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S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

sabato 28 febbraio 2015

Paolo VI in Terra Santa presentato a Milano



Interrompo il mio silenzio quaresimale per riportare una segnalazione che presenta come, almeno nella mia città, continuino le occasioni per ricordare il pontificato del Beato Paolo VI. Se v’interessa…

Sabato 7 Marzo a S. Gerolamo Emiliani
PAOLO VI IN TERRA SANTA, UN DOCUMENTARIO CON VIDEO E IMMAGINI INEDITE

L’associazione Amici di “Dai Nostri Quartieri”, organo di collegamento dei cattolici della zona 3 di Milano, con la collaborazione delle Edizioni Terra Santa, ha organizzato per Sabato 7 Marzo ore 21 una serata dal titolo “Paolo VI in Terra Santa” in cui verrà proiettato il documentario “Ritorno alle sorgenti. Con Paolo VI in Terra Santa”, della durata di 50 minuti. Realizzato su iniziativa della Custodia di Terra Santa proprio durante il pellegrinaggio di Paolo VI avvenuto tra il 4 e il 6 Gennaio 1964, il filmato da cui ha preso origine il documentario fu proiettato in diverse sale cinematografiche italiane negli anni immediatamente successivi, mentre in tempi recenti, dopo il lungo oblio, una copia della pellicola è stata ritrovata presso gli archivi del Centro di propaganda e stampa di Terra Santa di Milano, restaurata e trasferita in formato digitale. “A distanza di 50 anni, ripercorrere i momenti straordinari della prima visita di un pontefice nella terra di Gesù è un’opportunità storica per Milano, città guidata dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini. Siamo particolarmente felici di farlo nel quartiere di Cimiano, nella parrocchia di San Gerolamo Emiliani, perché è una delle chiese che Montini ha voluto e che quest’anno festeggia il 50° dalla consacrazione” ci dice Luca Costamagna, segretario dell’Associazione Amici di “Dai Nostri Quartieri”.
Il documentario sarà anche l’occasione per rivedere una Terra Santa inedita, oggi profondamente cambiata.

venerdì 20 febbraio 2015

Madre Maria Pierina de Micheli, contemplatrice del Santo Volto



Chi è?
Un ritratto di madre Pierina (fonte)

Giuseppina De Micheli nacque a Milano l’11 settembre 1890, ultima dei tredici figli di Cesare De Micheli e Luigia Radice. Rimasta orfana di padre, venne educata alla fede dalla madre e mediante la frequentazione della parrocchia di San Pietro in Sala a Milano. A occuparsi dell’oratorio femminile erano state chiamate alcune religiose di recente fondazione, le Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires; Giuseppina fece domanda per essere una di loro. Il 16 maggio 1914 ricevette l’abito religioso dalle mani dell’Arcivescovo di Milano, il cardinal Andrea Carlo Ferrari (Beato dal 1987), e prese il nome di suor Maria Pierina. Era stata preceduta, nella scelta della consacrazione religiosa, dal fratello Riccardo, sacerdote diocesano, e da due sorelle.
A seguito della morte della Fondatrice, madre Maria Eufrasia Iaconis (per la quale è in corso il processo di beatificazione), suor Maria Pierina, venne inviata in Argentina, dove il suo istituto si era espanso. Dopo aver professato i voti perpetui l’11 luglio 1921, rientrò in Italia: venne nominata superiora della casa di Milano nel 1928 e riconfermata nell’incarico ogni tre anni, fino al 1939, quando venne inviata a Roma come superiora dell’Istituto Spirito Santo.
Dal 1936 s’intensificarono gli eventi soprannaturali di cui aveva già avuto un anticipo quando, il Venerdì Santo dei suoi dodici anni, aveva baciato in volto il crocifisso esposto alla venerazione dei fedeli per riparare, come le chiedeva una voce interiore, al bacio di Giuda. Il 31 maggio 1938 la Vergine Maria le affidò il compito di diffondere uno scapolare, poi diventato medaglia per praticità, che ricordasse agli uomini le sofferenze di Gesù nella Passione. Attenendosi rispettosamente al rispetto dell’autorità ecclesiastica, si fece quindi divulgatrice della devozione al Santo Volto di Gesù.
Sfollata a Centonara d’Artò (VB), dove a causa della seconda guerra mondiale era stato trasferito il noviziato, si ammalò di tifo e ne morì il 26 luglio 1945. Dichiarata Venerabile con decreto di papa Benedetto XVI il 17 dicembre 2007, è stata proclamata Beata il 30 maggio 2010. Le sue spoglie mortali sono conservate dal 2007 nella cappella dell’Istituto Spirito Santo a Roma.
La sua memoria liturgica, per la diocesi di Novara e per la sua Congregazione, cade l’11 settembre.
[EDIT 28/02: ho controllato e ho visto che, contrariamente a quanto scrivevo la scorsa settimana, la diocesi di Milano non contempla la memoria di questa Beata. La prossima volta starò più attenta!

