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lunedì 10 dicembre 2018

CineTestimoniando #8: «Uomini di Dio» (Corona d’Avvento dei Testimoni #2)


La locandina italiana del film (fonte)
Des hommes et des dieux, Francia 2010, Xavier Beauvois, Armada Films, France 3 Cinéma, Why Not Productions, 120’

Questo sabato, a Orano in Algeria, sono stati beatificati il vescovo Pierre-Lucien Claverie e altri diciotto religiosi, riconosciuti come martiri perché scelsero di restare al servizio del popolo algerino, che amavano, rispettavano e nel quale avevano molti amici.
Sette di essi, però, sono più famosi degli altri, e la loro fama ha contribuito a dare alla beatificazione di ieri un risalto mediatico superiore alla maggior parte delle cerimonie di questo genere. Parlo dei sette monaci trappisti del monastero di Nostra Signora dell’Atlante (o, se preferite la formulazione francese, Notre Dame de l’Atlas; io abitualmente traduco i titoli delle chiese e dei monasteri, come anche i nomi geografici se hanno un corrispettivo in italiano) a Tibhirine.
Inizialmente, ero indecisa se dedicare loro un post di tipo classico o la recensione di Uomini di Dio, il film che ripercorre i loro ultimi anni, da poco prima del rapimento a quel tragico 24 marzo 1996. Alla fine ho optato per questa recensione, perché temevo di non aver granché da dire riguardo al legame che ho con loro, ma che comunque esiste.
Il collegamento con la Corona d’Avvento dei Testimoni 2018, ossia il mio percorso di avvicinamento al Natale tramite testimonianze specifiche, risiede non solo nel fatto che sono stati beatificati due giorni fa, ma anche nella tematica profondamente natalizia insita nel film.
Le immagini, laddove non indicato, sono tratte dalla scheda del film presente sull’Internet Movie Database.

La trama in breve

A Tibhirine, un villaggio nei pressi della catena montuosa dell’Atlante algerino, una comunità di otto monaci trascorre le proprie giornate tra preghiera e lavoro, con molti scambi e contatti con gli abitanti del luogo.
La notte del 24 dicembre 1993, alcuni uomini armati arrivano nel monastero e domandano di vedere il superiore, padre Christian de Chergé (Lambert Wilson). Gli pongono alcune condizioni, ma il monaco accetta solo quella per cui il loro medico, fratel Luc Dochier (Michael Lonsdale), debba curare i loro feriti.
Da quel momento, il clima nel monastero cambia, anche perché in tutta l’Algeria si moltiplicano uccisioni da parte degli islamisti che hanno preso il potere nel Paese. Mentre padre Christian s’interroga sul senso della presenza della comunità anche in quella situazione, anche gli altri monaci, il più giovane dei quali, padre Christophe Lebreton (Olivier Rabourdin), è anche il più tormentato, si domandano se sia più opportuno restare o lasciare l’Algeria.

