ascolto, muovendomi per tempo in modo da riuscire a fare almeno un’ora di Adorazione Eucaristica.

Imparare in ginocchio come stare vicino alla gente
Copertina del sussidio
distribuito fuori dalla chiesa
(complimenti al grafico
per non aver usato Comic Sans!)

Appena uscita dalla stazione della metropolitana di Piola, vicina al Politecnico di Milano, mi sono guardata intorno casomai scorgessi qualche faccia nota. L’unico seminarista che presidiava l’uscita e che non conoscevo era in attesa che qualcuno gli si accostasse, così ho pensato di farlo sentire utile domandandogli l’indicazione per la chiesa di San Pio X, dove si svolgeva l’Adorazione.
Al termine di un brevissimo tragitto, eccomi arrivata, accolta dai saluti e dai sorrisi di altri “missionari” anche di mia conoscenza. Ho preso uno dei sussidi predisposti per l’occasione e ho fatto il mio ingresso, inginocchiandomi più o meno a metà chiesa.
La mia preghiera è stata principalmente d’intercessione: per gli amici in Seminario, per le persone e le famiglie che hanno accostato in questi giorni, per gli universitari che, come me, erano lì a meditare. Il sussidio di cui accennavo prima presentava sette brani di Vangelo, affiancati ad altrettanti testi di papa Francesco, tratti dalle meditazioni quotidiane in Santa Marta o dagli Angelus. Concentrandomi sul brano della chiamata degli apostoli in Luca (Lc 6, 12-19), ho ripassato mentalmente i nomi dei probabili futuri preti (e di quelli che lo sono da meno di dieci anni) con cui ho incrociato il cammino. Ho invocato Gesù realmente presente nell’Ostia consacrata affinché li renda, come Lui, capaci di stare con la gente nel modo più giusto, corretto e rispettoso.
Sono stata interrotta da due piacevoli disturbatori: don Giuseppe, il mio vecchio prete d’oratorio, che sotto sotto penso fosse contento della mia presenza in una delle sue parrocchie di destinazione, ed Emmanuel (di V Teologia), che mi ha consegnato un foglietto adesivo su cui avrei dovuto segnare una frase con cui sintetizzare il mio ringraziamento per quei giorni speciali. Avevo iniziato bene, ma poi mi sono accorta che il mio pensiero non aveva molto i toni del rendimento di grazie, quindi ho provato a rimettermi in tema. Per via della fretta con cui ho formulato l’intenzione, ho commesso un terribile errore di sintassi, io che di solito, anche quando produco preghiere spontanee, do molta attenzione alla forma. Meno male che non mi sono firmata!

Ricordando tempi non molto andati

Uscita di chiesa, mi sono diretta verso il teatro Leonardo, sede di Quando la laurea non basta. Lì ho ritrovato Beniamino e il suo compagno di una classe più indietro Gianmaria, che avevo conosciuto nella medesima occasione in cui mi era stato presentato lui. Penso di averli lasciati di stucco nel riferire loro che provenivo da tutt’altra zona di Milano, ma la cosa sembrava non dare loro fastidio, anzi: mi hanno perfino chiesto di sedermi accanto a loro.
Studenti all’uscita del teatro (foto mia)
Il teatro è andato pian piano riempiendosi, mentre i relatori dell’incontro prendevano posto sul palcoscenico. Giovanni, studente di Architettura, ha spiegato come, mediante gli amici di Comunione e Liberazione, abbia incontrato «gente che desiderava il mio bene gratis e che ha fatto di tutto perché io sia me stesso», per usare le sue medesime parole. Anch’io, nei miei anni in Statale, ho incontrato gente così: non parlo solo di don Pigi e dei suoi compagni del medesimo Movimento cui appartiene Giovanni, ma anche dei tanti giovani di AC o semplicemente impegnati in parrocchia, conosciuti nella Cappellania Universitaria.
Non è stato di parere discorde il seminarista Michele, che ora frequenta la V Teologia e si sente ancora uno studente “fuori sede”, essendo pugliese d’origine: tra le mille scadenze, gli esami, le incombenze che per lui hanno comportato anche un trasferimento all’estero, si è sempre sentito accompagnato. È ciò che, a Dio piacendo, vorrebbe compiere una volta consacrato sacerdote, in modo da «affrontare la realtà in maniera determinata», non scappando, come molti tuttora pensano a riguardo dei ministri sacri.
Il breve dibattito seguito ha fatto risaltare la stima verso chi affronta cristianamente lo studio e, da un altro verso, gli interrogativi sorti da una realtà che sembra privilegiare un certo status sociale e identificare la chiamata con ciò che si sceglie di fare nella vita. Don Michele Di Tolve, che fino al nuovo servizio come Rettore si occupava della Pastorale Scolastica diocesana, ha ricordato come, a suo parere, gli studenti non debbano accontentarsi di “sapere” e “saper fare”: da loro deve emergere la richiesta di “essere” e “saper essere”.
Le conclusioni di Sua Eccellenza monsignor Pierantonio Tremolada, Vicario episcopale, hanno invitato i presenti a guardare a tutta la vita e allo studio come un’occasione per fare del bene, ma non solo: deve far sì che gli altri, quando sono con noi che abbiamo vissuto in pienezza il mistero di Dio, possano trovare le proprie doti migliori.

