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giovedì 3 gennaio 2019

Alessandro Galimberti c’entra ancora con me

Da quando una delle suore che mi parlarono di Alessandro mi diede la sua immagine-ricordo, la tengo nella mia copia del Nuovo Testamento in greco e italiano, che ho usato per l’esame di Letteratura Cristiana Antica; alla pagina dell’Unzione di Betania nel Vangelo di Giovanni, ovviamente
Sono trascorsi quindici anni esatti da quando Alessandro Galimberti, seminarista nativo di Lissone, ha lasciato questo mondo. Non posso fare a meno di continuare a pensare che mi abbia stravolto l’esistenza, facendomi riscoprire i doni che Dio mi ha dato e portandomi a sognare che, un giorno, potessero venire impiegati per il bene di tutti. In parte è successo, in parte è ancora da realizzarsi.
Quanto segue è frutto delle mie riflessioni personali e dell’idea che mi sono fatta di lui, mediante i suoi scritti e i racconti di persone che l’hanno conosciuto quand’era in vita; io, ribadisco, non ho mai potuto incontrarlo di persona.
Per approfondire la sua vicenda, rimando ai paragrafi Per saperne di più e Su Internet del post che ho pubblicato cinque anni fa.

Dall’entusiasmo alla prudenza

La mia percezione della sua testimonianza è cambiata da quel maggio o giugno del 2006 in cui le Figlie di San Giuseppe di Rivalba m’indicarono la sua foto, segnata da una croce, sul tradizionale tableau con le foto dei candidati al sacerdozio di quell’anno.
Sono passata da un entusiasmo a tratti esagerato a una prudenza che, tuttavia, non mi ha impedito di parlare. Più che distribuire a pioggia le immaginette con la preghiera Barattolo di nardo, ho iniziato a centellinarle, sia perché altrimenti mi sarebbe finita la riserva, sia per non causare confusione: dopotutto, è ancora un semplice Testimone.

Rileggendo gli scritti

La lettura delle lettere, delle pagine di diario e delle poesie nel libro uscito giusto cinque anni fa me l’ha restituito in tutta la sua verità, compreso nello sconforto, a tratti, per la malattia del sangue che l’aveva colpito, ma anche nei turbamenti che lo avevano colto quando, forse, ripensava al suo passato precedente l’ingresso in Seminario.
Proprio questo mi ha portata a domandare se fosse stato sincero con Gesù: se uno sceglie di diventare sacerdote, pensavo, deve esplicitare ancora di più di un comune fedele il comandamento dell’amore verso Dio. Altre persone che ho interpellato hanno provato a tranquillizzarmi: ho quindi capito che non avrebbe pregato con tale intensità se per lui il Signore non fosse stato davvero più importante di ogni cosa.
In ogni caso, ho pensato di dovermi moderare ancora di più nel relazionarmi con i seminaristi e i preti giovani di mia conoscenza. Più di una volta ho raccomandato loro di non pensare ad altro che alla propria formazione e di non lasciarsi distrarre da nulla e da nessuno, nemmeno da me; ragion per cui ho ridotto le visite in Seminario, le e-mail e i messaggi, perfino quei radi incontri di persona al termine di qualche celebrazione in Duomo o altrove.

Come sarebbe stato “don” Alessandro?

Ogni tanto, poi, mi sono ritrovata a fantasticare su che tipo di sacerdote lui avrebbe potuto essere. Ho pensato che, da buon ex-allievo salesiano, avrebbe avuto un occhio di riguardo per gli educatori dell’oratorio dove sarebbe stato destinato dopo l’ordinazione, incoraggiandoli a indicare ai ragazzi che Gesù non lascia mai solo nessuno.
Immaginando poi il suo stile di presenza sui social media e tenuto conto che, per quel che so, amava stringere relazioni con chiunque via lettere, e-mail e SMS, (Facebook non era ancora diffuso) ho ipotizzato che avrebbe potuto avere account su ogni social possibile e che avrebbe anche aperto un blog che sarebbe presto finito (perché no?) tra i miei preferiti. Quanto ai contenuti, sarebbe stato uno di quei preti che postano riflessioni sulla Parola del giorno e su come la vivono nei fatti della vita: in breve, un influencer del Vangelo.
Mi piace pensare che non avrebbe vissuto la liturgia personalizzandola in maniera eccessiva: era stato ministrante e aiuto-cerimoniere, per cui sapeva benissimo come i riti celebrati a dovere fossero un mezzo per lodare Dio. Se non ricordo male, in uno dei suoi ultimi contributi per Fiaccolina, scritti durante la degenza finale al Policlinico di Milano (al cappellano che gli suggeriva di riposare, rispondeva che i lettori l’aspettavano…), paragonava i gesti dei chierichetti, destinatari di quella rivista, alla danza del re Davide attorno all’Arca dell’Alleanza.
Purtroppo, però, queste rimangono fantasticherie; i fatti sono altri. Quando ne ho avuto la possibilità, li ho raccontati anche sulle pagine di Sacro Cuore VIVERE, dopo che il direttore, inizialmente, mi aveva chiesto di occuparmi di altre storie. In quell’articolo, che ho ripreso qui, ho provato a essere distaccata, ma non ci sono riuscita del tutto.

