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sabato 7 ottobre 2017

Padre Arsenio da Trigolo: la rivincita degli umili


Ritratto fotografico di padre Arsenio,
ritoccato e ritagliato da una foto di gruppo (fonte
Chi è?

Giuseppe Antonio Migliavacca nacque a Trigolo, in provincia e diocesi di Cremona, il 13 giugno 1849, quinto dei dodici figli di Glicerio Migliavacca e Annunziata Strumia. Entrò a tredici anni nel Seminario di Cremona e fu ordinato sacerdote nel 1874.
Dopo quasi due anni di ministero, svolti a Paderno Ponchielli e Cassano d’Adda, nell’ottobre 1875 don Giuseppe scelse di entrare nella Compagnia di Gesù: pronunciò i voti solenni il 5 agosto 1888, con la qualifica di “coadiutore spirituale”. Svolse quindi i servizi della predicazione e della direzione spirituale, specie a Piacenza e Venezia. Pochi anni dopo, accusato di “imprudenze” da parte dei suoi superiori, dovette dimettersi dalla Compagnia, oppure avrebbe potuto restarne membro, ma escluso dal ministero apostolico.
Mentre aspettava di capire come muoversi, fu invitato dall’arcivescovo di Torino, monsignor Davide dei Conti Riccardi, a predicare un corso di Esercizi spirituali a un gruppo di giovani donne dedite alla cura degli orfani. Il gruppo era stato radunato da Giuseppina Fumagalli, una donna che non era più suora, ma continuava a comportarsi come tale, affermando di essere la fondatrice delle “Suore della Consolata”, mai approvate ufficialmente. Don Giuseppe diede una formazione a quelle donne, adattando per loro le regole ignaziane: nel 1893, con la prima professione solenne, nacquero quindi le Suore di Maria SS. Consolatrice.
Dopo circa dieci anni, nuove accuse colpirono il fondatore: alcune suore gli rinfacciavano, tra l’altro, atteggiamenti dispotici, quando invece lui aveva cercato d’insegnare loro come servire il prossimo attraverso tutte le opere di misericordia. Don Giuseppe fu pertanto estromesso dalla guida dell’istituto nel 1902.
Chiese quindi di essere ammesso tra i padri Cappuccini: iniziò il noviziato a Lovere e cambiò nome in padre Arsenio da Trigolo. Ammirato dai confratelli più giovani, visse nel convento di Borgo Palazzo a Bergamo, dedicandosi ancora alla predicazione e alle confessioni, oltre che alla cura del Terz’Ordine francescano. Non fece mai parola della sua vita passata, compresa la fondazione delle suore. Malato di arteriosclerosi, morì a Bergamo il 10 dicembre 1909.
La sua causa di beatificazione si è svolta a Milano, sede dal 1898 della Casa madre delle Suore di Maria Consolatrice, dal 3 aprile 1998 al 29 maggio 1999. È stato dichiarato Venerabile il 21 gennaio 2016. Dopo un anno esatto, il 20 gennaio 2017, è stato approvato il miracolo che lo porta alla beatificazione, che è stata celebrata oggi, 7 ottobre 2017, nel Duomo di Milano.
I suoi resti mortali sono venerati dal 1953 nella cappella della Casa madre delle Suore di Maria Consolatrice a Milano, in via Melchiorre Gioia 51.

Cosa c’entra con me?


