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S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

mercoledì 20 febbraio 2019

Laura Vincenzi: come «essere all’altezza dell’Amore»


Guido, un gattino e Laura in una foto del 18 novembre 1983 (per gentile concessione degli Amici di Laura)
Foto scelta non a caso: il 1° marzo 1986 lei scrisse a lui che dovevano essere
come dei micetti in braccio a Dio Padre,
«sicuri poiché da Lui e per Lui non abbiamo nulla da temere»
Chi è?

Laura Vincenzi nacque a Ferrara il 6 giugno 1963, seconda dei quattro figli di Odo Vincenzi e Luisa Deserti. Trascorse l’infanzia a Tresigallo, paese dove risiedevano i suoi genitori e dove frequentò le scuole elementari e le medie. Ricevette i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana nella parrocchia di Sant’Apollinare a Tresigallo, dove s’inserì anche nell’Azione Cattolica Ragazzi, di cui in seguito divenne educatrice. Frequentò poi il liceo linguistico a Ferrara e s’iscrisse, nel 1982, alla facoltà di Lingue dell’Università di Bologna.
Alla ricerca di nuove esperienze per crescere nello spirito, nel luglio 1982 si recò con la sorella Silvia all’eremo di Spello, per una settimana di ritiro. Lì conobbe Guido Boffi, di Roma, con cui fece amicizia. Col tempo, però, comprese di essere innamorata di lui, ricambiata: si fidanzarono il 27 agosto 1983. Cominciarono quindi a frequentarsi quando possibile, a scriversi e a vivere momenti intensi.
Nell’estate 1983, di ritorno da un campo-scuola, Laura cominciò ad avere dolori al piede sinistro. Successivi accertamenti dimostrarono che si trattava di un sinovialsarcoma a predominanza fibrosa monofasica. La ragazza reagì cercando di mantenersi fedele a un ritmo di vita normale, senza cedere alla depressione, o anche Guido ne avrebbe risentito.
Nonostante un ciclo di terapie, il 24 febbraio 1986 Laura subì l’amputazione della gamba sinistra. Continuò, per quanto riusciva, a seguire gli impegni universitari e parrocchiali, contando sull’amore del fidanzato e sull’affetto di quanti le volevano bene, in famiglia e al di fuori. Morì in casa propria, il 4 aprile 1987; non aveva ancora ventiquattro anni.
Il processo diocesano per la sua causa di beatificazione, volto a indagare l’eroicità delle sue virtù, è iniziato a Ferrara il 7 dicembre 2016. La tomba di Laura si trova invece nel cimitero di Tresigallo.

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lunedì 11 febbraio 2019

La biblioteca di “Testimoniando” #19: “Miracoli a Lourdes”



Alla vasta letteratura sulle apparizioni della Vergine Maria a Lourdes e alle guarigioni miracolose collegate a quel santuario si è da poco aggiunto un nuovo volume, pubblicato a ridosso del centosessantunesimo anniversario della prima apparizione a santa Bernadette Soubirous, avvenuta l’11 febbraio 1858.
Ne avevo già letto sulle pagine del settimanale Maria con te, ma quando ho visto che il 25 gennaio il libro sarebbe stato presentato a Milano, in una serata organizzata dai giovani della locale sezione dell’Oftal, ho deciso di andare ad ascoltare l’autore.

sabato 2 febbraio 2019

Madre Laura Baraggia, sposa nel Cuore di Gesù

Madre Laura in una foto risalente al 1890 circa
(per gentile concessione della Famiglia
del Sacro Cuore di Gesù)
Chi è?