Considerazioni di stile

Il panorama tra montagna e deserto ha la sua importanza
A differenza della maggior parte delle produzioni che ho recensito in questa rubrica, Uomini di Dio è realizzato con mezzi professionali e recitato da attori di mestiere. Si nota principalmente nella ripresa di piani lunghissimi che fanno risaltare il panorama in cui è immerso il monastero, ma anche nella fotografia, luminosissima per gli esterni, più smorzata negli ambienti monastici.
Il ritmo della narrazione scorre in maniera molto lenta, almeno per la prima mezz’ora. Da quando i personaggi cominciano a parlare degli asssasinii avvenuti in mezzo alla popolazione e se ne vede uno (consiglio ai più sensibili di distogliere momentaneamente lo sguardo), l’ansia comincia a montare e non viene meno neanche quando i monaci intonano i loro canti, a cui cercano più che mai di dare senso.
Proprio i canti dei trappisti compongono la maggior parte della colonna sonora: per impararli a dovere, insieme agli altri usi della vita monastica, gli attori hanno soggiornato per qualche tempo nell’abbazia di Tamié, da cui provenivano i veri padre Christophe e fratel Paul (interpretato da Jean-Marie Frin). L’unico brano musicale presente segna il culmine del dramma, nella cena che precede il rapimento dei monaci.
Dopo aver letto parecchio sui sette monaci, credo proprio che ci sarebbe stata bene anche Non, je ne regrette rien, la canzone che fratel Luc avrebbe voluto per il proprio funerale, ma forse non è stata concessa per motivi di diritti. Avrebbe allentato la tensione, ma avrebbe anche costituito una forma di straniamento rispetto alla tragedia che si stava per consumare.
Proprio il personaggio di fratel Luc appare l’unica concessione a momenti in cui si sorride, se non propriamente di commedia. Il suo carattere burbero si stempera di fronte alle cure da prestare ai bambini, o di fronte alle reazioni nervose di padre Christophe, che scusa prontamente, parlando tra sé e sé, o meglio, con Dio.
La sequenza del Capitolo (la riunione periodica dei monaci) decisivo, in cui ciascun monaco dichiarerà se partire o restare, si apre con l’inquadratura del tavolo a cui sono seduti i religiosi, che stringe sempre di più su padre Christian, finché lui non pone la domanda ai confratelli. A quel punto, la camera stacca sugli altri monaci, ancora a mezzo busto. Solo nella scena della cena, dopo quasi due ore di film, i loro volti sono ripresi in primissimo piano, per trasmettere l’alternanza tra i sorrisi e le lacrime che li animano, segno di disponibilità e di tormento allo stesso tempo.
Quanto alla somiglianza fisica tra i monaci e gli attori, non è evidentissima, almeno in base alle fotografie che abbiamo di loro. Al regista interessava più mettere in scena i motivi delle loro scelte, che ricalcare l’apparenza fisica esteriore. Riguardo alle fotografie, è interessante mettere a confronto quella vera con quella che, nella finzione almeno, è scattata da padre Bruno Lemarchand (Olivier Perrier), che era di passaggio a Tibhirine ma condivise il martirio degli altri monaci: le pose sono praticamente identiche.

La comunità dei monaci al completo (compresi anche i due sopravvissuti) nella realtà (fonte)...
... e nella finzione
I numerosi premi vinti dal film, a livello internazionale e nazionale – il più importante è il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, secondo solo alla Palma d’Oro – confermano la qualità del prodotto.

