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martedì 9 agosto 2016

Io c’ero #12: GMG 2016 a Cracovia, per lasciarmi toccare dalla Misericordia



La folla dopo il benvenuto a papa Francesco

Continua il racconto dei miei giorni alla GMG 2016, con la descrizione del momento in cui ho iniziato a comprendere cosa mi avrebbe lasciato quest’esperienza e la prima, sonora sveglia che ho ricevuto, tramite le parole di papa Francesco. Ma andiamo con ordine.


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Giovedì 29 luglio – Una “lab-catechesi” per riscoprire l’amore di Dio

Il cartello col titolo della catechesi
La catechesi, dopo l’introduzione di mercoledì, si è svolta con una parte di laboratorio: infatti, sul Diario del pellegrino, si parlava di “lab-catechesi”. A partire da alcune frasi della Scrittura e da parte di una meditazione di monsignor Pierangelo Sequeri (registrata), ci siamo divisi in gruppi per scambiarci le nostre riflessioni. Io ho ricordato quello che mi disse tanto tempo fa la mia professoressa di Religione alle superiori: Dio mi ama anche se io mi sottovaluto.
Sulla stessa linea si è svolta la meditazione di monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia. Basandosi sul brano di Lc 15, 1-10, ha fatto presente come esso contenga la contrapposizione tra due concezioni della santità di Dio: per i farisei è separazione, distanza insuperabile tra Dio e il male (per questo non mangiano coi pagani e coi peccatori), mentre per Gesù è misericordia, ovvero farsi vicino ai peccatori «per annunciare loro il perdono di Dio gratuito».
Gli uomini, per loro natura, tendono a smarrirsi. Per il vescovo, questo avviene in tre circostanze: quando perdono l’amore per sé e per la propria vita; quando smettono di accogliere gli altri con affetto e con amore; quando perdono la consapevolezza che la loro vita è ricevuta da Dio e non amano il mondo da Lui creato.
Due sono le frasi fondamentali dell’amore in tutte le sue dimensioni: «È bello che tu viva» e «Io voglio che tu viva», ben rappresentate dal «Sei degno di stima e ti amo» di Is 59. Se ciascuno lo dice a sé stesso e agli altri, è sulla strada giusta.
Nella Messa seguita alla catechesi, monsignor Pierantonio Tremolada ha preso le mosse dalla parabola della rete gettata nel mare per chiedersi e chiederci quando una persona è detta buona. Secondo il Vangelo, la bontà è un attributo di Dio: quanto più si è buoni, allora, tanto più gli si assomiglia. Liturgicamente parlando, è stato tutto corretto, anche la distribuzione della Comunione. Forse sarebbe stato il caso di avvisare i giovani che potevano mangiare solo fino a un’ora prima della Messa, per la questione del digiuno eucaristico: mi si stringeva il cuore al vedere ragazzi e ragazze addentare merendine fino al canto all’Ingresso, ma anche - eppure dovrei averci fatto l’abitudine - battere le mani e non concentrarsi sul canto da eseguire.

Verso Błonia, la nascita di “Milano Colosseo”

Uno dei miei compagni
e l’ombrello del Colosseo
Il percorso per l’arrivo al parco di Błonia, dove si è svolta la cerimonia di benvenuto al Papa, è durato oltre quattro ore. Non abbiamo preso tre bus, strapieni, come il treno su cui alla fine siamo saliti. Appena scesi, abbiamo finalmente potuto osservare da vicino il centro di Cracovia e cominciare a immergerci nella folla, multicolore non solo per le bandiere, non più solo italiane, ma anche per gli impermeabili che tutti i pellegrini indossavano per proteggersi dalla pioggia.
Avevo una gran paura di perdermi, così ho iniziato a tallonare il mio don dell’oratorio, finché non l’ho più scorto. A quel punto, non potevo fare altro che incollarmi allo zaino di un altro dei miei compagni.
Intanto gli altri accompagnatori avevano deciso di cercare un simbolo visibile dall’alto, sempre per evitare smarrimenti. Io avevo con me un ombrello arcobaleno, ma era un po’ rotto, quindi non mi sono fatta avanti. La suora che era con noi, invece, ha offerto il suo, sul quale campeggiava un’immagine del Colosseo di Roma, che ha ispirato un altro dei nostri sacerdoti per il grido con cui richiamarci. Bastava che gridasse: «MILANO COLOSSEOOOOOO!!!» e subito sapevamo dove si trovava la testa del gruppo.



Le parole di papa Francesco e l’amarezza nel cuore

Dopo un’altra oretta di cammino abbiamo cercato di sistemarci in un punto comodo per veder passare il Santo Padre: con stupore comprensibile, l’abbiamo scorto mentre arrivava in tram, forse in ricordo dei tempi in cui, nella sua precedente diocesi, si spostava coi mezzi.
La cerimonia di accoglienza si è aperta con un breve momento di danze popolari, seguito dalla sfilata delle bandiere dei paesi partecipanti alla GMG, accompagnate dall’immagine di un Santo o un Beato corrispondente a ciascuno dei sei continenti (l’America era divisa tra Nord e Sud). Almeno di fama, li conoscevo quasi tutti e presumo che fossero operatori di misericordia; all’Europa, per esempio, era abbinato san Vincenzo De Paoli, mentre l’ormai quasi santa Teresa di Calcutta, benché europea di nazionalità, era stata associata all’Asia, sua terra di missione.
Sempre ai santi, stavolta giovani, era dedicato il terzo momento, con istanti leggermente di cattivo gusto (una santa Teresa di Gesù Bambino col rossetto!) e altri in cui ho ancora una volta mostrato la mia anormalità rispetto ai giovani comuni. Uno fra tutti, quando ho riconosciuto che due attori interpretavano i beati Michał Tomaszek e Zbigniew Strzałkowski, francescani martiri in Perù nel 1991.
Con tutti gli altri ho gridato il mio “sì” a un mondo nuovo, a un cambiamento possibile, al dono della misericordia offerto in Gesù di cui ci ha parlato papa Francesco. Tuttavia, mi sentivo incompleta, irrisolta, diversa dalla marea umana che, quasi schiacciandomi, mi circondava. Il motivo: temo di essere una di quei giovani che vivono in panchina o sul divano e che fanno tanto soffrire il cuore del Santo Padre. Mi credo chissà chi perché conosco a menadito le vite dei santi più assurdi, ma non riesco a far germogliare la misericordia in me, né a viverla con gli altri.

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Una conclusione non molto allegra, lo ammetto, ma è proprio così che mi sentivo e che mi sento ancora, a quasi due settimane di distanza. Però l’intuizione che ho avuto costituisce una gran consolazione, di certo.

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