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lunedì 10 febbraio 2020

Squarci di testimonianze #31: don Gregorio Valerio e i suoi anni accanto al cardinal Martini


Il quarantesimo anniversario dell’ingresso di Carlo Maria Martini, all’epoca non ancora cardinale, come nuovo arcivescovo di Milano, è per me l’opportunità di descrivere le mie impressioni su un volume che ha suscitato un certo interesse. Il mio Martini segreto contiene infatti una serie di «istantanee» – così recita il sottotitolo – della vita del suo ultimo segretario negli anni milanesi, don Gregorio Valerio.
Per una combinazione particolare, ho conosciuto don Gregorio nella parrocchia che ha guidato fino a due anni fa, Sant’Antonio Maria Zaccaria a Milano, non molto lontano da dove abito ora (è ancora lì come residente). Solo tempo dopo, in ogni caso prima dell’uscita del libro, ho saputo del suo ruolo di segretario.
Ero sicura che prima o poi avrebbe raccontato in maniera estesa qualcosa di quegli anni, specie dopo aver assistito a una sua testimonianza dopo una proiezione di vedete, sono uno di voi di Ermanno Olmi. Mi parve tutto sommato soddisfatto sul lato tecnico, meno sull’immagine del Cardinale che veniva riferita: gli sembrava troppo cupo, quasi depresso, in ogni caso diverso da come aveva imparato a conoscerlo.
La prima cosa che ho pensato, appena ho visto l’annuncio del libro, è stata che finalmente aveva l’occasione di dire la sua in maniera ancora più palese. Mi domandavo, però, se avesse valutato attentamente l’opportunità di agire così: un segretario, per definizione, dovrebbe essere una persona riservata. Ho capito le sue motivazioni dopo aver assistito lo scorso 9 dicembre a una presentazione del volume, proprio a Sant’Antonio Maria Zaccaria.

martedì 4 febbraio 2020

La playlist dei Testimoni


A ridosso della solennità di Tutti i Santi avevo letto un articolo in cui l’amministratore della pagina Rock cristiano in Italia citava una serie di canzoni ispirate a vari candidati agli altari. Mi è venuto naturale domandarmi perché non ci avessi pensato prima io, ma altrettanto subito mi sono risposta che non conosco benissimo quel genere di artisti, solo i più famosi, seppur nel loro settore.
In compenso, mi sentivo sicura che anche le vite sante (o in via di dimostrazione della loro santità, o di semplici Testimoni) hanno una propria colonna sonora, fatta di brani non necessariamente di stampo religioso. Ho quindi stilato un mio elenco sulla base di quanto avevo letto su riviste e libri.
Risistemandolo, mi sono accorta che tutti i cantanti presenti sono stati concorrenti in varie edizioni del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, che oggi inizia la sua settantesima edizione. Perciò mi è venuto naturale proporre oggi queste canzoni (anche se non sono state tutte presentate a Sanremo) e, in parallelo, i personaggi che le hanno apprezzate.

sabato 1 febbraio 2020

Don Nicolò Daste: padre delle orfane, modello di vocazione

Ritratto fotografico di don Nicolò Daste
(per concessione delle Suore Figlie della Divina Provvidenza)
Chi è?

