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mercoledì 8 giugno 2016

Come profumo di nardo – Alessandro Galimberti, seminarista (Cammini di santità # 3)





Fonte per la foto: don Ennio Apeciti (cur.),
Voglio essere come profumo di nardo,
Velar – Marna 2014,
p. 6 dell’inserto fotografico

Il quarto dei miei articoli per la rivista Sacro Cuore dei Salesiani di Bologna (l’autorizzazione per riprendere il secondo non mi è ancora giunta) originariamente non doveva essere dedicato a questo personaggio. Come avevo già raccontato, aver saputo di lui e del suo desiderio di essere sacerdote mi ha davvero cambiato la vita, spingendomi, tra l’altro, a raccontarne la storia tramite ogni mezzo che mi fosse possibile.
Subito dopo che il direttore, don Ferdinando, mi ha contattata, gli ho presentato alcuni argomenti da trattare, per primo questo: tuttavia, mi venne respinto, perché non lo giudicava sufficientemente attuale.
Quando sono andata a Bologna per vedere coi miei occhi il Santuario del Sacro Cuore e le opere annesse, di cui la rivista è organo ufficiale, ho colto l’occasione per ripresentarglielo. Don Ferdinando si è molto commosso e, nel giro di pochi mesi, ha cambiato parere: potevo dedicare ad Alessandro il pezzo per il numero di giugno. Ci ho visto una coincidenza quasi provvidenziale: proprio nel giugno di dieci anni fa, infatti, lo menzionavo per la prima volta nel mio diario spirituale.
Avrei voluto allora riprendere l’articolo qui il 10 di questo mese, in occasione del decimo anniversario di ordinazione dei preti ambrosiani del 2006, i compagni di classe del giovane seminarista, ma è l’indomani delle nuove ordinazioni e, per celebrarle, ho in serbo un’altra idea. Insomma, perdonatemi se per l’ennesima volta parlo di lui e se ho commesso qualche errore più o meno grave: d’altronde, non l’ho conosciuto di persona e mi sono basata su testimonianze che ho letto o ascoltato da altri.
Il titolo principale è stato deciso dal direttore, mentre quelli dei paragrafi li ho scelti io e sono stati approvati.

* * *
In un ospedale come tanti, Maria Rosa, infermiera, si sta apprestando ad aiutare i colleghi per un prelievo. Si trova di fronte un giovane dall’aria allegra, che non perde occasione di sdrammatizzare. Improvvisamente, lo vede assumere un’espressione seria e sente queste parole, che lui rivolge a uno dei medici: «Sì, va bene! Dottore, io non le chiedo tanto, io non voglio tanto. Le chiedo solo di farmi vivere ancora quattro anni, il tempo di diventare prete. Le chiedo il tempo di celebrare una Messa, la mia Messa, una sola volta: una Messa vale tutte. Dottore, il tempo di una Messa...». Il paziente si chiama Alessandro Galimberti ed è un seminarista della diocesi di Milano.

Vado in seminario

Nato a Lissone in Brianza il 10 agosto 1980, è il primo dei due figli di Luigi Galimberti e Maria Grazia Colombo. Dal sacerdote del suo oratorio, ma anche da suo zio don Ambrogio, fratello della madre, ottiene fin dall’infanzia consigli ed esempi per progredire sulla via del bene. Riceve la Prima Comunione a 8 anni e la Cresima a 11; nel frattempo, s’impegna nel servizio all’altare nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Lissone, la sua parrocchia.
Un giorno, mentre è in viaggio in auto con i genitori, rivela loro una decisione su cui ha molto meditato: vuole entrare in seminario. Non da solo: anche suo fratello Davide manifesta, quasi contemporaneamente, la stessa intenzione. Papà Luigi rimane sbalordito, ma alla fine, insieme alla moglie, acconsente.
Nell settembre 1999 Alessandro varca quindi l’ingresso della sede di Venegono Inferiore del Seminario Arcivescovile di Milano, per frequentare il Corso Propedeutico: ha da poco terminato le superiori presso le Opere Salesiane di Sesto San Giovanni, dove ha ottenuto la maturità scientifica con indirizzo tecnologico.
Proprio ai suoi precedenti educatori, una volta passato al Biennio teologico a Seveso, scrive il 31 gennaio 2002: «Sono entrato in Seminario tre anni fa pensando di avere anche io una buona stoffa, così come don Bosco era abituato a riconoscere nei suoi ragazzi, in modo particolare per San Domenico Savio. Ed ora sono qui ad affrontare un biennio di Spiritualità. Ragazzi... non è per niente facile essere cristiani, e essere amici seri di Gesù. Non è facile ma è molto bello».

