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domenica 16 dicembre 2018

Don Vincenzo Romano, con la stessa carità che mosse Gesù a farsi uomo (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 # 3)


Ritratto di san Vincenzo Romano
conservato nella sua casa natale in via Piscopia a Torre del Greco,
usato per l’arazzo della canonizzazione
(per gentile concessione di don Giosuè Lombardo)
Chi è?

Vincenzo Romano (al Battesimo, Domenico Vincenzo Michele) nacque a Torre del Greco, in provincia e diocesi di Napoli, il 3 giugno 1751, ultimo dei sei figli di Nicola Romano e Grazia Rivieccio.
A quattordici anni domandò di poter entrare nel Seminario Diocesano di Napoli, riservato agli aspiranti sacerdoti al di fuori di Napoli città, ma inizialmente fu respinto perché c’erano già molti suoi compaesani. Alla fine fu ammesso a partire dall’anno scolastico 1765-’66. Venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1775.
Sin dagli inizi del ministero, don Vincenzo visse a Torre del Greco, con uno zelo tale da meritarsi il soprannome di “prevete faticatore” (“sacerdote lavoratore”, in dialetto). Assistette la popolazione anche dopo l’eruzione del Vesuvio del 15 giugno 1794, che distrusse gran parte della città e la chiesa parrocchiale di Santa Croce.
Nel 1796 fu nominato economo curato di Santa Croce e, il 28 dicembre 1799, ne divenne preposito curato, ovvero parroco. Inizialmente si sentì indegno di tale compito, ma s’impegnò a fondo per il suo popolo, tramite la predicazione, la catechesi e l’incoraggiamento a frequentare i Sacramenti. Morì il 20 dicembre 1831, a causa di una polmonite, che aveva debilitato ancora di più il suo fisico.
Beatificato da san Paolo VI il 17 novembre 1963, è stato canonizzato da papa Francesco il 14 ottobre 2018. La sua memoria liturgica cade il 29 novembre, giorno in cui inizia la novena dell’Immacolata, alla quale era molto devoto, perché il giorno della sua nascita al Cielo fa parte delle ferie prenatalizie.

Cosa c’entra con me?

