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giovedì 31 gennaio 2019

In galera, ma da prete e da salesiano – Don Luigi Melesi (Cammini di santità #21)


Fonte
Il 10 luglio 2018 ho saputo che era appena morto don Luigi Melesi. Il suo nome non mi era nuovo: quando ho dovuto scrivere di Giulio Rocca e di don Daniele Badiali per Sacro Cuore VIVERE, la rivista dei Salesiani di Bologna, mi ero imbattuta in don Piero, suo fratello, iniziatore dell’Operazione Mato Grosso.
Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere di lui, prima o poi. Intanto, però, mi sentivo in dovere di partecipare ai suoi funerali. Ho quindi telefonato al direttore della rivista, sperando che quella potesse essere un’occasione per rivederci. Purtroppo aveva alcuni impegni, per cui non poté venire a Milano.
Nel corso della conversazione, mi suggerì di prepararmi su Giorgio La Pira. Sono trasalita: l’accordo prevedeva che avrei dovuto realizzare altri tre articoli, di cui l’ultimo era praticamente finito, poi la collaborazione sarebbe terminata. Il direttore, a quel punto, ha confermato che potrò continuare ancora per quest’anno: i lettori gradiscono, a lui la mia prosa piace e io stessa sono desiderosa di mettermi ancora alla prova e di conoscere nuove figure, o di trovare aspetti inediti di quelle che già conosco.
Così, arrivata all’articolo di dicembre, gli ho fatto presente che don Luigi sarebbe stato un ottimo soggetto per il numero di gennaio: in quel mese, infatti, ho sempre parlato di qualcuno collegato a vario titolo alla Famiglia Salesiana. La proposta è stata accettata: ho quindi ripreso le bozze di un vecchio pezzo, integrandole con altre informazioni tratte dal Bollettino Salesiano.
La mia fonte principale è stata tuttavia Prete da galera, il libro uscito nel 2010 in cui Silvio Valota ha raccolto dalla viva voce di don Luigi il racconto di una vita spesa per i giovani e i carcerati. Verrà presto ripubblicato, suppongo in una versione aggiornata, nella collana di libri La Chiesa con il grembiule: sarà allegato al numero 6 del 2019 di Famiglia Cristiana, che esce la prossima settimana (scusate il messaggio promozionale), ma suppongo che dopo qualche mese sarà nelle librerie da solo.
Mentre scrivevo, tornavo con la memoria a quando ho varcato per la prima volta l’ingresso del carcere di San Vittore, dove don Luigi è stato cappellano per quarant’anni. Mi è servito molto per fare una sorta di composizione di luogo e per scegliere l’episodio di partenza. Il 1° gennaio di quest’anno sono tornata lì, per ringraziare Dio di avermi aiutata a svolgere un buon servizio alla memoria dell’ex cappellano e al bene che ha compiuto tra i “raggi” del penitenziario milanese.


* * *
Milano, istituto penitenziario di San Vittore. Il cappellano del carcere, don Luigi Melesi, ha chiesto al direttore di celebrare la Messa domenicale nel corridoio del primo Raggio: lì sono rinchiusi alcuni componenti della formazione terroristica delle Brigate Rosse. Già la domenica precedente aveva celebrato nello stesso luogo, ma non aveva ottenuto nessuna risposta da parte dei detenuti.
Don Luigi monta personalmente l’altare, poi si prepara per la celebrazione. Nell’omelia parla dell’uomo che soffre, che è tradito, che è escluso. Dalle celle chiuse, nessuna risposta. All’improvviso si apre uno spioncino, quel tanto che basta perché il cappellano possa infilare la mano. Un’altra mano la stringe e l’accarezza, mentre viene sfiorata dalle lacrime e dai baci di un detenuto: «Padre, abbiamo bisogno di lei», esclama una voce, mentre si aprono altre tre porte. Così è iniziato il dialogo tra don Luigi e quei detenuti che in gergo erano detti “irriducibili”, ma nei quali, come insegna san Giovanni Bosco, poteva esserci «un punto accessibile al bene».