Laura Baraggia (al Battesimo Laura Rosa) nacque a Brentana, frazione di Sulbiate, oggi in provincia di Monza e Brianza, il 1° maggio 1851, figlia di Cesare Baraggia e Giovannina Ravanelli. Sin dall’infanzia, stimolata dall’esempio dei genitori, imparò a pregare e ad amare Dio, frequentando la parrocchia del suo paese, dedicata a Sant’Antonino.
Il 16 gennaio 1866 lasciò Brentana per andare a Milano come dama di compagnia della famiglia Biffi. Grazie al gesuita padre Ottone Terzi, cominciò a maturare sia sul piano spirituale che su quello del carattere e del rapporto col prossimo, mentre continuava a chiedersi come avrebbe dovuto spendere la vita per il Signore.
Il 2 febbraio 1879, mentre partecipava alle Quarantore nella chiesa di San Babila a Milano, intuì che avrebbe dovuto fondare una nuova famiglia religiosa. Dopo la morte del signor Biffi, Laura fu aiutata da padre Terzi nell’attuazione di quel progetto: già entrata nella Compagnia di Sant’Angela Merici, si associò ad alcune compagne, con le quali cominciò a far vita comune il 22 settembre 1880.
Il 4 gennaio 1883 l’Arcivescovo di Milano, monsignor Luigi Nazari di Calabiana, eresse autonomamente la Pia Casa delle Orsoline di Brentana, che con il decreto del 20 agosto successivo fu scorporata dalle Orsoline “di famiglia” (com’erano dette le consacrate della Compagnia di Sant’Angela Merici). Il 2 febbraio 1887 la comunità prese il nome di Famiglia del Sacro Cuore di Gesù e le sue aderenti divennero presto note come le Suore di Brentana.
Madre Laura, come superiora generale (tranne per un breve periodo), visitò le case che andavano aprendosi e chiudendosi, secondo le necessità, incoraggiando le suore a operare il bene tra le bambine e le ragazze, negli oratori femminili e non solo, ma anche in appoggio ai parroci. Morì nella casa madre di Brentana di Sulbiate il 18 dicembre 1923.
Il processo diocesano per la sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolto a Milano dal 10 giugno 1992 al 5 luglio 1993. Il 26 aprile 2016 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva dichiarata Venerabile. I resti mortali di madre Laura riposano dal 1955 nella cappella della casa madre della Famiglia del Sacro Cuore di Gesù a Brentana di Sulbiate, in via Madre Laura 18/22.

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giovedì 31 gennaio 2019

In galera, ma da prete e da salesiano – Don Luigi Melesi (Cammini di santità #19)


Fonte
Il 10 luglio 2018 ho saputo che era appena morto don Luigi Melesi. Il suo nome non mi era nuovo: quando ho dovuto scrivere di Giulio Rocca e di don Daniele Badiali per Sacro Cuore VIVERE, la rivista dei Salesiani di Bologna, mi ero imbattuta in don Piero, suo fratello, iniziatore dell’Operazione Mato Grosso.
Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere di lui, prima o poi. Intanto, però, mi sentivo in dovere di partecipare ai suoi funerali. Ho quindi telefonato al direttore della rivista, sperando che quella potesse essere un’occasione per rivederci. Purtroppo aveva alcuni impegni, per cui non poté venire a Milano.
Nel corso della conversazione, mi suggerì di prepararmi su Giorgio La Pira. Sono trasalita: l’accordo prevedeva che avrei dovuto realizzare altri tre articoli, di cui l’ultimo era praticamente finito, poi la collaborazione sarebbe terminata. Il direttore, a quel punto, ha confermato che potrò continuare ancora per quest’anno: i lettori gradiscono, a lui la mia prosa piace e io stessa sono desiderosa di mettermi ancora alla prova e di conoscere nuove figure, o di trovare aspetti inediti di quelle che già conosco.
Così, arrivata all’articolo di dicembre, gli ho fatto presente che don Luigi sarebbe stato un ottimo soggetto per il numero di gennaio: in quel mese, infatti, ho sempre parlato di qualcuno collegato a vario titolo alla Famiglia Salesiana. La proposta è stata accettata: ho quindi ripreso le bozze di un vecchio pezzo, integrandole con altre informazioni tratte dal Bollettino Salesiano.
La mia fonte principale è stata tuttavia Prete da galera, il libro uscito nel 2010 in cui Silvio Valota ha raccolto dalla viva voce di don Luigi il racconto di una vita spesa per i giovani e i carcerati. Verrà presto ripubblicato, suppongo in una versione aggiornata, nella collana di libri La Chiesa con il grembiule: sarà allegato al numero 6 del 2019 di Famiglia Cristiana, che esce la prossima settimana (scusate il messaggio promozionale), ma suppongo che dopo qualche mese sarà nelle librerie da solo.
Mentre scrivevo, tornavo con la memoria a quando ho varcato per la prima volta l’ingresso del carcere di San Vittore, dove don Luigi è stato cappellano per quarant’anni. Mi è servito molto per fare una sorta di composizione di luogo e per scegliere l’episodio di partenza. Il 1° gennaio di quest’anno sono tornata lì, per ringraziare Dio di avermi aiutata a svolgere un buon servizio alla memoria dell’ex cappellano e al bene che ha compiuto tra i “raggi” del penitenziario milanese.