Come ho più volte raccontato, la mia famiglia proviene da Napoli: precisamente, mio padre è nato nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, che un tempo era Comune autonomo, mentre mia madre è di Portici, a otto chilometri dal capoluogo. Ciò nonostante, nessuno dei miei parenti mi ha mai parlato di don Vincenzo Romano, neppure quelli da parte di madre: Portici, infatti, dista circa sei chilometri da Torre del Greco.
Penso, comunque, di aver cominciato a interessarmi a lui proprio durante una mia permanenza al Sud, nelle vacanze natalizie del 2007, quando ho comprato un libro che lo riguardava. Ammetto che non lo trovai molto interessante: c’erano troppe digressioni sulla Napoli di fine ‘700. Di conseguenza, lo lasciai in un armadio della casa della zia che mi ospita abitualmente in vacanza. Mi accontentai di sapere, circa don Vincenzo, quello che era scritto in un pieghevole contenuto nel libro, nulla di più.
Non ricordo quando, non doveva essere passato molto tempo da allora, ma in un bar-pasticceria di Portici ho visto, affissa dietro il bancone, una sua immaginetta. Ho chiesto di poterla vedere più da vicino: chi me la diede mi concesse non solo di osservarla bene, ma anche di potermela tenere.
Diversi anni più tardi, mi è accaduto di leggere sul sito del quotidiano Avvenire che si era conclusa l’inchiesta diocesana relativa a un secondo asserito miracolo, preso in esame quindi per la canonizzazione. Mi domandavo come mai fosse stato possibile riferirlo (ma il nome del miracolato era stato taciuto), dato che uno dei criteri che mi sono data come “agiografa moderna” è quello di non parlare di miracoli se non a beatificazione o canonizzazione avvenuta, o se almeno sono stati riconosciuti come tali con l’apposito decreto.
A parte questo, speravo proprio che quella guarigione eccezionale venisse riconosciuta come miracolosa, così Napoli sarebbe stata arricchita da un ulteriore Santo, anche se, negli ultimi dieci anni, ne aveva già visti parecchi (nel 2009 Caterina Volpicelli, nel 2014 padre Ludovico da Casoria, nel 2015 madre Maria Cristina dell’Immacolata Concezione, per non parlare di Nunzio Sulprizio, il cui miracolo per la canonizzazione è stato approvato dopo quello di don Vincenzo).
La notizia del decreto che confermava le tappe precedenti dell’iter sul miracolo, di conseguenza, mi ha fatto pensare che avrei dovuto tirare fuori da quell’armadio il libro che avevo accantonato. Il problema era che non ricordavo il punto esatto dove l’avevo sistemato e che, in ogni caso, non sarei tornata a Portici prima dello scorso mese di agosto.
Intanto, però, la scheda biografica del futuro Santo per l’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni era in parte da aggiornare, in parte da correggere e ampliare. Partendo da quanto era comparso sul settimanale della diocesi di Napoli, Nuova Stagione, e dall’articolo di Avvenire sopra menzionato, ho provato a rielaborare il testo precedente, ma sentivo che mancava ancora qualcosa.
La persona che poteva aiutarmi era senz’altro il parroco di Santa Croce: ovviamente non don Vincenzo, ma il suo attuale successore, don Giosuè Lombardo. In modo eccezionalmente rapido rispetto a quanto sia abituata, ho ricevuto risposta e ho proceduto all’ampliamento. Inoltre, ho provato a chiedere ai miei parenti di cercare il libro che avevo comprato, ma alla fine ho preferito aspettare di andare io.
Così, dopo il viaggio musicale a Roma per l’incontro dei giovani italiani con papa Francesco, una delle prime cose che ho fatto appena sono arrivata a casa della zia è stata aprire l’armadio e mettermi a cercare il volume. Sembrava proprio non voler venire fuori, ma, come al solito, dovevo solo aprire bene gli occhi.
Ho iniziato la lettura (terminandola solo a ridosso della canonizzazione), ma intanto volevo approfittare della mia permanenza per andare a Torre del Greco; non da sola, però, perché non so ancora muovermi bene coi mezzi pubblici lì. Quando ero sul punto di organizzarmi, il crollo del ponte Morandi a Genova e la morte di quattro giovani nativi proprio di Torre frenò i preparativi. Ancora qualche giorno di attesa, poi, il 29 agosto scorso, ho visitato insieme a mia madre la basilica di Santa Croce, dov’erano e sono venerate le spoglie di don Vincenzo, come riferivo qui. Purtroppo, a causa dello scarso preavviso, non abbiamo potuto vedere la sua casa natale.
Quest’anno non potrò andare a Portici per le vacanze: un’altra mia zia ha avuto un incidente stradale e deve ancora riprendersi del tutto (ma il fatto che sia viva è, per me, una grazia specialissima), quindi resterò a farle compagnia insieme ai miei genitori. Se invece avessimo potuto partire, avrei supplicato di poter tornare a Torre: mi sa tanto che anche il Natale, come la solennità dell’Immacolata, è vissuto in maniera intensissima.
Un altro sacerdote che mi ha aiutata tantissimo a conoscere don Vincenzo è don Francesco Rivieccio, già parroco a Santa Croce, poi postulatore della causa, nonché esperto conoscitore della santità napoletana. È stato ospite della trasmissione Siamo Noi di TV 2000 del 22 maggio 2018 e ho avuto la possibilità di parlargli personalmente poco prima di tornare a Milano quest’estate.

