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giovedì 26 aprile 2018

Ogni battito del cuore, un atto d’amore – La Serva di Dio Bertilla Antoniazzi (Cammini di santità #13)


Bertilla da bambina in ospedale
Qualcuno pensa ancora che ci siano persone da sopprimere solo perché non sembrano avere più le energie per vivere. Qualcun altro, invece, dimostra coi fatti che neppure la malattia può vincolare uno spirito aggrappato alla vita. Questo è il caso di Bertilla Antoniazzi, Serva di Dio vicentina, vissuta nella seconda metà del secolo scorso.
Avevo già dedicato un post a lei, ma sua sorella mi ha più volte esortata a parlarne anche altrove, magari sulla rivista «Sacro Cuore VIVERE». Ovviamente, non dipendeva da me, ma da direttore. Quando lui mi ha offerto l’occasione, ho deciso di prenderla come un modo per saldare il mio debito con lei.
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A Sant’Agostino, in provincia di Vicenza, nella primavera del 1964, il parroco del paese, don Antonio Rizzi, viene a visitare la penultima figlia della famiglia Antoniazzi, Bertilla, che sin da bambina ha una grave malattia cardiaca. La ragazza, che ha già 20 anni, lo accoglie, seduta a letto, e ascolta le sue parole. A un certo punto, don Antonio le domanda: «Bertilla, se riavrai la salute, che intenzioni hai?». La ragazza non risponde e si limita a guardarlo, mentre lui incalza: «Ti faresti suora?». Sa, infatti, che Bertilla ha una sorella tra le Francescane Elisabettine di Padova, e che ammira molto le suore dell’ospedale di Vicenza. La sua risposta, però, non è quella che il sacerdote si aspetta: «Non mi sono mai preoccupata di chiedermi se ho la vocazione di farmi suora, perché la mia vocazione è quella di fare l’ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose!». 

Il coraggio di vivere

Bertilla nasce a San Pietro Mussolino, sempre in provincia di Vicenza, il 10 novembre 1944. La sua nascita rappresenta un motivo di speranza, sia per i genitori, Antonio Antoniazzi e Luigia Grandi, sia per la sua piccola città, segnata dalla guerra. Cresce tranquilla, tra i giochi d’infanzia e le commissioni da sbrigare per conto della famiglia.
Nel dicembre 1952, però, si ammala: sembra un’influenza, che si risolve in poco tempo. Nel marzo seguente deve di nuovo lasciare la scuola, perché sente dolori fortissimi alle articolazioni. Ad agosto, in seguito a una crisi respiratoria notturna, si scopre cosa le sta succedendo: il medico le diagnostica un’endocardite reumatica.
Viene mandata quindi in colonia sui colli Berici perché respiri meglio. Col suo carattere allegro, non fatica a stringere nuove amicizie, capaci di consolare in parte la lontananza dalla famiglia. Dopo un ricovero in ospedale a Schio, nel febbraio 1955 torna a casa, ma deve restare a letto dove a volte vengono a visitarla i compagni di scuola. Bertilla apprezza la loro compagnia, ma questa non è la principale fonte della sua serenità: da qualche tempo, infatti, ha iniziato ad affidarsi pienamente al Signore.
Annota i suoi propositi su un apposito quadernetto: scrive piccole preghiere per i suoi cari, come quelle per il suo fratello minore, Egidio, che per una cura medica sbagliata, è diventato sordomuto. Col tempo, si aggiungono quelle per la Chiesa tutta, per la conversione dei peccatori e per le anime che nessuno ricorda. Per sé, invece, chiede: «Ogni movimento, ogni mia piccola azione, ogni battito del mio cuore, fa’ che sia un atto d’amore».

La grammatica del cuore 

A tredici anni, il suo percorso spirituale si affina ancora di più. Comincia ad annotare su un’agenda non le cose da fare e le persone da incontrare, ma le preghiere da offrire, con una scadenza precisa, legata alle devozioni più comuni, che lei reinterpreta a suo modo.
Il lunedì è dedicato alla preghiera per le anime del Purgatorio; il martedì, invece, è per i missionari e gli “infedeli”. Il mercoledì offre tutto per la conversione dei peccatori moribondi, mentre il giovedì lo fa per i sacerdoti. Per riparare le offese al Sacro Cuore di Gesù, cui la sua famiglia era consacrata, dedica la giornata del venerdì. Infine, il sabato e la domenica, sembra quasi ispirarsi alle richieste della Madonna a Fatima, visto che s’impegna rispettivamente a ricordare i “poveri peccatori” e la conversione della Russia. A queste “scadenze”, Bertilla accompagna altri impegni ben precisi, scritti certamente con una grammatica stentata – la sua formazione scolastica era stata frammentaria – ma con un cuore traboccante. «Farò di gusto la faccenduola che più mi dà noia», annota ad esempio, oppure: «Offrendoli al Cuor di Gesù, trasformerò in preghiera tutti i miei dolori».
All’esterno, i suoi familiari la vedono sorridere e incoraggiare gli altri, ma anche lei ha i suoi momenti di sconforto, soprattutto confrontando la sua vita con quella delle sue coetanee. Scrive a suor Stella, una delle suore Dorotee dell’ospedale di Vicenza, per chiederle aiuto: «A volte il lavoro dell’ammalata è molto duro, ma tutto questo avviene perché sono cattiva e poco generosa nell’accettare con amore tutto quello che Dio mi manda. Ma d’ora in poi voglio essere più forte».