* * *
Milano, istituto penitenziario di San Vittore. Il cappellano del carcere, don Luigi Melesi, ha chiesto al direttore di celebrare la Messa domenicale nel corridoio del primo Raggio: lì sono rinchiusi alcuni componenti della formazione terroristica delle Brigate Rosse. Già la domenica precedente aveva celebrato nello stesso luogo, ma non aveva ottenuto nessuna risposta da parte dei detenuti.
Don Luigi monta personalmente l’altare, poi si prepara per la celebrazione. Nell’omelia parla dell’uomo che soffre, che è tradito, che è escluso. Dalle celle chiuse, nessuna risposta. All’improvviso si apre uno spioncino, quel tanto che basta perché il cappellano possa infilare la mano. Un’altra mano la stringe e l’accarezza, mentre viene sfiorata dalle lacrime e dai baci di un detenuto: «Padre, abbiamo bisogno di lei», esclama una voce, mentre si aprono altre tre porte. Così è iniziato il dialogo tra don Luigi e quei detenuti che in gergo erano detti “irriducibili”, ma nei quali, come insegna san Giovanni Bosco, poteva esserci «un punto accessibile al bene».

Prime esperienze tra i giovani

Don Luigi nasce a Cortenova, in provincia di Lecco, il 4 gennaio 1933, figlio di Efrem Melesi e Liduina Selva. Entrato tra i Salesiani di Don Bosco, come già aveva fatto suo fratello Piero, svolge il tirocinio formativo a contatto con i ragazzi del riformatorio Ferrante Aporti di Torino. Dopo l'ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1960, viene destinato al Centro Salesiano «San Domenico Savio» di Arese, come insegnante di disegno grafico. Nello stesso periodo si laurea in Lettere, ottenendo nel 1971 l’abilitazione all’insegnamento della stessa materia.
Le scolaresche del Centro di Arese sono composte da oltre duecento ragazzi provenienti da tutta Italia, con storie personali e familiari molto dolorose. Già il primo giorno di scuola, don Luigi cerca d'instaurare un rapporto di fiducia con loro. Una volta esordisce affermando: «Io ho un gran desiderio...», poi lascia volutamente in sospeso la frase. «Quale?», domanda uno degli allievi. Sorridendo perché s’immaginava proprio quella reazione, risponde: «Alla fine dell'anno vorrei promuovervi tutti. Dobbiamo mettercela tutta, voi e io, perché sono convinto che a nessuno piaccia essere bocciato». Per i suoi ragazzi, don Luigi è capace anche d’intervenire presso il Ministero di Grazia e Giustizia, perché venga aumentata la retta mensile che spetta loro.

L’Operazione Mato Grosso e il ritorno ad Arese

Don Luigi non si limita ad ascoltare solo le loro confidenze e le loro reazioni. Nel 1964, infatti, suo fratello don Piero, missionario nel Mato Grosso, rivolge un appello perché qualcuno venga ad aiutarlo: in quella regione, infatti, non vogliono mettere piede neppure i preti. Rispondono in tre: don Luigi, don Ugo De Censi e don Bruno Ravasio, tutti Salesiani. Tre anni più tardi, accompagnano i primi giovani volontari, che hanno coinvolto durante i campeggi estivi in Val Formazza: ha così inizio l’Operazione Mato Grosso.
Per tre anni, don Luigi è direttore della comunità di Darfo (Brescia), poi, nel 1970, torna ad Arese, stavolta come direttore. All’ascolto dei ragazzi unisce quello delle loro famiglie, convinto com’è che gran parte del loro disagio sia dovuto alla situazione che vivevano in casa, prima di entrare in riformatorio. Per incanalare le loro migliori energie, fa loro recitare spettacoli tratti da episodi del Vangelo, oppure fa mettere in scena una Via Crucis drammatizzata. L’impatto è enorme: non solo i suoi testi vengono diffusi, ma gli stessi ragazzi coinvolti sentono di somigliare a Gesù, al Cireneo, alla Veronica.