Prime esperienze tra i giovani

Don Luigi nasce a Cortenova, in provincia di Lecco, il 4 gennaio 1933, figlio di Efrem Melesi e Liduina Selva. Entrato tra i Salesiani di Don Bosco, come già aveva fatto suo fratello Piero, svolge il tirocinio formativo a contatto con i ragazzi del riformatorio Ferrante Aporti di Torino. Dopo l'ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1960, viene destinato al Centro Salesiano «San Domenico Savio» di Arese, come insegnante di disegno grafico. Nello stesso periodo si laurea in Lettere, ottenendo nel 1971 l’abilitazione all’insegnamento della stessa materia.
Le scolaresche del Centro di Arese sono composte da oltre duecento ragazzi provenienti da tutta Italia, con storie personali e familiari molto dolorose. Già il primo giorno di scuola, don Luigi cerca d'instaurare un rapporto di fiducia con loro. Una volta esordisce affermando: «Io ho un gran desiderio...», poi lascia volutamente in sospeso la frase. «Quale?», domanda uno degli allievi. Sorridendo perché s’immaginava proprio quella reazione, risponde: «Alla fine dell'anno vorrei promuovervi tutti. Dobbiamo mettercela tutta, voi e io, perché sono convinto che a nessuno piaccia essere bocciato». Per i suoi ragazzi, don Luigi è capace anche d’intervenire presso il Ministero di Grazia e Giustizia, perché venga aumentata la retta mensile che spetta loro.

L’Operazione Mato Grosso e il ritorno ad Arese

Don Luigi non si limita ad ascoltare solo le loro confidenze e le loro reazioni. Nel 1964, infatti, suo fratello don Piero, missionario nel Mato Grosso, rivolge un appello perché qualcuno venga ad aiutarlo: in quella regione, infatti, non vogliono mettere piede neppure i preti. Rispondono in tre: don Luigi, don Ugo De Censi e don Bruno Ravasio, tutti Salesiani. Tre anni più tardi, accompagnano i primi giovani volontari, che hanno coinvolto durante i campeggi estivi in Val Formazza: ha così inizio l’Operazione Mato Grosso.
Per tre anni, don Luigi è direttore della comunità di Darfo (Brescia), poi, nel 1970, torna ad Arese, stavolta come direttore. All’ascolto dei ragazzi unisce quello delle loro famiglie, convinto com’è che gran parte del loro disagio sia dovuto alla situazione che vivevano in casa, prima di entrare in riformatorio. Per incanalare le loro migliori energie, fa loro recitare spettacoli tratti da episodi del Vangelo, oppure fa mettere in scena una Via Crucis drammatizzata. L’impatto è enorme: non solo i suoi testi vengono diffusi, ma gli stessi ragazzi coinvolti sentono di somigliare a Gesù, al Cireneo, alla Veronica.

L’arrivo a San Vittore

L’eco del suo operato arriva al cardinal Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, nel cui territorio diocesano si trova Arese. Tramite i superiori salesiani, gli dà l’incarico di cappellano di San Vittore, negli anni in cui, ai detenuti comuni, si affiancano i terroristi italiani, spesso in celle sotterranee, al buio: non a caso, in modo spregiativo, erano definiti “topi”. Don Luigi si appella alla Corte Europea di Strasburgo e riesce a ottenere condizioni più umane per loro. 
Anni dopo, definirà la sua opera come «bonifica della persona e della seminazione della Parola di Dio». Per lui, infatti, «La persona umana è educabile, può evolversi e trasformarsi, nel bene o nel male, può aprirsi alla verità ed essere illuminata, può addomesticare la propria aggressività, orientare verso il bene le sue forze e l'intera vita. Era ed è ancora possibile perché questo è già avvenuto e avviene ancora oggi. L'uomo malvagio torna a essere buono, diventa uomo di Dio». La Parola viene da lui seminata in omelie di fuoco, che gli ex detenuti ricordano ancora, a distanza di anni. Il rispetto per la loro dignità emerge poi da un gesto non comune, che compie nelle Messe solenni: passa a incensare i detenuti nei singoli Raggi.
In questa “seminazione”, don Luigi trova un alleato prezioso nel cardinal Carlo Maria Martini, dal 1980 arcivescovo di Milano. La sua disponibilità ad ascoltare i brigatisti e le sue catechesi alla radio, specie quelle sul Salmo 50, li convincono a cominciare un percorso di recupero. Alla fine, scelgono di consegnargli le loro armi, nel tardo pomeriggio del 13 giugno 1984. Quattro anni prima, al termine di una Messa, il salesiano aveva detto al vescovo gesuita, non ancora porporato: «Vedrà eccellenza, che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi».