Il suo Vangelo


Il modo in cui san Vincenzo ha incarnato il Vangelo è strettamente collegato alla sua città, che non lasciò praticamente mai. Era un autentico figlio della sua terra, dalla cui religiosità aveva attinto gli aspetti migliori: un affetto sconfinato verso la Vergine Maria, la certezza dell’importanza della pietà popolare, l’affidamento a Dio quando le calamità o le difficoltà della vita in genere fanno sentire il proprio peso.
Insieme a questi aspetti, era consapevole che il popolo andasse educato nella fede, così da evitare esagerazioni o storture. Così si spiega la sua insistenza verso la catechesi e la predicazione pubblica, al pari della preparazione delle omelie e della scrittura di opuscoli di vario genere, ma anche della “Messa pratica”, un vero e proprio imparar facendo applicato alla liturgia.
Tra le sue opere edite c’è quella intitolata Il Santissimo Rosario di Maria Vergine è canale di grazie, con quindici meditazioni per i Misteri del Rosario in vigore all’epoca. Don Giosuè, che non finirò di ringraziare, mi ha suggerito di citare la meditazione sul terzo Mistero della Gioia, la nascita di Gesù a Betlemme, come particolarmente indicata per far rientrare il suo santo predecessore nella Corona d’Avvento dei Testimoni di quest’anno.
Il Figlio di Dio discende dal Cielo alla mangiatoia per portare noi al cielo. E tu perché cammini per la via dell’inferno? Che pazzia! Via, su prega quel Bambino che ti porti al cielo. La carità ha tirato il Figlio di Dio in terra per innalzare l’uomo dalla terra al cielo.
È solo un piccolo estratto, ma fa capire benissimo come don Vincenzo avesse preso quella stessa carità come modello per la propria azione pastorale.

Per saperne di più


Domenico Panariello, San Vincenzo Romano – “Lu prevete faticatore”, Velar 2018, pp. 64, € 6,00.
L’unica biografia attualmente in commercio, uscita in occasione della canonizzazione.

Su Internet

Sito ufficiale, aggiornato alla beatificazione
Pagina Facebook ufficiale, gestita dalla parrocchia di Santa Croce
Scheda biografica sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni


lunedì 10 dicembre 2018

CineTestimoniando #8: «Uomini di Dio» (Corona d’Avvento dei Testimoni #2)


La locandina italiana del film (fonte)
Des hommes et des dieux, Francia 2010, Xavier Beauvois, Armada Films, France 3 Cinéma, Why Not Productions, 120’

Questo sabato, a Orano in Algeria, sono stati beatificati il vescovo Pierre-Lucien Claverie e altri diciotto religiosi, riconosciuti come martiri perché scelsero di restare al servizio del popolo algerino, che amavano, rispettavano e nel quale avevano molti amici.
Sette di essi, però, sono più famosi degli altri, e la loro fama ha contribuito a dare alla beatificazione di ieri un risalto mediatico superiore alla maggior parte delle cerimonie di questo genere. Parlo dei sette monaci trappisti del monastero di Nostra Signora dell’Atlante (o, se preferite la formulazione francese, Notre Dame de l’Atlas; io abitualmente traduco i titoli delle chiese e dei monasteri, come anche i nomi geografici se hanno un corrispettivo in italiano) a Tibhirine.
Inizialmente, ero indecisa se dedicare loro un post di tipo classico o la recensione di Uomini di Dio, il film che ripercorre i loro ultimi anni, da poco prima del rapimento a quel tragico 24 marzo 1996. Alla fine ho optato per questa recensione, perché temevo di non aver granché da dire riguardo al legame che ho con loro, ma che comunque esiste.
Il collegamento con la Corona d’Avvento dei Testimoni 2018, ossia il mio percorso di avvicinamento al Natale tramite testimonianze specifiche, risiede non solo nel fatto che sono stati beatificati due giorni fa, ma anche nella tematica profondamente natalizia insita nel film.
Le immagini, laddove non indicato, sono tratte dalla scheda del film presente sull’Internet Movie Database.

martedì 4 dicembre 2018

Squarci di testimonianze #25: suor Rosetta, il dottor Lino, don Ennio (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 #1)