Considerazioni di fede

Non ho affatto memoria di aver sentito parlare dei sette Beati martiri di Tibhirine prima dell’uscita del film. Neppure avevo mai letto il testamento di padre Christian, in nessuna occasione. Avevo voglia di andare a vederlo, ma le persone con cui uscivo all’epoca preferivano prodotti più disimpegnati, per non dire di pessimo gusto, per accontentare uno dei miei vecchi amici.
Nella mia parrocchia di nascita si parlò di farlo proiettare nella Quaresima successiva. Speravo davvero tanto che si riuscisse, anche se il salone-teatro non era attrezzato per il cinema, ma ammetto che avrei preferito che venisse proiettata la più recente fatica della GPG Film. Alla fine, l’idea cadde e non volli nemmeno provare a vedere se la pellicola fosse in circolazione in qualche Sala della Comunità nelle vicinanze.
Padre Christophe si dispone ad accettare di morire
(magari quella luce può sembrare retorica)
Poco dopo aver cambiato casa, durante la Via Crucis nel Duomo di Milano, ho sentito recitare una delle poesie di padre Christophe. Il suo «In piena verità, va tutto bene» e l’interpretazione che ne diede monsignor Mario Delpini, all’epoca Vicario generale, m’incoraggiarono nel periodo della sede vacante seguita alle dimissioni di papa Benedetto XVI. Il testo era stato preparato da tempo: credo che nessuno avrebbe mai immaginato come potesse risultare calzante.
Anche per quella ragione, ho cominciato a interessarmi ai sette monaci. Ho preso un sussidio per la meditazione credendo che ci fossero le poesie di padre Christophe, ma in realtà conteneva alcuni scritti di fratel Luc. Poi, non ricordo come né perché, ho chiesto in prestito a uno dei giovani che avevo appena conosciuto il DVD del film. Prima di questa recensione ho dovuto rivederlo perché non ricordavo bene tutto.
Di certo, mi era rimasta impressa la figura di padre Christophe, coi suoi tormenti e con la reazione di fuga alla prima visita degli islamisti. Qui credo ci fosse un errore: il resoconto dei sopravvissuti dice che lui e l’altro monaco che si erano nascosti in cantina sono usciti quando padre Christian ha suonato la campana per la preghiera delle Vigilie (e per la Messa nella notte di Natale), ma nel film arriva un altro monaco a chiamarli.
Il discernimento comunitario e dei singoli è descritto con efficacia, senza concessioni a sentimentalismi. Ciascun monaco è presentato con le proprie ragioni e nella progressiva maturazione della scelta definitiva: fratel Paul, rievocando un suo breve ritorno nel mondo, afferma che non starebbe bene in nessun altro luogo se non in monastero, mentre fratel Luc si definisce «uomo libero» anche di fronte alla morte.
Il dialogo tra padre Christian e padre Christophe risulta di certo come un tentativo d’incoraggiamento, però, quando lui ricorda al confratello più giovane che la sua vita è già stata donata, sente quelle parole come rivolte a se stesso: si capisce dall’espressione tesa e commossa del suo volto.
Anche il discorso che il priore pronuncia in Capitolo, sul tema dell’Incarnazione, risulta lontano da scene simili viste in altre produzioni, dove le parole sono accompagnate da musiche ad effetto.
Padre Christian in mezzo al popolo per cui ha dato la vita
Il messaggio fondamentale rappresentato dalla testimonianza di tutta la comunità, ovvero la fraternità vissuta nei confronti di popolazioni diverse per cultura e religione, è veicolato con efficacia. Ne sono esempio le scene in cui i monaci partecipano a una festa popolare, o quelle in cui lavorano fianco a fianco con i contadini che li aiutavano nei campi, ma anche i contrasti con le autorità del villaggio, che, a differenza degli uomini armati, vorrebbero proteggerli. Anche il fatto che sulla scrivania del priore, accanto a molti libri su santi cattolici, spicchi il Corano aperto a metà, segno che lo stava consultando, è indizio del suo desiderio di voler capire il popolo algerino e trovare segni positivi anche nell’Islam.

Un personaggio che forse poteva essere scelto come chiave d’osservazione esterna in tal senso, e che quindi appare poco sfruttato, è quello della giovane Rabbia (Sabrina Ouazani). In mano ad altri autori avrebbe rischiato di diventare soggetto di un Inutile Filarino Amoroso non ricambiato (l’aspetto che più m’innervosisce in film e fiction su santi e affini) con padre Christophe, ma qui viene solo fatto intuire: prima parla d’amore con fratel Luc e afferma di non provare nulla per un ragazzo che le viene imposto dalla famiglia, poi scambia uno sguardo inequivocabile col più giovane dei monaci. Grazie al Cielo, quest’aspetto viene fatto cadere, ma da allora in poi la ragazza non compare più.
Un aspetto che ho sentito venire meno, dopo aver letto i libri che indico sotto, è il legame che i sette dell’Atlante avevano con gli altri martiri beatificati con loro. Alcuni li conoscevano direttamente perché partecipavano al Ribât es-Salâm, il gruppo di dialogo guidato da padre Christian. Altri li sentivano come veri fratelli e sorelle, uniti dalla stessa testimonianza.


