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giovedì 14 maggio 2015

Madre Luisa Margherita e me #2: Diario Intimo



Secondo appuntamento con la mia lettura degli scritti della Venerabile Luisa Margherita Claret de la Touche, originariamente pubblicato sulle pagine di Betania – Ut sint unum di marzo-aprile 2015. Lo riprendo oggi perché è il giorno anniversario della sua morte, avvenuta nel 1915. Le suore di Betania del Sacro Cuore hanno solennizzato la ricorrenza con la Messa presieduta dal cardinal Bertone, ma non ho potuto esserci per via di altri impegni. Come al solito, leggete se vi va, altrimenti passate oltre.
* * *
Proseguendo il mio viaggio attraverso gli scritti di madre Luisa Margherita, in occasione del primo centenario della sua morte, ho seguito il consiglio delle suore di Betania. Dopo l’Autobiografia, era quindi naturale che mi confrontassi col Diario Intimo, per continuare a riconoscere cosa potessi avere in comune con la sua autrice.

In tutta sincerità, ammetto che non è stata una lettura facile, forse per la natura frammentaria del libro, composto da tre fonti diverse, o per i cambiamenti nello stile, che passa da un’iniziale riflessione su testi di spiritualità fino ad essere espressione di un messaggio genuino, riferito da nostro Signore stesso. Eppure, non mi sono fermata, volendo comprendere fino in fondo quanto Lui aveva da dire alla Sua sposa e, attraverso di lei, a tutti i sacerdoti.
Nelle Note stese dal 1890 al 1892 ho ritrovato quanto avevo già letto nell’autobiografia: la giovane Margherita aveva un continuo desiderio di perfezionarsi, di mettersi alla scuola del Maestro che aveva iniziato ad attrarla. In particolare, ho trovato molto curiosa la pagina in cui lei rinuncia per sempre ai gioielli con cui amava adornarsi, dimenticando – sono parole sue – il Creatore per piacere alle creature. Evidentemente, la sua era una reazione di rigetto verso il mondo che non l’attirava più, dopo aver riscoperto il nucleo della fede che, sino ad allora, viveva in maniera abitudinaria.
Il suo grido finale, «Che ne ho fatto delle primizie della mia giovinezza?», risuona spesso anche in me. Ho a volte l’impressione di non essermi spesa a sufficienza per i grandi ideali che il Santo Padre indica ripetutamente ai giovani, trincerandomi dietro un tentativo annacquato di praticare le virtù cristiane. Spero di avere ancora tempo per riprendere con uno slancio maggiore.
Uno strumento che reputo fondamentale per verificare i miei progressi, ma anche gli intoppi, nel cammino della vita è il diario spirituale, che tengo da quando avevo quindici anni. Dopo aver esaurito il primo quaderno, dono dell’educatrice del gruppo adolescenti della mia parrocchia d’origine, ho proseguito con altri venti, uno dei quali è quasi integralmente dedicato alla mia autobiografia dalla nascita fino ai vent’anni. Anch’io ho delle note sparse, prese su foglietti ricevuti in qualche incontro di preghiera: ogni tanto, scherzando, ammetto che dovrei raccoglierle per facilitare il lavoro di chi, un giorno, volesse pubblicare i miei scritti!
Ci sono pagine che torno a rileggere, a svariati anni di distanza. Spesso riscontro una certa ingenuità nel guardare agli eventi, oppure mi rammarico per non essermi accorta prima della sofferenza di chi mi stava attorno. Se sono quella che sono, comunque, lo devo grazie agli incontri, alle parole buone e a quelle meno buone, ma anche alle piccole luci che Dio ha suscitato dentro di me. Beninteso, non ho mai sentito voci soprannaturali, però credo che, in piccola parte, mi sia accaduto quello che la Madre ha registrato nelle sue note.
Condivido con lei la necessità di ribadire, anzitutto a me stessa, che voglio credere a tutto quello che la Chiesa insegna. Dal “voglio”, però, come mi ha detto tempo fa una religiosa missionaria di un’altra Congregazione, bisogna passare a quel che Dio vuole: penso che, pian piano, madre Luisa Margherita ne abbia capito il peso, particolarmente negli anni dell’esilio.
Sono rimasta inoltre ammirata dal fatto che, nonostante stesse ricevendo sempre maggiori istruzioni sul messaggio di cui doveva farsi portavoce, si sentisse costantemente parte della Visitazione di Santa Maria, figlia spirituale di san Francesco di Sales e di santa Giovanna Francesca di Chantal. Anch’io nutro una particolare gratitudine verso quelle monache, che conoscevo di fama, ma che ho incontrato direttamente nel monastero che hanno nella mia città, approfittando dell’Adorazione Eucaristica aperta al popolo nei primi venerdì del mese.
Procedendo lungo le pagine dove la missione di annunciare ai sacerdoti le grandezze dell’Amore Infinito si fa man mano più chiara, ho ricordato come ho compreso, nella mia vita, la necessità d’impegnarmi per loro. Avevo da poco partecipato alla terza Messa di un novello sacerdote, nel giugno 2007, e stavo conversando con le suore che avevano ospitato la celebrazione, quando mi sono tornate alla mente le parole che il giovane assistente del mio oratorio (a Milano colui che si occupa della Pastorale Giovanile nelle parrocchie si chiama così) mi aveva rivolto tempo addietro, dopo che l’avevo inseguito per chiedergli di confessarmi: «Tu mi ricordi che io sono un prete!». Di lì a poco, non si sentì più tale e lasciò la parrocchia. Nel ricordare quell’espressione, ho preso un solenne impegno: avrei fatto il possibile perché ogni sacerdote, particolarmente quelli che avrei incontrato, non dimenticasse mai la propria missione fondamentale.
I mezzi che ho impiegato sono stati spesso fraintesi, perfino quando, per chiedere di pregare per me, lasciavo al malcapitato prete incontrato in libreria o in qualche altra circostanza un’immaginetta di madre Luisa Margherita o del Gesù Misericordioso da lei dipinto, garantendone l’approvazione ecclesiastica. Altre volte sono stata messa in guardia dall’esternare questo mio trasporto, perché non tutti avrebbero compreso le mie buone intenzioni. Così è stato quando mi è stato fatto presente che l’affetto – che sento tuttora – verso i presbiteri recentemente ordinati e i seminaristi si stava trasformando in un attaccamento dannoso per me e per loro. Ciò nonostante, sento davvero di non doverlo cancellare, perché per me, come lasciò scritto la nostra Venerabile, è un dono dell’Amore Infinito.
In conclusione, penso che consiglierei la lettura del Diario Intimo soprattutto ai giovani sacerdoti più che ai loro coetanei laici, perché comprendano cosa possa accadere in un’anima che si senta investita del compito di pregare e operare per loro.

Louise Marguerite Claret de la Touche, Diario Intimo, Gribaudi 1988, fuori catalogo (ma richiedibile ai recapiti di Betania del Sacro Cuore).

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