Cosa c’entra con me?

venerdì 13 febbraio 2015

Maria Cristina Cella Mocellin, che amava Gesù… e Carlo


Maria Cristina Cella e Carlo Mocellin all’epoca del loro fidanzamento (fonte)

Chi è?

Maria Cristina (si trova anche scritto Mariacristina, ma per tutti era semplicemente Cristina) nacque a Monza il 18 agosto 1969, primogenita di Giuseppe Cella e Caterina Smaniotto, seguita dal fratello Daniele. Ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana presso la parrocchia della Sacra Famiglia a Cinisello Balsamo, vicino Milano, e s’impegnò a trasmettere quanto ricevuto come catechista.
Mentre frequentava il liceo linguistico “Regina Pacis” a Cusano Milanino, iniziò a considerare la possibilità di entrare tra le Suore di Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, che conosceva in parrocchia. Nell’estate 1985, in vacanza a Valstagna (Vicenza), incontrò Carlo Mocellin, con cui strinse un legame di amicizia che, con sua grande sorpresa, divenne amore. Dopo aver riconosciuto che era a formare una famiglia “veramente cristiana”, come scrisse al ragazzo, che Dio la chiamava, si fidanzò con lui ufficialmente il 10 agosto 1986.
Appena un anno dopo il fidanzamento, le comparve un tumore alla coscia sinistra, che non ostacolò i suoi progetti con Carlo; le cure ebbero buon esito. Il 2 febbraio 1991 fu l’inizio ufficiale della loro vita insieme, col matrimonio celebrato nella parrocchia natale di lei. La nuova famiglia fissò la propria residenza a Carpanè, in Veneto, paese del marito, e venne arricchita dalla nascita di Francesco, a dieci mesi dalle nozze, seguito dopo un anno e mezzo da Lucia.
Nell’autunno 1993, a poco tempo dall’ultima gravidanza e mentre ne era in corso una terza, Maria Cristina venne nuovamente aggredita dal tumore, nello stesso punto dove si era manifestato cinque anni addietro. Insieme al marito, si dichiarò decisa a preservare la vita del nascituro, accettando di essere operata nell’aprile 1994, ma non di iniziare la chemioterapia. Dopo la nascita di Riccardo, il 28 luglio dello stesso anno, intraprese i trattamenti medici, che non ebbero successo come in precedenza. Disponendosi ad accettare, ancora una volta, il volere di Dio, la giovane madre si preparò a lasciare i suoi cari. Il giorno della sua morte fu il 22 ottobre 1995, a Bassano del Grappa.
La sua testimonianza, in particolare tramite la diffusione di una lettera che aveva lasciato per Riccardo, prese a circolare tra i fedeli e portò all’apertura, in diocesi di Padova, del processo canonico per l’accertamento delle sue virtù eroiche. Durato in fase diocesana dall’8 novembre 2008 al 18 maggio 2012, da allora prosegue presso la Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.

Cosa c’entra con me?

martedì 10 febbraio 2015

Madre Luisa Margherita e me #1: Autobiografia



Uno degli articoli più letti qui, completamente al di fuori delle mie aspettative, è quello, risalente al giugno di tre anni fa, sulla Venerabile Luisa Margherita Claret de la Touche.
Sono rimasta in contatto con le suore da lei fondate, che mi hanno chiesto di collaborare alla loro rivista, Betania – Ut sint unum, per tutto quest’anno. Dietro richiesta di una dei miei lettori, ho pensato di condividere i miei articoli anche qua: spero proprio che possiate gradirli almeno un po’. A differenza del cartaceo, metterò qualche rimando ad altre pagine di questo blog o di altri siti.
Ecco il primo articolo, dedicato alla mia lettura dell’Autobiografia di questa religiosa.