Fratel Luc era in comunione con i suoi pazienti,
ma ora lo è anche con l'attore che lo ha interpretato
Merita poi un discorso a parte l’esperienza dell’attore Michael Lonsdale. Credente da quando aveva sedici anni, ha più volte affermato di aver sentito qualcosa di speciale, mentre interpretava fratel Luc.
Ha anche scritto un libro su questa che mi viene da definire un’esplicazione cinematografica del principio della Comunione dei Santi, leggermente ravvicinabile alla leggenda di san Genesio di Roma o Genesio il Mimo, patrono degli attori.
La rappresentazione delle liturgie monastiche, infine, mi pare abbastanza accurata, per quel che so. Se tradurre i canti facendoli intonare in italiano sembrava troppo complicato (del resto anche nei musical ormai le canzoni non sono più doppiate), mi sarei aspettata una cura maggiore nei sottotitoli, facendo corrispondere ai testi liturgici in italiano quanto compariva sullo schermo. Comprendo invece che, per ragioni di doppiaggio, l’acclamazione a cui i monaci rispondono quando padre Bruno proclama il Vangelo non fosse uguale a quella in uso in Italia.
Alla mia fede, comunque, i sette Beati martiri dicono moltissimo, specie sulla necessità di testimoniare in un ambiente non più totalmente cristiano e in dialogo con persone di religione islamica, o che si dichiarano non credenti.
Soprattutto, padre Christian e confratelli mi hanno insegnato che, come ha fatto notare il postulatore della causa dei diciannove martiri, il dialogo si fa in due: prima che i fatti della vita me lo facessero assaporare, non ci avevo mai pensato.
Non li capivo, quando ho visto il film la prima volta; ora, anche dopo aver letto testimonianze analoghe (penso a quella del Beato Charles de Foucauld o di don Andrea Santoro), li comprendo molto meglio nella loro necessità di essere oranti in mezzo ad altri fratelli. Già, perché, al di là delle circostanze storiche, non li hanno uccisi i terroristi islamisti, ma dei fratelli che, al contrario di loro, li hanno visti come dei nemici.

Consigliato a…

Quanti credono che il dialogo interreligioso non possa funzionare perché gli altri sono troppo diversi, ma anche a quanti hanno sentito parlare per la prima volta dei sette martiri in questi giorni, per la fedeltà estrema alla realtà storica.
Lo suggerisco anche come preparazione al Natale, sia per l’ambientazione natalizia – la prima visita degli islamisti avviene la notte della Vigilia – sia per il discorso di padre Christian sull’Incarnazione, situato quasi sul finale.

Valutazione finale

1/2

Dopo aver rivisto il film, in cui ricordavo l’equilibrio tra mezzi tecnici di qualità e il contenuto di fede da essi veicolato, ho abbassato di mezzo punto la mia valutazione. Volevo infatti dargli il massimo dei voti, ma temo che la lentezza eccessiva non deponga molto a suo favore.
In ogni caso, penso che dopo Uomini di Dio il cinema religioso cattolico, specie quello biografico, abbia non solo ricevuto dei nuovi e più alti criteri a cui ispirarsi, ma anche compreso che le vicende di Testimoni esemplari non debbano più essere riservate a un pubblico credente, sperando in distributori che possano investire su di esse.


Per saperne di più 

Frère Christian de Chergé e gli altri monaci di Tibhirine, Più forti dell’odio, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2010, pp. 292, € 15,00.
La raccolta organica di gran parte degli scritti dei monaci era già stata edita nel 2006, ma l’uscita del film ha portato a una nuova edizione. 

Bernardo Olivera, I sette uomini di Dio - Un testimone racconta la vicenda dei martiri di Tibhirine, Àncora 2012, pp. 160, € 15,00.
La riedizione aggiornata (ma risalente a sei anni fa) del volume che raccoglieva le prime testimonianze dei sopravvissuti e alcuni scritti dei monaci, a firma dell’allora Abate generale dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (il nome esatto dei Trappisti). 

Thomas Georgeon, Christophe Henning, «La nostra morte non ci appartiene» - La storia dei 19 martiri d’Algeria, EMI 2018, pp. 208, € 16,00.
Scritto dal postulatore della causa dei diciannove Beati e da un giornalista, non parla solo dei sette monaci, ma anche degli altri religiosi compresi nel gruppo.

Thomas Georgeon, Françoise Vayne, Semplicemente cristiani - La vita e il messaggio dei beati monaci di Tibhirine, Libreria Editrice Vaticana 2018, pp. 188, € 13,00.
Questo invece si concentra sui monaci, sviluppandone i profili e le azioni. 

Il film in Italia è stato distribuito nelle sale da Lucky Red ed è tuttora disponibile in DVD anche nelle librerie non cattoliche e nei negozi online.


Su Internet

Sito del monastero di Tibhirine
Sito dell’Association des 7 de l’Atlas, che ha collaborato alla loro causa
Scheda del gruppo sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni (al momento è incompleta perché mi sono concentrata sulle schede singole degli altri dodici Beati)

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