Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

domenica 23 novembre 2014

Padre Ludovico da Casoria: un vulcanico cantore della carità

Un ritratto di padre Ludovico,
ripreso da una delle sue fotografie

(purtroppo non ho trovato il dagherrotipo

di cui parlo più in basso)
Chi è?

Terzo dei cinque figli di Candida Zenga e Vincenzo Palmentieri, nacque l’11 marzo 1814 a Casoria, in provincia di Napoli. Con la professione religiosa tra i Frati Francescani Alcantarini*, cambiò il nome di battesimo, Arcangelo, con quello di fra Lodovico (o, più comunemente, Ludovico). Ordinato sacerdote nel 1837, ebbe inizialmente l’incarico d’insegnante di matematica e fisica nei seminari del suo Ordine.
Tra il 1847 e il 1848, a seguito di una malattia e di un’intensa esperienza di grazia, che successivamente definì come “lavacro”, diede un nuovo corso alla propria vita. Rilanciò il Terz’Ordine di San Francesco e istituì una piccola infermeria per i confratelli presso il convento napoletano di San Pietro ad Aram, poi ingrandita e trasferita presso Capodimonte. La sua carità si estese presto ai piccoli che vagavano per le strade di Napoli, ai giovanissimi africani condotti in Occidente come schiavi, ai ciechi e ai sordomuti. Per dare continuità alle sue opere, fondò nel 1859 i Terziari Francescani della Carità, detti Frati Bigi (ora non più esistenti) e, cinque anni dopo, le Suore Francescane Elisabettine dette Bigie.
Morì a Napoli il 30 marzo 1885, a 71 anni. Beatificato da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993, è stato canonizzato oggi, 23 novembre 2014, da papa Francesco. I suoi resti mortali riposano presso l’Ospizio Marino di Posillipo, a Napoli.
* Dal 1897 i Francescani Alcantarini sono uniti allOrdine dei Frati Minori.

Cosa c’entra con me?

I miei primi ricordi su padre Ludovico sono parecchio confusi. Di certo, so che la sua immagine, esposta in alcune chiese del luogo dove trascorro le vacanze (Portici, in provincia di Napoli), mi era diventata abbastanza nota. Non doveva essere, comunque, prima del 1993, anno della sua beatificazione, quindi, avevo nove anni circa.
Successivamente, sempre nel periodo delle vacanze e a Portici, avevo preso a partecipare alla Messa presso la chiesa di San Giuseppe Operaio, adiacente all’Istituto Pennese (qui una breve storia di quell’opera). Ero stata presa in simpatia dalle suore del luogo, ma non sapevo a quale congregazione o istituto appartenessero né mi ero presa la briga di apprenderlo. Anche qui non ricordo con certezza quando ho scoperto che erano proprio delle Elisabettine Bigie; tuttavia, all’epoca mi ero inserita nella parrocchia in cui abita una delle mie zie, motivo per cui non ho più frequentato l’altra chiesa.
Non molti anni fa, però, mi sono procurata una biografia del novello santo, pur senza disturbare le suore. Da lì ho appreso di aver trascurato per troppo tempo un personaggio che poteva insegnarmi, anzitutto, come far andare fede e ragione di pari passo: lui stesso ha scritto che fu la seconda ad accendere la prima e a esprimerla in numerose realizzazioni. Inoltre, dimostrava una particolare curiosità verso le più recenti tecnologie del suo tempo: prova ne è un autoritratto con dagherrotipo, quasi antesignano degli attuali selfie.
Ma le opere caritative non erano per procurarsi gloria personale: in un’Italia caratterizzata dai movimenti che avrebbero portato all’unità nazionale, gli servivano, come a tanti altri fondatori e fondatrici, per “fare gli italiani”, per riprendere una celebre espressione. Partì da quelli che nessuno voleva per renderli protagonisti, soggetti attivi più che oggetti di una carità tante volte interessata. Questo mi deve essere di lezione, quando non riesco a vedere nei poveri una parte del corpo di Cristo, anzi, della “carne” come dice il Papa, esattamente come me.
Recentemente mi sono nuovamente imbattuta in lui scrivendo di madre Anna Lapini, fondatrice delle suore Stimmatine. Nella biografia che avevo preso era menzionato il suo incontro con lei, che la condusse ad accogliere nel suo Istituto delle giovani africane un tempo schiave, ma non lo ricordavo affatto.
Lo scorso 1° novembre sono stata molto felice di vedere un filmato, durante A Sua immagine, che riguardava lui e, marginalmente, un’altra prossima santa napoletana, Maria Cristina Brando. Lo riprendo qua, anche se, com’è accaduto per l’articolo su don David Rider, nell’incorporarlo si è prodotta una finestra piccola; basta cliccare nell’angolo in basso a destra del riquadro.


Il suo Vangelo

Giustamente san Ludovico è stato descritto – ci sono cascata anch’io – con termini che descrivono la sua carità con paragoni relativi al calore, alle esplosioni, ai vulcani (dopotutto, ha operato in prevalenza sotto il Vesuvio). Nel suo Testamento così si espresse, descrivendo le proprie concretissime aspirazioni:
... non domandavo a Dio, per sfogare il mio animo, l’estasi, il rapimento, le visioni, ma il lavoro, le opere, la fede, la salvezza delle anime. Chiedevo nella preghiera ardore nell’operare, amore di Dio nei combattimenti, nei travagli, nelle angustie, nelle contraddizioni, ed esclamavo sempre: o amare, o morire di amore.
Di solito, in questa parte dei miei post, cito solo una frase che caratterizza a parer mio il messaggio che il Testimone di cui mi occupo fornisce agli uomini di oggi. Stavolta, però, ne voglio menzionare un’altra, che ho trovato in un articolo più ampio e dedico in particolare a quanti, tra voi lettori, sono variamente impegnati nel servizio a Dio mediante il canto.
Uno dei mezzi con cui il nostro santo cercava di rendere migliore la vita dei suoi piccoli assistiti era quello d’insegnare loro a suonare qualche strumento, tanto da creare delle bande musicali. Concretizzava, in tal modo, quanto lasciò scritto:

L’uomo di Dio che canta, non canta il canto, ma canta l’amore del divino amore.

Dentro l’uomo vi sono tre ritmi: ritmo di amore, ritmo di compassione e ritmo di dolore. O giovani, o cantanti, o genti, cantate l’amore di Dio…
Ecco,credo proprio che lui abbia cantato l’amore in ogni aspetto della propria esistenza e l’abbia insegnato a sua volta a tantissimi. Penso che il prossimo Natale andrò a trovare le suore, per fare loro le mie congratulazioni e, perché no, procurarmi qualche santino con la dicitura aggiornata!

Per saperne di più

Vittorio Peri, San Ludovico da Casoria. Un “ciclone” di carità, Velar-Elledici 2014, pp. 48, € 3,50.
Breve biografia illustrata già edita nel 2007.

Salvatore Garofalo, La carità sfrenata. Il Beato Ludovico da Casoria, francescano, Velar 2000, pp. 480, € 10,00.
Un testo più ampio, ma aggiornato alla beatificazione.

Su Internet

Sito dell’Istituto per sordi e ciechi da lui fondato ad Assisi
Sito ufficiale creato in vista della canonizzazione

Nessun commento:

Posta un commento