Nicolò Daste nacque a San Pier d’Arena (oggi Sampierdarena, quartiere di Genova) il 2 marzo 1820, da Giovanni Battista Daste, falegname, e Giulia Parodi. Educato alla fede dalla madre, fu ammesso alla Prima Comunione a dieci anni, in anticipo rispetto all’epoca.
Studiò privatamente con l’aiuto di due sacerdoti, ma a quindici anni perse il padre. Voleva continuare a studiare, ma gli fu impedito dallo zio che aveva assunto la condizione della falegnameria di famiglia, presso la quale lavorava anche suo fratello maggiore. Solo sua madre lo capiva, ma morì anche lei, nel 1842.
Il 15 agosto 1860, quando ormai suo fratello minore e sua sorella maggiore erano diventati autonomi, Nicolò decise di partire alla ricerca di un sacerdote che gli facesse da maestro. Alla fine fu aiutato da don Vincenzo Carlini, a Multedo di Pegli. Si stabilì a Villa Rostan, dove don Carlini era cappellano, e per tre anni si diede agli studi per il sacerdozio.
Nel 1866 monsignor Andrea Charvaz, arcivescovo di Genova, l’ammise come candidato agli ordini sacri. Nicolò fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1866, a quarantasei anni compiuti. Venne assegnato come cappellano (ossia viceparroco) della parrocchia di San Martino e Santa Maria della Cella, la sua parrocchia di nascita.
Nel suo desiderio di aiutare i bambini abbandonati di San Pier d’Arena si trovò d’accordo con Apollonia Dellepiane, una giovane donna che aveva cominciato ad accogliere bambine e ragazze orfane. Il suo ruolo era quello di economo, ma di fatto fu come un padre per loro, sia come educatore, sia provvedendo alle loro necessità.
Dalle giovani maestre che si associarono ad Apollonia e dalle orfane che avevano voluto restarle accanto, don Nicolò trasse le Suore Figlie della Divina Provvidenza. Il loro compito doveva essere l’educazione delle bambine secondo quanto vedevano fare da lui: le ascoltava e le guidava senza giudicarle.
Morì il 7 febbraio 1899, a tarda notte. Il 17 febbraio 2017, a Genova, si è svolta la prima sessione del processo diocesano sull’eroicità delle sue virtù. I suoi resti mortali riposano dal 20 maggio 1965 presso la casa madre delle Suore Figlie della Divina Provvidenza, dette popolarmente Suore di Don Daste, in Salita Belvedere 2 a Genova-Sampierdarena.

Cosa c’entra con me?

giovedì 30 gennaio 2020

Spaccato in due – Gianluca Firetti, il Vangelo dell’amicizia (Cammini di santità #27)


Un particolare della foto più famosa di Gianluca,
risalente allestate 2012, poco prima che si ammalasse
(fonte dellimmagine)
Molto spesso mi è capitato di lasciarmi prendere dall’invidia perché le storie belle a cui tengo mi sembravano messe in ombra da altre, non meno luminose, ma più fortunate per aver trovato persone (anche con responsabilità ecclesiali) che hanno creduto alla loro bontà ed esemplarità.
Quella di Gianluca Firetti rientrava perfettamente in questa casistica: morto nel 2015, cinque anni esatti fa, ha già due libri su di lui, una seguitissima pagina Facebook e perfino un monologo teatrale. Senza contare poi le innumerevoli volte in cui i suoi amici sono stati chiamati a parlare di lui in incontri giovanili anche al di fuori di Cremona, la diocesi in cui si è svolta la sua vicenda.
Avevo una mezza idea di dedicargli un post, che avevo abbozzato il 19 gennaio 2016. Alla fine, però, ho desistito: avevo altri argomenti da trattare e, dopotutto, avrei avuto più spunti su cui riflettere, se fosse passato più tempo dalla sua morte.
Quando poi mi è stato chiesto di dedicargli la puntata di ottobre della mia rubrica su Sacro Cuore VIVERE, non sapevo da dove cominciare. O meglio, sapevo di dover leggere i libri (rileggere il primo, per la precisione) e ascoltare qualche testimonianza in video, ma non sapevo come superare i sentimenti cattivi che mi avevano colta.
Alla fine, posso affermare che lui abbia “spaccato” un po’ anche me. Proprio così: credevo che il titolo del suo libro si riferisse alla sua condizione, ma invece penso che si riferisca alla sua capacità di mettere in discussione le presunte certezze di chi aveva di fronte. Ho provato a superare i luoghi comuni del dolorismo anche cristiano e di capire quali suoi aspetti potessero essere condivisibili più in generale.
Nella bozza del 2016 avevo appuntato che avrei basato la mia esposizione su come, nel giro di un anno, la sua storia avesse segnato sempre più persone. Però, se non ci fosse stato don Marco D’Agostino, probabilmente Gianluca non avrebbe neanche avuto l’opportunità di scrivere un libro e di raccontarsi.
Mentre procedevo con la documentazione, mi sono resa conto di dover far risaltare il gruppo di amici, di cui il don era uno dei tanti, che era stato capace di radunare attorno a sé e in cui, per certi versi, ora mi sento di far parte.

domenica 26 gennaio 2020

Squarci di testimonianze #30: la missione “a km0” di Emanuela e Nicola (e di tante altre famiglie)