Fonte
Qui a lato ho messo, sin dai primordi del blog, i miei contatti sotto la scritta Se conosci un Testimone…. Da sei anni a questa parte, in pochi mi hanno scritto per segnalarmi delle storie a cui tengono; tra questi, ne ho tenute buone due o tre, ma non ho ancora avuto il tempo di raccontarle.
Giovedì 29 novembre, invece, ho trovato nella casella di posta elettronica un messaggio da un tale Luca, che mi ha colpita per la semplicità con cui mi ha raccontato il legame che sente di avere con tre persone che, secondo il suo parere, «vivono con coerenza il Vangelo» e «si adoperano per le persone bisognose».
Come Luigi Accattoli insegna e come cerco di fare, quando si raccontano i “fatti di Vangelo” bisogna presentare tutti i dati possibili, ma il mio lettore non me li ha forniti, per ragioni di riservatezza.
Ecco quindi la sua testimonianza, anzi, quella dei tre Testimoni cui è tanto affezionato (che, adesso, c’entrano un po’ anche con me), come prima candela virtuale della Corona d’Avvento dei Testimoni 2018. Per mantenere la spontaneità con cui Luca mi ha scritto, ho corretto solo la punteggiatura.

sabato 1 dicembre 2018

Un dono di luce dal deserto – Il Beato Charles de Foucauld (Cammini di santità #18)


Fonte
Domani comincia l’Avvento per il Rito Romano, mentre per il Rito Ambrosiano è già la terza domenica. Come ogni anno, inizierò la Corona d’Avvento dei Testimoni, dove abbino a ogni settimana un personaggio. Prima, però, voglio riprendere l’articolo appena pubblicato sulla rivista Sacro Cuore VIVERE.
Due anni fa esatti avevo raccontato qui il mio legame col Beato Charles de Foucauld, in occasione del primo centenario della sua morte. Credevo di aver detto tutto, ma mi sbagliavo: è stato necessario che il direttore della rivista mi chiedesse di scrivere di lui perché me ne rendessi conto.
Per la prima stesura, mi ero rifatta alla scheda che avevo scritto per santiebeati, ma avevo preso in prestito un altro libro, oltre a quello che già avevo, per approfondire la spiritualità foucauldiana. Ho quindi chiesto aiuto al curatore di quel testo, che mi ha dato qualche suggerimento. Tuttavia, quando ho mandato il pezzo al direttore, mi sono sentita rivolgere un rimprovero: era come se avessi ingurgitato informazioni senza digerirle. In più, mancavano alcune informazioni che lui riteneva più importanti.
Ho consultato altri testi, ma non riuscivo proprio a produrre qualcosa di originale. Ero un po’ abbattuta, quando ho incontrato in biblioteca un prete che conosco, il quale mi ha incoraggiata: non potevo sentirmi frenare dalla caratura del personaggio, io che avevo scritto di tante altre figure. Il colloquio mi fece trovare l’ispirazione, ma il resto è stato causato dai fatti della vita.
Alcune questioni in famiglia, non gravi però, mi hanno condotta a occuparmi maggiormente delle faccende domestiche, motivo per cui anche le mie pubblicazioni si sono fatte più rade. In quel modo, mi sono resa conto che quella era la “Nazareth” in cui ero chiamata a vivere. Al mio articolo, quindi, mancava l’immedesimazione col personaggio, quella stessa che avevo afferrato, in maniera analoga, scrivendo di santa Teresa Benedetta della Croce.
Un’ultima revisione, poi ho mandato l’e-mail con l’allegato. Mi sono profondamente commossa quando il direttore, rispondendo, ha dichiarato che quello era il miglior contributo che avessi mai prodotto per lui. Non solo: mi ha anche confermato quanto mi aveva anticipato, cioè che la mia collaborazione retribuita proseguirà almeno per l’anno prossimo, anche perché i lettori gradiscono i miei profilini.
Ecco quindi l’articolo. Spero tanto che piaccia anche a voi, sia che conosciate già il Beato Charles, sia che non abbiate (ma mi sembra difficile) mai sentito parlare di lui.

giovedì 29 novembre 2018

Ambrogio di Milano: da sorvegliante a pastore, con Gesù al centro


Mosaico nella basilica di SantAmbrogio,
sacello di San Vittore in Ciel dOro
Chi è?