L’arrivo a San Vittore

L’eco del suo operato arriva al cardinal Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, nel cui territorio diocesano si trova Arese. Tramite i superiori salesiani, gli dà l’incarico di cappellano di San Vittore, negli anni in cui, ai detenuti comuni, si affiancano i terroristi italiani, spesso in celle sotterranee, al buio: non a caso, in modo spregiativo, erano definiti “topi”. Don Luigi si appella alla Corte Europea di Strasburgo e riesce a ottenere condizioni più umane per loro. 
Anni dopo, definirà la sua opera come «bonifica della persona e della seminazione della Parola di Dio». Per lui, infatti, «La persona umana è educabile, può evolversi e trasformarsi, nel bene o nel male, può aprirsi alla verità ed essere illuminata, può addomesticare la propria aggressività, orientare verso il bene le sue forze e l'intera vita. Era ed è ancora possibile perché questo è già avvenuto e avviene ancora oggi. L'uomo malvagio torna a essere buono, diventa uomo di Dio». La Parola viene da lui seminata in omelie di fuoco, che gli ex detenuti ricordano ancora, a distanza di anni. Il rispetto per la loro dignità emerge poi da un gesto non comune, che compie nelle Messe solenni: passa a incensare i detenuti nei singoli Raggi.
In questa “seminazione”, don Luigi trova un alleato prezioso nel cardinal Carlo Maria Martini, dal 1980 arcivescovo di Milano. La sua disponibilità ad ascoltare i brigatisti e le sue catechesi alla radio, specie quelle sul Salmo 50, li convincono a cominciare un percorso di recupero. Alla fine, scelgono di consegnargli le loro armi, nel tardo pomeriggio del 13 giugno 1984. Quattro anni prima, al termine di una Messa, il salesiano aveva detto al vescovo gesuita, non ancora porporato: «Vedrà eccellenza, che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi».

Sempre dalla parte dell’uomo

Nel 2008 don Luigi, ormai anziano, lascia l’incarico di cappellano, per andare a vivere al suo paese, Cortenova, insieme alla sorella Tarcisia. Rimane in contatto lo stesso con i confratelli della comunità di Sant’Agostino a Milano, presso la quale risiedeva. Anche alcuni dei “briganti” di San Vittore (lui stesso li aveva presentati con quel termine al cardinal Martini) gli telefonano oppure vanno a trovarlo, per ringraziarlo di averli aiutati a tornare buoni.
Il 24 maggio 2013, nell’Aula Paolo VI dell’Università Pontificia Salesiana, riceve la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione Sociale per la sua capacità di educare tramite i mezzi espressivi del teatro e non solo, mai venuta meno neanche negli anni del carcere.
Nel discorso di accettazione si esprime così: «Don Bosco ricordava ai Salesiani, citando gli Atti degli Apostoli, che Gesù prima faceva poi insegnava. Subito mi sono messo dalla parte del colpevole. Anche in questo Gesù Maestro ce ne dà l'esempio. Non è infatti possibile aiutare una persona a cambiare la sua vita in meglio, se non ci si mette dalla sua parte, se non si prende a carico la sua vita e la sua storia. Solo così lo si può capire interamente, si può collaborare con lui a diagnosticare i mali che lo affliggono, e a trovare insieme i rimedi, per aiutarlo a riconquistare la vera libertà».
Don Luigi è morto il 10 luglio 2018 nell’ospedale di Lecco. I suoi funerali si sono svolti il 12 luglio 2018 nella chiesa di Sant’Agostino, alla presenza dei Superiori salesiani, delle autorità civili e di molti esponenti del mondo carcerario. All’uscita, è stata distribuita la sua immagine-ricordo, con alcuni versetti del capitolo 25 del Vangelo di Matteo e un pensiero scelto come sintesi della sua vita: «Aiutami, o Signore, a compiere la missione che oggi mi hai dato: annunciare ai poveri il tuo Vangelo, curare i cuori ammalati, liberare le persone schiavizzate, liberare i prigionieri, testimoniare la tua misericordia».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 1 (gennaio 2019), pp. 16-17 (visualizzabile qui)

giovedì 24 gennaio 2019

Odoardo Focherini: l’amore e la fiducia alla prova nei campi di concentramento

Chi è?