Un giro di domande

Finito l’incontro, era il momento di mettere qualcosa sotto i denti. Il lauto buffet organizzato nell’oratorio di San Pio X - non allaperto come da programma, dato che pioveva - si è volatilizzato nel giro di pochi minuti: il tempo di spiegare al mio amico Luca (lui sì di Città Studi) che ero intenzionata a sentire O’ Malley e quindi non potevo cantare alla Messa conclusiva della Missione, che non ho potuto prendere l’ultima porzione d’insalata di farro rimasta.
Sperando che dalle cucine potesse saltar fuori qualcos’altro, ho pensato che fosse il caso di domandare a qualcuno dei miei conoscenti come avesse vissuto i giorni della Missione. Marco, ormai all’ultimo anno prima del diaconato, si è dichiarato stanco, ma disposto a ricominciare subito se ne avesse avuto la possibilità; invece Gilbert, alla seconda esperienza, ha ascoltato pazientemente le mie considerazioni riguardo all’operato suo e degli altri.
Riuscita a recuperare un pezzettino di lasagna, ho avuto il piacere di conoscere Giovanni, neo-bassista dei ParRock, col quale ho intavolato una proficua discussione circa la necessità di saper trovare un groove trascinante, nella musica ma anche nella relazione con Dio. Al momento del dolce, invece, ho cercato Filippo, il ragazzo che al concerto di domenica mi aveva fornito il braccialetto luminoso che contraddistingueva i presenti, per dargli uno dei biglietti con cui sto promuovendo in ogni occasione possibile questo mio spazio sul web. Christian, che era accanto a lui, ha commentato che gli sembra che io scriva bene: adesso la mia responsabilità aumenta!
Già che c’ero, ho dato un bigliettino anche al Rettore, che ha prelevato i due giovani per condurli con sé: doveva inaugurare la sua nuova rubrica su Radio Mater, La vita come vocazione, e voleva che presentassero le loro storie. Se quella puntata verrà caricata sul sito di quell’emittente, spero di riuscire a incorporarla su questa pagina [EDIT 21/08/2015: non è mai stata pubblicata e nemmeno lho registrata, purtroppo].

Aspetto di sapere dai media diocesani com’è andata la Messa, poiché, per lasciare i miei amici più liberi di salutare le persone con cui hanno condiviso gli ultimi giorni, avevo stabilito di andare in Duomo. Per non andare fuori tema, mi limito ad annotare che ho dato un biglietto promozionale perfino al nostro ospite speciale.
In ultima analisi, continuerò ad accompagnare i seminaristi. Gli altri potranno pure ritenere che io sia asfissiante, ma non mi arrenderò, anche se ammetto di dover imparare ad essere ancora più discreta.

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