Aurelio Ambrogio nacque a Treviri in Gallia (oggi Trier in Germania) intorno al 340, ultimo dei tre figli di un funzionario imperiale. Dopo la morte del padre, ancora bambino, si trasferì con la madre e i fratelli a Roma, dove studiò i classici latini e fu educato alla fede, ma non ricevette il Battesimo.
Iniziò la carriera di magistrato a Sirmio (l’attuale Srijemska Mitrovica, in Serbia), diventando poi, nel 370, consularis, ovvero governatore, delle provincie imperiali della Liguria e dell’Emilia, stabilendosi a Milano. Durante un tumulto popolare cercò di placare gli animi: la folla, ascoltandolo parlare, lo acclamò vescovo. Venne quindi battezzato il 30 novembre 374 e, il 7 dicembre, ordinato vescovo.
Nel corso del suo ministero insegnò ai fedeli come pregare e meditare sulle Scritture, come lui stesso faceva. In particolare, promosse la verginità consacrata e curò la formazione dei catecumeni. Si oppose agli imperatori per difendere la Chiesa e le sue prerogative, restando fedele al Papa di Roma. Morì il 4 aprile 397.
La sua memoria liturgica cade il 7 dicembre, anniversario della sua ordinazione episcopale, ma nel calendario della diocesi di Milano è anche ricordato il giorno del suo transito, il 4 aprile. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della basilica milanese che porta il suo nome, originariamente edificata da lui stesso in onore dei martiri Gervaso e Protaso.

Cosa c’entra con me?

mercoledì 21 novembre 2018

Suor Maria Addolorata del Sacro Costato: in croce, ma contenta


Suor Maria Addolorata nell'Ospedale Maggiore  di Bergamo,
in una fotografia del 27 gennaio 1954
(fonte:  p. 10 dell'inserto fotografico del libro Sinfonia del dolore)
(mi scuso per la scarsa qualità della scansione)
Chi è?

Maria Luciani, al Battesimo Maria Pasqualina, nacque il 2 maggio 1920 a Montegranaro, in provincia di Ascoli Piceno, sesta figlia di Enrico Luciani e Camilla Dezi. Dopo aver ricevuto la Prima Comunione, si trasferì con la famiglia a Morrovalle, in provincia di Macerata, dove conobbe i religiosi della Congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, ovvero i Passionisti. Terminò le scuole elementari, poi iniziò ad aiutare i familiari nei lavori agricoli.
Avvertì la vocazione religiosa a tredici anni, ma pensò di dover restare accanto a sua madre. Tuttavia, mandò a monte almeno due fidanzamenti, perché il desiderio di consacrarsi era sempre più forte. Così, il 4 giugno 1945, entrò nel monastero delle Suore della Passione di Gesù Cristo, ossia le Passioniste claustrali, di Ripatransone: il 22 agosto 1946 vestì l’abito religioso e cambiò nome in suor Maria Addolorata del Sacro Costato.
Poco dopo la professione dei voti temporanei, avvenuta il 15 novembre 1947, si ammalò. Ricoverata nell’ospedale di Macerata nel settembre 1950, le fu diagnosticata una pleurite; dopo qualche giorno di convalescenza in famiglia, rientrò in monastero. Dovette però uscire di nuovo il 28 giugno 1951; il 4 novembre 1950 aveva emesso la professione perpetua.
Nel dicembre 1952, da poco rientrata una seconda volta in monastero, le venne dichiarato che aveva la tubercolosi polmonare. Per questa ragione, il 9 luglio dello stesso anno, lasciò per sempre Ripatransone, per essere curata in sanatorio.
Dopo alcuni giorni nel sanatorio per religiose di Groppello, in provincia di Bergamo, venne ricoverata nell’Ospedale Maggiore del capoluogo. Per portarla più vicina a casa, ma soprattutto al monastero, fu trasferita nel sanatorio di Teramo, il 31 marzo 1954. Morì in quel luogo il 23 luglio 1954, a trentaquattro anni compiuti.
L’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolta nella diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto (dopo aver ottenuto il trasferimento di competenza dalla diocesi di Teramo-Atri, in cui era morta) dal 23 luglio 1995 al 29 settembre 1995. Il 7 novembre 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva dichiarata Venerabile.
I resti mortali di suor Maria Addolorata del Sacro Costato riposano dal 3 settembre 1990 nella chiesa annessa al monastero delle Passioniste a Ripatransone.