Penso che molti fedeli ambrosiani si siano stupiti, al vedere il volto da asceta di padre Arsenio comparire sul manifesto ufficiale che annunciava la beatificazione. Come don Abbondio nei Promessi Sposi riguardo al filosofo Carneade, immagino che si siano domandati: «Padre Arsenio, chi era costui?».
La stessa domanda mi ha colta nel 2009, leggendo sul mensile diocesano Il Segno un articolo a firma di monsignor Ennio Apeciti, responsabile delle Cause dei Santi a Milano, che parlava di lui; era in occasione del centenario della morte. Mi colpì soprattutto la vita travagliata che ebbe: prete diocesano a Cremona, poi Gesuita, poi ancora quasi “chierico vagante” finché non divenne fondatore delle Suore di Maria Consolatrice e, in seguito, religioso cappuccino.
Nello stesso anno uscì una sua piccola biografia. Approfittando del fatto che una signora della mia parrocchia di nascita lavorava all’Istituto Maria Consolatrice annesso alla Casa madre delle suore, le chiesi di farmene avere una copia. Lo stile adoperato mi fece sentire un po’ meno pena per le sue vicissitudini e mi permise d’intuire che la sua vita non era stata costellata unicamente di sciagure.
In seguito, passando per il convento cappuccino di viale Piave a Milano, mi è capitato spesso di prendere l’Informativo, il piccolo periodico dedicato alla divulgazione della sua figura. Un’altra volta sono passata in Casa madre a prenderlo, ritirando anche qualche santino. Contrariamente a quanto faccio spesso, non ne ho buttato via neppure un numero, certa che prima o poi mi sarebbe servito per qualche altro scopo. In verità non ho proprio tutti i numeri, ma di sicuro sono abbastanza consecutivi dal 2015 in avanti.
Il motivo è che il 21 gennaio 2016, quando ho saputo del decreto sulle virtù eroiche, ho guardato subito se la scheda su santiebeati.it che lo riguardava fosse scritta bene, sia dal punto di vista della lingua italiana, sia da quello storico. Sul primo aspetto ho lavorato autonomamente, però sul secondo avevo bisogno di essere aiutata da qualcuno di più esperto.
Così, qualche giorno più tardi, ho telefonato in Casa madre, fissando un appuntamento con suor Adrianilde, la vicepostulatrice. Mi ha accolta in maniera molto benevola, guidandomi nelle correzioni e chiarendo i dubbi che mi erano venuti durante il lavoro di correzione. Sull’Informativo avevo letto che c’era un miracolo in esame, ma non sapevo se potessi parlarne nel mio testo. Suor Adrianilde mi rispose che potevo, dato che l’esame del processo a riguardo era abbastanza avanzato, ma mi conveniva sentire anche i Cappuccini della Postulazione generale.
Appena ho saputo del riconoscimento del miracolo, ho comunicato la mia esultanza alla vicepostulatrice, riferendole d’informarmi sulla data e il luogo della beatificazione. Non ce ne fu bisogno: a marzo scorso, trovandomi di passaggio in via Melchiorre Gioia, l’ho saputo personalmente.
Fin qui la storia di come ho saputo di lui, ma penso di dover raccontare anche gli aspetti per cui me lo sento vicino. Penso che rientrino soprattutto nell’impegno durato tutta una vita per moderare il proprio carattere, tendenzialmente riservato, ma non esente da scatti nervosi. Col tempo, l’allora don Giuseppe (o “padre Miglia”, da Gesuita: gli accorciarono il cognome, perfino!) comprese come frenarsi, così da essere più pronto ai colpi, non pochi, che la vita gli ha riservato.
Sento di dover spendere qualche parola anche sul comportamento delle suore nei suoi riguardi. Per lungo tempo non si sentivano di parlare di lui, né di chiamarlo “fondatore”: era come se la sua figura celasse degli aspetti controversi, su cui era meglio tacere. Solo una trentina d’anni dopo la sua morte, però, hanno ripreso a leggere le sue istruzioni, hanno compreso il suo ruolo nella loro storia e commissionato una prima biografia ai Cappuccini.
Così facendo, sono arrivate a maturare la fama di santità necessaria ad aprire la sua causa di beatificazione. A ben vedere, comunque, non hanno aspettato che fosse Servo di Dio per invocarlo: il miracolo che lo porta sugli altari rimonta al 17 ottobre 1947, quasi sessant’anni fa, a poco meno di mezzo secolo dall’effettivo avvio del processo diocesano. Viene da dire: meno male che non si sono fatte scrupoli sull’anticipare il giudizio ufficiale della Chiesa a suo riguardo!

Il suo Vangelo

Il messaggio che padre Arsenio ha incarnato con la sua vita è dettato da tre aspetti: umiltà, riservatezza, nascondimento. Ha puntato costantemente a condurre un’esistenza ritirata, interamente dedita a Dio e al prossimo, a costo di essere incompreso e frainteso. Sia nella voce dei superiori che lo dimettevano, sia in quella dell’arcivescovo di Torino che lo invitava, ma anche in quella del suo omologo milanese, riconobbe il volere di Dio, da accettare senza proteste.
Essere umile gli costava fatica, così, ormai cappuccino, si confrontò con le sue incoerenze:
Comprendi un poco, o Arsenio, il gran mistero che sei, chiedi al Signore la s. umiltà, e poi non vorresti le umiliazioni: che stramberia, che irragionevolezza è questa tua! vorresti il fine e non i mezzi. I mezzi per acquistare l’umiltà sono le umiliazioni ed oh! mediante la ripetizione di queste che si forma poi l’abito, la virtù dell’umiltà e così di tutte le altre virtù morali. È come fare un abito: ci vuole la stoffa e i punti; la stoffa può essere la volontà ossia anche la virtù isolata, i punti la formano al tuo dosso.
In questo modo, sia la volontà, sia l’umiltà l’hanno portato a essere il Beato che da oggi può essere invocato pubblicamente senza problemi e per il quale una folla notevole e inaspettata ha riempito il Duomo di Milano.

Per saperne di più

Mario Lessi-Ariosto S. J., Dio volle, fece e vinse – Giuseppe Migliavacca (Arsenio M. da Trigolo ofmc) 1849-1909, Edizioni ADP – Suore di Maria SS.ma Consolatrice, 1993: Volume I, pp. 328; Volume II, Documenti-Testimonianze, pp. 336.
La biografia più completa, basata su fonti documentali e d’archivio. Si può richiedere alle Suore di Maria Consolatrice.

Silvianita Galimberti, Padre Arsenio da Trigolo – “Chi ha cuore grande, farà cose grandi”, Velar-Elledici 2003, pp. 48, €3,50.
La Madre generale racconta la vita del Fondatore, immaginando che parli lui in prima persona.

Su Internet

Sito a cura della Provincia Lombarda dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini
Sito ufficiale delle Suore di Maria SS. Consolatrice
Sito della Fondazione Padre Arsenio Onlus, che sostiene le opere caritative delle suore in Italia e nei Paesi in via di sviluppo
Scheda biografica sull'Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni (non c’è più solo il testo da me corretto, ma anche uno del collega Gianpiero Pettiti)

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