L’immagine ufficiale scelta per la beatificazione (fonte)
Odoardo Focherini nacque a Carpi, da genitori trentini, il 6 giugno 1907. Aderì giovanissimo all’Azione Cattolica, ricoprendo vari ruoli di responsabilità, tra i quali quello di presidente diocesano.
Sposò Maria Marchesi il 9 luglio 1930: ebbero sette figli. Lavorava nella Società Cattolica di Assicurazioni, ma per passione e apostolato era anche giornalista, specie per «L’Avvenire d’Italia».
Organizzò prima un ufficio di contatto con i soldati al fronte, durante la seconda guerra mondiale, ma in seguito formò una rete per l’espatrio di ebrei verso la Svizzera.
Ne salvò un centinaio, l’ultimo dei quali l’11 marzo 1944: lo stesso giorno, fu arrestato dalla polizia fascista. Passò per i campi di concentramento di Fossoli, Gries e Flossenburg, morendo, sul finire del dicembre 1947, nell’infermeria del campo di Hersbruck.
La sua causa di beatificazione, svolta nella diocesi di Carpi dal 1996 al 1998, ha portato al riconoscimento del suo martirio: è quindi stato beatificato il 15 giugno 2013 a Carpi, ma nel frattempo non erano mancati anche i riconoscimenti civili, come quello di Giusto tra le Nazioni.
Dei suoi resti mortali si è persa ogni traccia. L’unico oggetto che può essere considerato una sua reliquia, ovvero la sua fede nuziale, è esposto alla venerazione dei fedeli nella cattedrale di Carpi. La sua memoria liturgica cade il 6 giugno, giorno del suo compleanno, per le regioni ecclesiastiche dell’Emilia Romagna (dove visse) e del Trentino (cui era legato tramite i genitori e la moglie).

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giovedì 3 gennaio 2019

Alessandro Galimberti c’entra ancora con me

Da quando una delle suore che mi parlarono di Alessandro mi diede la sua immagine-ricordo, la tengo nella mia copia del Nuovo Testamento in greco e italiano, che ho usato per l’esame di Letteratura Cristiana Antica; alla pagina dell’Unzione di Betania nel Vangelo di Giovanni, ovviamente
Sono trascorsi quindici anni esatti da quando Alessandro Galimberti, seminarista nativo di Lissone, ha lasciato questo mondo. Non posso fare a meno di continuare a pensare che mi abbia stravolto l’esistenza, facendomi riscoprire i doni che Dio mi ha dato e portandomi a sognare che, un giorno, potessero venire impiegati per il bene di tutti. In parte è successo, in parte è ancora da realizzarsi.
Quanto segue è frutto delle mie riflessioni personali e dell’idea che mi sono fatta di lui, mediante i suoi scritti e i racconti di persone che l’hanno conosciuto quand’era in vita; io, ribadisco, non ho mai potuto incontrarlo di persona.
Per approfondire la sua vicenda, rimando ai paragrafi Per saperne di più e Su Internet del post che ho pubblicato cinque anni fa.

domenica 23 dicembre 2018

Padre Charbel Makhlouf, come cedro forte del Libano (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 # 4)

Chi è?
Fonte
Youssef Antoun (in italiano, Giuseppe Antonio) Makhlouf nacque nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, nel 1828, probabilmente l’8 maggio. Era uno dei cinque figli di Antoun Zaarour Makhlouf e Brigita Issa Chidiac, di mestiere contadini.
Rimasto orfano di padre a tre anni, passò sotto la tutela di Tanios, un fratello del padre. L’influsso di due zii materni, eremiti nella valle della Qadisha, e del secondo marito di lei, un uomo molto devoto, contribuì a far riflettere Youssef sulla propria vocazione.
Così, nel 1851, lasciò la propria casa per entrare nell’Ordine Libanese Maronita, presso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq, sulle montagne di Byblos. Nel novembre dello stesso anno vestì l’abito religioso e cambiò nome in fratel Charbel. L’anno successivo si trasferì al monastero di san Marone ad Annaya, dove emise i voti solenni il 1° novembre 1853.
Completò gli studi teologici nel monastero dei Santi In seguito, fratel Charbel fu mandato al monastero dei Santi Cipriano e Giustina a Kfifan, avendo come docente di Teologia Morale padre Nimatullah Kassab al-Hardini (canonizzato nel 2004).
Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 23 luglio 1859, padre Charbel tornò ad Annaya. Sei anni dopo, ottenne di poter diventare eremita nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, non lontano dal monastero. Visse in quel luogo altri ventitré anni, digiunando e pregando.
Il 16 dicembre 1898, mentre celebrava la Messa, fu colpito da apoplessia: morì dopo otto giorni di agonia, il 24 dicembre. È stato sia beatificato sia canonizzato dal Papa san Paolo VI, rispettivamente il 5 dicembre 1965 e il 9 ottobre 1977. I suoi resti mortali sono venerati nel monastero di San Marone ad Annaya, in un’urna di legno di cedro.

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