Sempre dalla parte dell’uomo

Nel 2008 don Luigi, ormai anziano, lascia l’incarico di cappellano, per andare a vivere al suo paese, Cortenova, insieme alla sorella Tarcisia. Rimane in contatto lo stesso con i confratelli della comunità di Sant’Agostino a Milano, presso la quale risiedeva. Anche alcuni dei “briganti” di San Vittore (lui stesso li aveva presentati con quel termine al cardinal Martini) gli telefonano oppure vanno a trovarlo, per ringraziarlo di averli aiutati a tornare buoni.
Il 24 maggio 2013, nell’Aula Paolo VI dell’Università Pontificia Salesiana, riceve la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione Sociale per la sua capacità di educare tramite i mezzi espressivi del teatro e non solo, mai venuta meno neanche negli anni del carcere.
Nel discorso di accettazione si esprime così: «Don Bosco ricordava ai Salesiani, citando gli Atti degli Apostoli, che Gesù prima faceva poi insegnava. Subito mi sono messo dalla parte del colpevole. Anche in questo Gesù Maestro ce ne dà l'esempio. Non è infatti possibile aiutare una persona a cambiare la sua vita in meglio, se non ci si mette dalla sua parte, se non si prende a carico la sua vita e la sua storia. Solo così lo si può capire interamente, si può collaborare con lui a diagnosticare i mali che lo affliggono, e a trovare insieme i rimedi, per aiutarlo a riconquistare la vera libertà».
Don Luigi è morto il 10 luglio 2018 nell’ospedale di Lecco. I suoi funerali si sono svolti il 12 luglio 2018 nella chiesa di Sant’Agostino, alla presenza dei Superiori salesiani, delle autorità civili e di molti esponenti del mondo carcerario. All’uscita, è stata distribuita la sua immagine-ricordo, con alcuni versetti del capitolo 25 del Vangelo di Matteo e un pensiero scelto come sintesi della sua vita: «Aiutami, o Signore, a compiere la missione che oggi mi hai dato: annunciare ai poveri il tuo Vangelo, curare i cuori ammalati, liberare le persone schiavizzate, liberare i prigionieri, testimoniare la tua misericordia».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 1 (gennaio 2019), pp. 16-17 (visualizzabile qui)

giovedì 24 gennaio 2019

Odoardo Focherini: l’amore e la fiducia alla prova nei campi di concentramento

Chi è?

L’immagine ufficiale scelta per la beatificazione (fonte)
Odoardo Focherini nacque a Carpi, da genitori trentini, il 6 giugno 1907. Aderì giovanissimo all’Azione Cattolica, ricoprendo vari ruoli di responsabilità, tra i quali quello di presidente diocesano.
Sposò Maria Marchesi il 9 luglio 1930: ebbero sette figli. Lavorava nella Società Cattolica di Assicurazioni, ma per passione e apostolato era anche giornalista, specie per «L’Avvenire d’Italia».
Organizzò prima un ufficio di contatto con i soldati al fronte, durante la seconda guerra mondiale, ma in seguito formò una rete per l’espatrio di ebrei verso la Svizzera.
Ne salvò un centinaio, l’ultimo dei quali l’11 marzo 1944: lo stesso giorno, fu arrestato dalla polizia fascista. Passò per i campi di concentramento di Fossoli, Gries e Flossenburg, morendo, sul finire del dicembre 1947, nell’infermeria del campo di Hersbruck.
La sua causa di beatificazione, svolta nella diocesi di Carpi dal 1996 al 1998, ha portato al riconoscimento del suo martirio: è quindi stato beatificato il 15 giugno 2013 a Carpi, ma nel frattempo non erano mancati anche i riconoscimenti civili, come quello di Giusto tra le Nazioni.
Dei suoi resti mortali si è persa ogni traccia. L’unico oggetto che può essere considerato una sua reliquia, ovvero la sua fede nuziale, è esposto alla venerazione dei fedeli nella cattedrale di Carpi. La sua memoria liturgica cade il 6 giugno, giorno del suo compleanno, per le regioni ecclesiastiche dell’Emilia Romagna (dove visse) e del Trentino (cui era legato tramite i genitori e la moglie).

Cosa c’entra con me?


giovedì 3 gennaio 2019

Alessandro Galimberti c’entra ancora con me

Da quando una delle suore che mi parlarono di Alessandro mi diede la sua immagine-ricordo, la tengo nella mia copia del Nuovo Testamento in greco e italiano, che ho usato per l’esame di Letteratura Cristiana Antica; alla pagina dell’Unzione di Betania nel Vangelo di Giovanni, ovviamente
Sono trascorsi quindici anni esatti da quando Alessandro Galimberti, seminarista nativo di Lissone, ha lasciato questo mondo. Non posso fare a meno di continuare a pensare che mi abbia stravolto l’esistenza, facendomi riscoprire i doni che Dio mi ha dato e portandomi a sognare che, un giorno, potessero venire impiegati per il bene di tutti. In parte è successo, in parte è ancora da realizzarsi.
Quanto segue è frutto delle mie riflessioni personali e dell’idea che mi sono fatta di lui, mediante i suoi scritti e i racconti di persone che l’hanno conosciuto quand’era in vita; io, ribadisco, non ho mai potuto incontrarlo di persona.
Per approfondire la sua vicenda, rimando ai paragrafi Per saperne di più e Su Internet del post che ho pubblicato cinque anni fa.