La solennità della Sacra Famiglia, per il Rito Ambrosiano, cade l’ultima domenica di gennaio. Dato che quest’anno la riflessione a cui tutte le parrocchie della diocesi sono state invitate verte sul ruolo missionario della famiglia oggi, ho pensato che fosse il momento perché anch’io racconti le mie esperienze con le Famiglie Missionarie a km0 (qui il loro blog di collegamento): una realtà sorta proprio nel mio territorio diocesano, ma che ha collegamenti con altre simili, presenti anche all’estero. Arrivo per ultima, dopo che la stampa cattolica si è più volte occupata di essa, ma avevo promesso di dare il mio contributo.

domenica 19 gennaio 2020

Immagini speciali #2: Da Praga a Cebu, è sempre il Bambino Gesù


In questi giorni, in una delle parrocchie del mio quartiere, è stata ospitata una copia dell’immagine del Santo Niño di Cebu, quella che vedete al centro della fotocomposizione. La ragione è che il mio parroco è amico e compagno di ordinazione sacerdotale dell’incaricato per i Migranti della Zona Pastorale IV (Rho) della diocesi di Milano. Ogni anno, i fedeli cattolici originari delle Filippine – Cebu è, appunto, un’isola dell’arcipelago delle Filippine – organizzano la festa del Santo Niño, che cade la terza domenica di gennaio, in un quartiere diverso. Quest’anno è toccato a noi di Gratosoglio ospitare la ventiseiesima edizione.
Al di là dell’idea di scrivere un piccolo articolo per il Portale della diocesi e per Milano Sette, quest’avvenimento mi ha fatto ripensare al fatto che la devozione all’infanzia di Gesù è una di quelle che mi sono più proprie: per via delle mie origini napoletane, certo, ma anche per ragioni indipendenti dai legami familiari.

giovedì 9 gennaio 2020

Un apostolo della carità – Il Beato Alberto Marvelli (Cammini di santità #26)

Fonte

Anche per il 2020 il direttore di Sacro Cuore VIVERE mi ha concesso di tenere la rubrica che curo ormai da cinque anni. C’è però una differenza sostanziale: in quest’annata mi occuperò esclusivamente di figure giovanili, tutte scelte tra i personaggi presenti nella mostra a pannelli Santi della porta accanto, lanciata in occasione del Sinodo dei Vescovi sui giovani e ancora presentata in molti luoghi d’Italia.
Quando mi è stato chiesto di selezionare le figure che preferissi, tolte quelle di cui mi sono già occupata sulla rivista, ho messo al primo posto, per il numero di gennaio, il Beato Alberto Marvelli.
Avrei voluto occuparmene qui, ma sentivo che c’entrasse davvero poco con me: avevo trovato dei suoi santini e delle medagliette nella chiesa di Sant’Eligio a Napoli e un piccolo libro presso il santuario di Maria Bambina a Milano, ma non mi ero molto interessata a lui. Mi ero comunque ripromessa di farlo, tanto da procurarmi la più recente riedizione della sua biografia più completa.
Mentre mi addentravo nella lettura, sentivo di non dover trascurare il suo impegno in Azione Cattolica e quello politico negli anni del dopoguerra. C’era però un aspetto che volevo mettere in risalto: il suo amore non corrisposto. Peraltro, la ragazza in questione era di Lecco, quindi della mia diocesi.
I legami con le mie terre, ho scoperto, non si esaurivano lì. Per qualche tempo, infatti, Alberto ha abitato nei pressi della parrocchia del SS. Redentore a Milano, precisamente in via Garofalo 44 (lo scrive nella lettera del 30 agosto 1940), perché dal 24 agosto al 30 novembre 1940 lavorò presso la fonderia Bagnagatti di Cinisello Balsamo, per preparare la tesi di laurea.
Già che ero coinvolta, ho pensato di rivedere la sua scheda biografica per santiebeati.it. Per la consulenza ricevuta, sia per quel testo che nell’articolo che segue, ringrazio di vero cuore don Fausto Lanfranchi, Cinzia Montevecchi ed Elisabetta Casadei (quest’ultima postulatrice della causa del Beato Alberto), del Centro Marvelli di Rimini, i quali avevano mostrato molto apprezzamento per il mio post sulla Venerabile Carla Ronci.
Mi sono però accorta che ho commesso una svista dal punto di vista della ricostruzione storica: l’episodio di partenza non è da situare a Rimini, ma a Vergiano, dove Alberto aveva fatto sfollare la famiglia.