Un discernimento doloroso

Tuttavia, proprio nei primi mesi di studio, insorgono in lui i sintomi di una malattia del sangue, di tipo autoimmune. Monsignor Ennio Apeciti, che all’epoca era docente di Storia della Chiesa al primo e all’ultimo anno di Teologia, ricorda che spesso doveva bere per assumere le medicine e che, per scusarsi, gli ricordava sorridendo: «Sa, devo bere con quello che prendo. Non pensi che è per maleducazione. Sa, dicono che devo bere molto con le pastiglie che prendo».
Trascorre quindi molto tempo fuori dalle mura del seminario, impegnato in prelievi, controlli, visite più o meno lunghe. Prova lo stesso a tenersi in pari con gli esami, aiutato dagli educatori e da quelli, tra i compagni di studi, che gli sono più amici. Le sue armi sono la preghiera, in particolare quella della Liturgia delle Ore e del Rosario, e l’Eucaristia. Eppure preferisce non essere compatito o visto solo come una cavia da laboratorio: «Un “sano” malato» è la definizione che dà di sé, nelle lettere al direttore spirituale dei seminaristi.
Nonostante la solitudine che spesso avverte, o i ricordi della sua precedente vita che riaffiorano alla mente, Alessandro cerca di stare presso la Croce: è un concetto che torna spesso, nelle sue lettere e nei suoi scritti poetici.

Chiedere la gioia per rivelare Gesù

In uno di questi, forse il più famoso in assoluto, il giovane si paragona all’olio di nardo versato, secondo il racconto di Giovanni, da Maria sorella di Lazzaro sui piedi di Gesù. È il brano di Vangelo che lui aveva scelto come centro della Regola di Vita nella quale, già nel 2001, segnava i punti fondamentali della sua vita di fede. Essere come quel profumo, per lui, significa essere anzitutto «strumento di rivelazione» della presenza del Signore, anche se non poteva esercitare direttamente il ministero.
I superiori e il cappellano dell’Ospedale Policlinico di Milano iniziano allora a ipotizzare di chiedere al Papa la dispensa speciale per ordinarlo in anticipo, ma una serie di circostanze impediscono loro di agire, non ultima un’infezione che induce il seminarista in coma farmacologico. Ecco cosa scrive, una volta ripresosi, ai compagni che studiano a Venegono: «Carissimi fratelli, la fede come l’eternità è fatta dall’attimo di amore intenso che si ha con il Padre. E per me, nella mia vita, entra proprio con un’unzione di un olio, con un profumo, il profumo dell’oggi per me di Gesù. E oggi lo assaporo nella malattia, senza avere timore di chiedere quello che veramente desidero: la gioia.
E chiedere la gioia non significa per niente evitare nella vita gli ostacoli. Essere prete, essere uomo di Dio è forse un impegno che ti permette di buttarti a capofitto dentro il mare della vita, per alcuni della sofferenza, sapendo che, anche se ti senti verme, sei pur sempre custodito nelle mani calde del Padre».
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2004, ormai in fase terminale da giorni, Alessandro ha lasciato questo mondo.

Il profumo si espande

Cinque anni dopo, la GPG Film, una casa cinematografica indipendente di Lissone, ha preso spunto dalla sua vicenda per il soggetto di Voglio essere profumo, un lungometraggio di finzione che, grazie al passaparola, è stato proiettato in gran parte d’Italia. Monsignor Apeciti, per saldare il debito di riconoscenza che sente verso il suo giovane allievo, ne ha raccolto gran parte degli scritti nel volume Voglio essere come profumo di nardo, uscito nel decimo anniversario della sua scomparsa.
Il ricordo di Alessandro non si limita più solo alla sua parrocchia o alla sua diocesi, ma è patrimonio di un numero sempre più crescente di fedeli. Chi gli fu vicino negli anni di formazione e ora è sacerdote sente sia il rimpianto di averlo perso, sia lo sprone a vivere pienamente il sacramento dell’Ordine, quasi per realizzare quello che Alessandro aveva desiderato con tanta passione.


Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore» 4 (giugno 2016), pp. 16-17 (sfogliabile qui).
 

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