In dialogo con le amiche 

Sia quando è a casa, sia quando è in ospedale, Bertilla si circonda di amiche. Sui suoi taccuini sono stati trovati molti indirizzi di ragazze che sono state ricoverate insieme a lei. Condivide con loro le sue giornate e i momenti gioiosi che vive: «Senti, Pierina, ti devo dire una novità. A te non sembrerà niente, ma a me sembra una grande cosa, perché sono sempre a letto: ieri sono andata in chiesa, quella dell’ospedale… erano ormai due anni che non entravo in una chiesa!... e non puoi immaginare il mio stupore… ero così agitata che non sapevo neanche cosa dire a Gesù; ma Lui ha visto tutto, ha letto anche nel mio cuore».
A volte si sfoga: «Non puoi immaginare – confida a Graziella Pietrobon, allieva infermiera – la voglia che mi viene in certi momenti di andare fuori; specialmente domenica c’erano qui tutti i miei nipotini che giocavano all’aria aperta e al sole, io che vado matta per i bambini non ho potuto neanche vederli. Che voglia. Ma pazienza».
Esorta poi un’altra, Angelina, conosciuta in ospedale: «Cerca di pregare e di amare il Signore, offri a Gesù le tue sofferenze per la salvezza delle anime e così avrai molto merito in cielo. Se qualche volta ti trovi sola, pensa che Gesù ti è sempre vicino e la Vergine Santa con il suo manto ti copre e ti dà forza». Da buona vicentina, ha in mente l’immagine venerata nel Santuario di Monte Berico, dove la Madonna tiene alcuni fedeli al riparo, protetti dal suo manto.

In compagnia della Madonna e dei Santi 

Nella vita di Bertilla la Madonna ha da sempre un grande spazio. Mamma Luigia le ha insegnato ad amarla e a pregarla, specie col Rosario, recitato insieme ai familiari e ai vicini di casa. Quando è in ospedale, la ragazza sgrana più e più volte la corona che le era stata portata da una delle sorelle, come ricordo di Terra Santa.
Da piccola era andata con i fratelli a Chiampo, ad un Santuario della Madonna di Lourdes, voluto dal Beato francescano Claudio Granzotto. La sua gioia è ancora più grande quando, nell’autunno 1963, a Lourdes può visitare la vera grotta davanti alla quale santa Bernadette vide “la bella Signora” vestita di bianco. Durante il viaggio non ha grossi problemi e gusta profondamente ogni singolo attimo. Al ritorno scrive a sua sorella Rita, che ora è diventata suor Pialuigia: «Si andava via dalla grotta contenti e rasserenati di fare la volontà di Dio anche nella più grande sofferenza».
Le è molto cara, poi, santa Maria Bertilla Boscardin, della stessa congregazione delle suore che l’accudivano in ospedale, le Suore Dorotee di Vicenza, di cui ha letto a sedici anni una biografia. Come lei, cerca di essere semplice e generosa, anche quando i dolori del fisico e le amarezze dello spirito si fanno più sentire. Spesso, poi, legge ad alta voce le vite dei Santi alle altre compagne di degenza, ma non disdegna di raccontare qualche barzelletta, al posto di storielle di dubbio gusto. In più, fa propria la “Preghiera dell’abbandono” del Beato Charles de Foucauld.
La sua spiritualità è aperta al mondo e ha il respiro della comunità ecclesiale. Per questo sceglie di aderire all’Azione Cattolica non solo formalmente tanto che nell’aprile1964, anche se è a letto in casa, sostiene ugualmente gli “esami di cultura” previsti dal cammino dell’associazione. Dal 1959, infine, è abbonata alla rivista del Centro Volontari della Sofferenza, cui s’iscrive nell’ottobre 1964.
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Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 2 (marzo 2018), pp. 16-17 (visualizzabile qui)

L’articolo finisce così, senza il finale che avevo preparato, penso per motivi di spazio: lo trascrivo qui sotto.

Bertilla parla ancora

Dal mese di luglio dello stesso anno, però, Bertilla è di nuovo nell’Ospedale Civile di Vicenza, per l’ultima volta. Sente di avere ancora qualcosa da offrire: tramite padre Arcangelo Berno, che nei mesi precedenti aveva sostituito il cappellano, fa voto di castità fino alla sua guarigione, il che equivale, lei lo sa, fino alla fine dei suoi giorni. Dieci giorni più tardi, il 22 ottobre, riceve la sua ultima Comunione: accanto a lei, a suggerirle le preghiere, c’è suor Pialuigia. Alle 20.30, Bertilla rende l’anima a Dio. Le compagne di malattia, i medici e le infermiere sono convinti di aver assistito al transito di un’anima speciale.
A cinquant’anni da quel momento, la Chiesa di Vicenza ha iniziato la causa per dimostrare l’eroicità delle virtù di Bertilla, conclusa il 25 marzo 2015 e integrata da un’inchiesta suppletiva. Come allora, tramite le sue lettere, così oggi lei continua a incoraggiare chi si trova nella sua stessa condizione e anche chi gode di buona salute, ma soffre interiormente. Lo diceva già al cugino Aldo, malato di sclerosi multipla: «Ti esorto di non lasciar andare perduto un solo momento della tua sofferenza, senza averla posta nelle mani di Gesù. Vedrai che Egli ti darà ogni aiuto».

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