* * *

Rimini, anni ’40 del secolo scorso. Sulla porta di casa, la signora Maria Mayr, vedova Marvelli, aspetta il figlio Alberto, che tarda a tornare. Quando finalmente se lo vede comparire davanti, si accorge che è scalzo. Alberto la guarda e dice sorridendo: «Non sai che oggi si sposa Luigi? Era senza scarpe!». Mamma Maria ricambia il sorriso: altre volte l’ha visto tornare così, ad esempio quando ha dato le calzature a un soldato in fuga. Un altro giorno, poi, l’ha trovato privo della giacca. Spesso, quasi per farsi perdonare, il ragazzo le porge un mazzo di gladioli, i suoi fiori preferiti. La donna non si stupisce troppo, comunque: insieme al marito Alfredo ha educato i figli alla carità. Alberto, che è il secondo di sette, per lei è un angelo.

Tra famiglia, oratorio e Azione Cattolica

Nato il 21 marzo 1918 a Ferrara, ma residente con la famiglia a Rimini, Alberto da bambino è dolce e riservato, ma all’occorrenza sa far valere le proprie ragioni. L’improvvisa morte di papà Alfredo a causa di una meningite, il 7 marzo 1933, contribuisce alla sua maturazione: la mamma e i fratelli sanno di poter contare su di lui.
Lo stesso vale per don Antonio Gavinelli, salesiano parroco della chiesa di Maria Ausiliatrice a Rimini. La parrocchia ha anche un circolo della Gioventù Cattolica Italiana, intitolato a don Bosco: a quindici anni Alberto diventa delegato degli Aspiranti. Alimenta la sua fede coi Sacramenti della Riconciliazione e della Eucaristia: si confessa di frequente da don Marino Travaglini, anche lui salesiano, e gli serve la Messa.
È un vero trascinatore dei bambini: li guida nel gioco e nella preghiera, specie nella Messa domenicale. Annota nel suo diario: «Non credere di perdere il tuo tempo trascorrendo anche delle ore con i bimbi, cercando di divertirli e di renderli più buoni. Gesù stesso li prediligeva e li voleva vicino a sé. E le parole buone dette a loro non saranno mai troppe».
Con i suoi amici pratica anche diversi sport, ma su tutti predilige l’alpinismo, che lo fa sentire più vicino a Dio, e il ciclismo. La bicicletta è infatti un altro suo mezzo di apostolato: pur essendo molto veloce, nelle gite preferisce stare in coda, per spronare i compagni più lenti.

Un continuo lavoro su di sé

Alberto punta in alto, alla santità rappresentata dagli esempi di don Bosco e di Domenico Savio, riconosciuta proprio in quegli anni dalla Chiesa. Legge e medita la prima biografia di Pier Giorgio Frassati, morto quando lui aveva sette anni, e spera di potergli assomigliare.
Per raggiungere quella meta, compie un attento lavoro su di sé, testimoniato dagli appunti del diario: «Non ci può essere una via di mezzo, non si possono conciliare Gesù e il diavolo, la grazia e il peccato. Ebbene io voglio essere tutto di Gesù, tutto suo. Se fino a ora sono stato un po’ incerto, ora non vi devono essere più incertezze; la via è presa: tutto soffrire, ma non più peccare. Gesù, piuttosto morire che peccare; aiutami tu a mantenere questa promessa».
Tra gli impegni di studio e di vita associativa, Alberto riesce a trovare il tempo per adorare Gesù nel Santissimo Sacramento. Per lui, com’è giusto che sia, il Cristo eucaristico è quello che soffre nel Getsemani, poi ingiuriato dai soldati e messo in croce, sono un tutt’uno. A Lui guarda per avere l’energia da impiegare in tutti i suoi campi di apostolato.
In questa ascesi ha posto anche l’amore per Marilena Aldè, una ragazza che viene in vacanza a Rimini. Lei non ricambia, così Alberto si domanda se non sia un segno che Dio lo voglia sacerdote. Aiutato dalle sue guide, capisce che il matrimonio è la sua via e che Marilena potrebbe essere la sua compagna di vita. Lei continua a ignorarlo, ma lui sopporta: «Amo troppo il Signore per ribellarmi o piangere su quella che evidentemente sarebbe la Sua volontà, ed infine amo te tanto, che desidero solo la tua felicità, a costo anche di miei sacrifici e rinunce», le scrive.