Per cominciare, mi presento: mi chiamo Emilia, vivo a Milano, sono laureata in Lettere antiche, ho trent’anni e conosco l’Opera dell’Amore Infinito da quattro. Durante tutto questo tempo, pur sentendomi decisamente affine alle intuizioni spirituali di madre Luisa Margherita, non sono mai andata più in là del suo breve profilo biografico uscito nel 2010, degli articoli pubblicati su questo periodico e del Libro dell’Amore Infinito, oltre alla tesi dell’Amica Annalisa M.
Ho quindi colto come provvidenziale l’occasione che, nello scorso mese di novembre, mi è stata offerta dalle suore di Betania: per tutto quest’anno centenario dal suo ritorno al Padre, produrrò una serie di articoli dai quali possano emergere le riflessioni di una giovane come me di fronte agli scritti della loro Fondatrice. Per farlo bene, mi sono stati quindi inviati i volumi dei suoi scritti che mi mancavano: in fondo, come sono da sempre persuasa, il miglior modo per conoscere da vicino un santo o un semplice testimone della fede è partire da quanto ha lasciato di autografo. In questo modo si ha la diretta percezione di come lui o lei si valutasse, pur con i naturali limiti umani.
Naturalmente, ho cominciato con l’Autobiografia La mia storia. Per chi non lo sapesse, comprende il testo composto dalla Madre, per ordine del suo direttore spirituale padre Charrier, a partire dal 25 ottobre 1904, integrato successivamente dal cosiddetto Quaderno delle Tentazioni.
Non posso negare di aver trovato delle affinità con quello che forse è il testo autobiografico più famoso del cattolicesimo: la Storia di un’anima di santa Teresa di Gesù Bambino. Come è fatto notare nella Prefazione, madre Luisa Margherita e la giovanissima carmelitana erano contemporanee: hanno quindi vissuto le congiunture storiche della Francia dell’epoca, che provava a rigettare Dio dalla società (niente di nuovo sotto il sole…) ma, allo stesso tempo, covava in sé figure che avrebbero segnato profondamente la storia della Chiesa moderna.
Ammetto di essermi molto divertita nel leggere il racconto degli scherzi che la piccola Margherita combinava a sua madre e a sua sorella. Con una mentalità più adulta, nel testo li definisce “sciocchezze”, ma credo che abbia fatto bene a riferirle: ancora troppi, perfino tra i cristiani, ritengono che la santità si rifletta in animi cupi e lamentosi, quando è vero il contrario.
Vedere come anche lei, per essere simile alle ragazze della sua età, si fosse messa in testa di dover avere un suo “ideale”, mi ha fatto tornare alla mente quando, per interpretare a dovere la parte della moglie di Putifarre in un musical parrocchiale, mi sono convinta di dover a tutti i costi trovare un ragazzo di cui innamorarmi, per capire come ci si sente quando si viene respinte (ma io non avrei mai simulato una violenza ai miei danni!). Anche nel mio caso, ho avuto una piccola delusione, ma non ci ho sofferto più di tanto.
Quanto alle pagine dove la Madre descrive i suoi travestimenti maschili, anche lì mi è venuto da sorridere, anche se li racconta con grande amarezza. Penso che tanti miei coetanei, pur col cambiamento dell’epoca, facciano qualcosa del genere, adottando stili di abbigliamento particolari o aderendo a questa o a quella moda: in realtà, nascondono il desiderio di farsi accettare, di lasciare un segno nel mondo.
Ho sofferto con lei nel vedere che il suo amore per il giovane ufficiale Leone era morto ancor prima di concretizzarsi in un fidanzamento, ma ancora di più nel leggere che era disposta perfino a ottenere di essere sciolta, in cambio di denaro, dal voto di verginità pronunciato a undici anni. Davvero Dio è stato misericordioso con lei, facendole interrompere quella relazione prima ancora che lei svendesse quel grande dono di sé stessa!