Cosa c’entra con me?

sabato 3 novembre 2018

Madre Clelia Merloni: apostola e Beata col Cuore di Gesù


Chi è?

Clelia Merloni (al Battesimo, Clelia Cleopatra Maria) nacque a Forlì il 10 marzo 1861, figlia di Gioacchino Merloni e Maria Teresa Brandinelli. Rimasta orfana di madre a tre anni, fu allevata dalla nonna materna, poi raggiunse il padre, che si era trasferito a Sanremo. Per alcuni mesi fu allieva interna dell’istituto delle Suore della Purificazione a Savona, che dovette lasciare per motivi di salute.
Educata come si conveniva a una ragazza del ceto borghese, sentì però un’avversione per quel mondo, maturando di pari passo la vocazione alla vita consacrata. Il padre, che si era avvicinato alla massoneria, fu inizialmente contrario, ma alla fine cedette.
A ventidue anni, Clelia entrò tra le Figlie di Nostra Signora della Neve, ma dovette uscirne per motivi di salute prima ancora dei voti temporanei. Dopo un’esperienza a Genova come direttrice di un orfanotrofio, entrò in contatto con le Figlie della Divina Provvidenza, fondate da don Luigi Guanella (canonizzato nel 2011).
Nel 1893 fu colpita dalla tubercolosi: mentre era giudicata in fin di vita, capì che Dio voleva da lei un’opera dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1894, insieme a una compagna, si diresse a Viareggio, dove mossero i primi passi le suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù.
Dopo un iniziale periodo di sviluppo dell’istituto, Clelia, ormai Madre fondatrice, finì in miseria a causa dell’amministratore dei beni del padre, di cui era diventata erede. Fu quindi aiutata da monsignor Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore dei Missionari di San Carlo (Beato dal 1997), che stava per creare un’analoga istituzione femminile. Il 10 giugno 1900, il vescovo approvò le Costituzioni delle Apostole Missionarie del Sacro Cuore, come vennero a chiamarsi.
A causa di numerosi contrasti e di calunnie, mentre la fusione con la comunità fondata da monsignor Scalabrini non riuscì, madre Clelia fu inizialmente esautorata dal ruolo di superiora generale, poi scelse lei stessa di farsi da parte, domandando e ottenendo, nel 1916, la dispensa dai voti. Da allora, per lei cominciò un vero e proprio esodo, vissuto appoggiandosi solo sull’amore del Cuore di Gesù.
Ormai anziana e malata, ottenne di essere riaccolta nell’istituto da lei fondato che, intanto, aveva preso il nome di Zelatrici del Sacro Cuore (nel 1967 ha ripreso il nome originario). Si spense nella Casa generalizia, a Roma, il 21 novembre 1930.
Il processo diocesano della sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolto presso il Vicariato di Roma dal 18 giugno 1990 al 1° aprile 1998. È stata beatificata oggi, 3 novembre 2018, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa annessa alla casa generalizia delle Apostole del Sacro Cuore a Roma, in via Germano Sommeiller 38. La sua memoria liturgica cade il 20 novembre, vigilia di quello della sua nascita al Cielo.

Cosa c’entra con me?