Ricostruttore della nuova Rimini

Laureato in ingegneria meccanica all’Università di Bologna, Alberto vive da vicino i problemi causati dalla seconda guerra mondiale. Anche durante il servizio militare tiene uniti gli altri soldati soci di Azione Cattolica e prega senza curarsi del giudizio altrui. A differenza di suo fratello Adolfo, non sceglie la lotta partigiana: in modo fortunoso e quasi provvidenziale, riesce a tornare a casa. Comincia il suo servizio agli sfollati, senza distinzioni politiche.
La sua Rimini è una delle città più danneggiate dal conflitto, seconda solo a Cassino: rischia quasi di non essere più ricostruita. Nelle sue vesti di membro della giunta del Comitato di Liberazione Nazionale, insediata il 23 settembre 1944, Alberto si mette all’opera per rialzare gli edifici senza badare a spese. Riceve continuamente le persone che hanno bisogno di aiuto per compilare moduli e per varie richieste, sia in ufficio sia in casa.
Collabora nella fondazione delle ACLI, entra nella DC e diventa consigliere comunale. Nelle sue lettere emerge la necessità che lo spinge ad agire così: «Ormai però è tempo di stringersi tutti fraternamente la mano, per procedere all’immenso lavoro che ci attende in tutti i campi della vita sociale e nazionale. Rifare le coscienze, sgombrare le macerie morali da tanti cuori traviati, trovare finalmente la vera carità che ci faccia sentire fratelli gli uni con gli altri, che sappia indicare ai ricchi la strada per andare incontro ai poveri, per difendere, con la verità e l’onestà, la libertà, la democrazia, la civiltà cristiana».
La ricostruzione delle coscienze, per Alberto, passa anche dal lavoro d’insegnante di tecnologia e disegno industriale presso la Scuola tecnica industriale «Leon Battista Alberti». Accompagna gli alunni anche a scegliere i libri di testo, fino a protestare perché i prezzi sono stati gonfiati dal libraio, mentre i suoi ragazzi, appena tornati dallo sfollamento, non hanno abbastanza denaro.

Di corsa fino alla fine

«Mettere tutta la propria vita, la propria gioventù, i propri beni a servizio degli altri: questa è la prova più bella di amore… Io credo che una vita spesa solo per se stessi non abbia alcun senso», annota Alberto nelle sue riflessioni. Di fatto, non tiene per sé la propria vita, ma l’impegna pienamente, con una fretta piena di gioia e di ardore apostolico.
È di corsa anche la sera del 5 ottobre 1946, perché deve andare a tenere un comizio. A pochi metri da casa, viene investito da un camion militare: il gancio della sponda laterale lo colpisce alla testa. Muore dopo due ore di agonia, in ospedale, abbracciato dalla mamma, che non sa spiegarsi la ragione di quanto accaduto. Tutta Rimini lo piange, anche i suoi avversari politici; alcuni di loro erano anche disposti ad accettarlo come sindaco.
La sua fama di santità è immediata e dura nel tempo, negli ambienti di Azione Cattolica e non solo. Autorevoli esponenti del laicato cattolico, come Giorgio La Pira (che Alberto aveva invitato a tenere conferenze) e Giuseppe Lazzati, incoraggiano a mettere in luce il suo esempio e seguono con interesse gli sviluppi della sua causa di beatificazione e canonizzazione.
Il 5 settembre 2004, nella spianata di Montorso a Loreto, il Papa san Giovanni Paolo II beatifica Alberto insieme a Giuseppina Suriano e don Pedro Tarrés Claret. È il primo exallievo salesiano a ottenere l’onore degli altari. La sua tomba si trova nella chiesa di Sant’Agostino a Rimini, più centrale rispetto alla sua parrocchia.

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 1 (gennaio 2020), pp. 18-19 (visualizzabile qui)

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I lettori più attenti si saranno accorti che ho saltato la ripresa dell’articolo uscito sul numero di ottobre 2019. Ho pensato di riproporlo più avanti, in quanto cade un anniversario speciale riguardante il personaggio di cui mi sono occupata (a dire il vero, non ci vuole molto per scoprire chi sia…).


MODIFICA 22/01/2020: una fedele lettrice mi ha segnalato il video che segue. Lo trovo interessante perché riguarda l’ultimo testimone vivente all’epoca dei fatti, nonché biografo del Beato Alberto (senza la sua biografia più corposa avrei avuto non poche difficoltà).