La diffusione del “profumo” continua

Intanto, però, continuavo a chiedermi perché la sua vicenda non avesse ancora varcato i confini nazionali. Certo, Voglio essere profumo, il film a lui ispirato, è stato richiesto ben oltre la Brianza e la Lombardia, ma non mi sembrava avergli ottenuto la notorietà di altri giovani: sia di quelli per cui, a fronte di una fama di santità non artificiosamente procurata, è stata aperta la causa di beatificazione e canonizzazione, sia di quelli che vengono nondimeno considerati esemplari e proposti a ragazzi e giovani.
Ho deciso quindi di attuare un ultimo tentativo, dopo il quale mi sarei limitata a pregare e sperare. Tre anni fa, partecipando alla presentazione dei palinsesti di TV2000, ho consegnato a un giornalista il libro degli scritti, domandandogli di farlo avere alla conduttrice del programma Bel tempo si spera. Ho ricevuto risposta tramite posta elettronica (avevo lasciato il mio indirizzo in un biglietto): da allora, ogni mattina, ho aspettato che la promessa contenuta nell’e-mail si realizzasse.
Il 15 febbraio 2018 ho scoperto, via Facebook, che il regista di Voglio essere profumo sarebbe stato ospite a Bel tempo si spera per parlare della sua ultima fatica, Cruxman. Avevo notato che, nel film, c’era un omaggio ad Alessandro, di cui era amico, ma non pensavo che anche in trasmissione ne avrebbero parlato. Una foto, però, mi faceva ben sperare: la conduttrice aveva in mano anche il DVD dell’altro film.
A quel punto, ho cercato la parte di trasmissione relativa. Quasi non potevo crederci: gli ultimi cinque minuti erano dedicati proprio a lui, citato con nome e cognome.


La sorpresa è stata grandissima, ma ancora di più lo è stato vedere che Alessandro è stato incluso tra i Giovani Campioni presentati in un recentissimo libro. L’autore mi ha raccontato di essere stato colpito dal suo percorso di discernimento e dal fatto che aveva ben chiara la meta da raggiungere mediante la vita in Seminario: la gioia vera e piena che deriva dall’essere sempre con il Signore.

Un segno, forse

Quando ho intervistato Lodovica Maria Zanet sui temi dei suoi libri, le avevo chiesto anche se fosse lecito invocare privatamente qualcuno che non fosse nemmeno Servo di Dio. La sua risposta affermativa faceva il paio con quello che mi suggerì un sacerdote: dovevo chiedere un segno, per essere certa che il giovane seminarista potesse intercedere per me.
Lo scorso ottobre, in una situazione molto difficile per la mia famiglia, mi è venuto spontaneo chiedere il segno che mi era stato suggerito. Mentre pregavo, mi è arrivato un messaggio via WhatsApp: conteneva il collegamento alle pagine di Aleteia dove, attingendo da Giovani campioni, si parlava di Alessandro. Ho avuto l’intima percezione che Dio mi volesse ricordare, ripresentandomi quella storia, che non dovevo essere pessimista. Pochi istanti dopo, la situazione ha iniziato a volgere al meglio.

Ritorno a Lissone

Così anche quest’anno, a Dio piacendo, sarò a Lissone, nella chiesa prepositurale dei SS. Pietro e Paolo, per la Messa del quindicesimo anniversario. Non so chi la presiederà, dato che neppure Insieme, il foglio informativo della Comunità Pastorale Santa Teresa Benedetta della Croce, ne dà notizia.
Quel che è certo, ringrazierò ancora una volta il Signore per avermi fatto incontrare Alessandro mediante la Comunione dei Santi: beninteso, nel senso di sancta, ossia delle “cose sante” di cui lui ha beneficato in vita e a cui io continuo ad attingere.
Infine, pregherò perché, se Dio vorrà, raccontare della sua vicenda e di tante altre, anche di persone viventi, possa servire per rafforzare la fede di molti, com’è successo a me.

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