Un elemento in particolare, però, l’ha resa ancora più vicina a me: il fatto che è stata la lettura della vita di san Luigi Gonzaga, nella sua primissima biografia scritta da padre Cepari, a farle comprendere davvero cosa volesse dire offrire a Dio la propria verginità corporea. La lettura delle biografie di personaggi canonizzati o in procinto di esserlo, insieme a quelle di semplici testimoni, specie se dimenticati dopo un iniziale entusiasmo, è uno degli elementi fondamentali del mio modo di essere cristiana. Da quelle vicende comprendo sempre di più come il Signore si è manifestato nella storia dell’uomo, sia che si tratti di fondatori di piccole o grandi opere sia di gente molto meno conosciuta.
Procedendo nella lettura, ho condiviso la lotta di Margherita per riconoscere dove fosse esattamente chiamata e come farlo capire ai suoi familiari e ho ricordato un altro episodio della mia vita. Ho incontrato, tempo fa, una ragazza che si credeva incline alla consacrazione religiosa e che, per capirlo, ha vissuto per brevi periodi insieme ad alcune suore; tuttavia, per svariati motivi, ha cambiato strada. Nel raccontare le sue vicissitudini al mio direttore spirituale, ho ricevuto un suggerimento: «Trovare la vocazione non è come provare un paio di scarpe!». Credo che nel nostro caso sia valso lo stesso: dopotutto, non è stato un male per lei attendere altri due anni per entrare alla Visitazione, così è stata ancor più determinata.
Nella parte in cui riferisce dei suoi primi tempi in convento mi sono meravigliata di come fosse stata estromessa dalle ore di catechesi senza un motivo plausibile, quasi come quando, mentre viveva ancora in famiglia, era trascurata dalla madre. Eppure il Signore ha avuto cura di lei, iniziando a farsi sentire presente ma silenzioso, per così dire velato, poi rivelandosi pienamente con la sua voce.
Un punto in particolare mi ha colpita, ossia quando, durante una delle sue ricorrenti malattie, l’ormai suor Luisa Margherita dichiara di aver detto queste parole nel corso di quella che credeva sarebbe stata la sua ultima confessione sacramentale: «Ecco tutto quello che ho fatto e ciò che sono, ma tutto spero dalla tua misericordia». Mi ha fatto tornare in mente la Preghiera Eucaristica V, che è esclusiva del Rito Ambrosiano: «E noi, elevati a tale dignità da poter presentare a te, per l’efficacia dello Spirito Santo, il sacrificio sublime del corpo e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, tutto possiamo sperare dalla tua misericordia». Proprio quest’ultima frase è stata scelta dai diaconi transeunti della mia Diocesi, che saranno ordinati il 13 giugno 2015, come motto caratteristico del loro anno di ordinazione: spero che, quando la pronunceranno per la prima volta nella Messa, abbiano lo stesso sentimento provato dalla nostra Venerabile.
L’ultima sezione, dedicata al rapporto di direzione spirituale con padre Charrier, mi ha condotta a ripensare al momento in cui ho chiesto al sacerdote di cui mi fidavo di più di aiutarmi nel cammino, un po’ come san Domenico Savio, quando si accordò con san Giovanni Bosco di confezionare, con la stoffa che era lui stesso, un abito da regalare al Signore. Penso quindi che lui fosse la persona giusta al momento giusto, tramite la quale l’anima di madre Luisa Margherita potesse essere guidata a comprendere quello che le si manifestava interiormente.
In sintesi, la lettura dell’Autobiografia è stata un ottimo punto di partenza per compiere quel lavoro d’approfondimento che da tempo avevo rimandato. Immagino che, quando affronterò anche le altre opere, potrò avere un’immagine ancora più completa di colei alla quale mi rivolgo spesso, per capire come voler davvero bene ai sacerdoti.
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Per ordinare copie dellAutobiografia, rivolgetevi ai contatti presenti sul sito ufficiale dellOpera dellAmore Infinito (qui), dato che nelle librerie non credo sia reperibile.