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domenica 29 luglio 2012

Ciro, medico per l’anima e il corpo

Statua di san Ciro, venerata nel Santuario Diocesano Maria SS. della Natività e San Ciro di Portici (NA)
Chi è?

La vita di san Ciro, eremita di Alessandria d’Egitto, ha molti aspetti leggendari. La tradizione afferma che esercitava la professione di medico e che non si faceva mai pagare per le sue prestazioni. Desideroso di maggior perfezione, si ritirò a vita eremitica, ma fu presto raggiunto da Giovanni, un soldato cristiano nativo di Edessa.
Per incoraggiare quattro loro sorelle nella fede, Teodosia (o Teodota), Teotista, Eudossia, e la loro madre Atanasia, detenute a Canopo, l’eremita e il soldato vi si diressero, ma anche loro furono condannati a morte per decapitazione, all’incirca nel 303 d. C.
La devozione verso san Ciro nel napoletano si deve alla predicazione del gesuita san Francesco De Geronimo, che attribuiva al martire le guarigioni prodigiose che avvenivano per mezzo suo. Il culto è concentrato a Napoli, Portici (NA), Vico Equense (NA), Atena Lucana (SA), Grottaglie (TA) e Marineo (PA).
La sua memoria liturgica cade il 31 gennaio.

Cosa c’entra con me?

Nella mia famiglia è sempre stato fortissimo il legame con san Ciro, soprattutto nel ramo materno, che viene da Portici: una mia zia porta il suo nome, ovviamente al femminile. Avevo anche uno zio paterno, morto un paio d’anni fa.
Ogni volta che trascorro, come ora, qualche giorno di vacanza in quella città alle pendici del Vesuvio, non manco di visitare la chiesa dedicata a lui e alla Natività della Vergine Maria. Mi colpisce sempre vedere che a tutte le ore del giorno i fedeli si alternano presso l’altare che custodisce una sua reliquia e la statua che viene solennemente portata in processione la prima domenica di maggio. Certo, dovrebbero prima salutare il “Padrone di casa” rispetto al titolare…
Di seguito, un filmato risalente all’ultima processione, al termine della quale il cardinal Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, ha elevato la chiesa a Santuario Diocesano.


Ammetto, però, di non avere mai approfondito la sua leggenda almeno finché la mia maestra di Religione, alle scuole elementari, diede come compito per le vacanze quello di scrivere la storia del santo patrono del luogo dove avrei trascorso i mesi estivi. Con l’aiuto di un’agenda fatta pubblicare dal Comune di Portici, che presentava una breve storia del medico santo, ho potuto capire il perché di certe raffigurazioni che vedevo in chiesa.
Quando i miei genitori hanno avuto alcuni problemini di salute, fra i santi che maggiormente invocavo c’era anche lui, insieme a tutti quelli che avevano una qualche attinenza con la medicina. È pur vero che si tratta di una figura con poco di storico, ma le grazie numerosissime ottenute per sua intercessione mi hanno spinta a chiederne a mia volta.
Credevo che il suo culto si fosse appannato, da quando è stato elevato agli onori degli altari Giuseppe Moscati, anch’egli medico e più vicino a noi nel tempo (scriverò anche di lui), ma mi sbagliavo. Sono ancora molte le persone che, visitando la chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, si portano all’altare del Crocifisso, dove sono custoditi i resti suoi e di san Giovanni di Edessa.
Dal patrono di Portici, in breve, ho imparato che difendere i fratelli nella fede equivale a difendere Gesù stesso e che per loro, quindi per Lui, bisogna tenere in conto l’eventualità di dare il sangue, cioè la vita stessa. Non sempre ci riesco e non so trovare i modi giusti. Inoltre anch’io, come tutti, ho i miei malanni di natura spirituale e sono continuamente alla ricerca di “medici” per curarli. Conto, quindi, di essere guarita ripensando al suo coraggio e chiedendogli di aumentare il mio.

Il suo Vangelo

L’insegnamento che si può trarre da quel poco che sappiamo di san Ciro è che la professione esercitata, quale che sia, può essere uno strumento per sostenere chi è in difficoltà. I medici in particolare devono imparare da lui ad essere sempre pronti, mai stanchi, e a non fare dell’arte medica un mezzo per soverchiare i pazienti.

Per saperne di più

giovedì 5 luglio 2012

Pier Giorgio Frassati, il mio ideale di uomo


Chi è?

Figlio di Alfredo Frassati e Adelaide Ametis, Pier Giorgio nacque a Torino il 6 aprile 1901. Nonostante fosse cresciuto in un ambiente dominato dal materialismo, trovò nell’Eucaristia, nell’impegno associativo e politico e nell’assistenza ai poveri l’alimento per la sua vita. Amava anche molto la montagna e la compagnia dei suoi più cari amici. All’età di ventiquattro anni contrasse una forma fulminante di poliomielite, probabilmente durante una delle visite ai diseredati di Torino, e ne morì il 4 luglio 1925.
A lui sono stati intitolati associazioni, gruppi di Azione Cattolica, oratori e centri giovanili sin da prima della sua beatificazione, avvenuta il 20 maggio 1990 sotto il pontificato di papa Giovanni Paolo II.

Cosa c’entra con me?

La prima volta che ho sentito parlare di lui è stato nel 1993: sulle pagine de Il Giornalino era infatti serializzato un fumetto, dal misterioso titolo P.G,F., sceneggiato da Renato Polese. Mi sono da subito appassionata alle sue avventure, rimanendo molto dispiaciuta per la sua morte a causa della poliomielite.
Negli anni dell’adolescenza, ammetto di averlo lasciato un po’ in disparte, come quasi con tutti i santi del resto (l’avevo scritto anche nell’articolo su papa Benedetto XVI). Si è timidamente riaffacciato il 7 aprile 2001, durante la Veglia in traditione Symboli “Abbiamo creduto all’amore”, a lui dedicata a conclusione dell’anno centenario dalla sua nascita e in prossimità della GMG di Toronto, della quale era fra i patroni. Ricordo in particolare il canto conclusivo, Un santo vero per amico, tratto da un recital composto da Guido Meregalli e profondamente vero nelle sue parole (è ascoltabile qui).
Qualche anno fa, però, ho trovato in oratorio un librettino su di lui e, dato che ce n’erano delle copie in eccesso, ho chiesto al mio don se potevo prenderne uno. Mi si è aperto un mondo: nel fumetto, per quanto ricordo, si metteva molto l’accento sulla sua attività caritativa, un po’ meno su quella politica e sulla sua adesione, col nome di fra’ Girolamo, in onore di Savonarola, al Terz’Ordine di san Domenico.
Inoltre, ogni volta che varcavo l’ingresso degli uffici della Fondazione Oratori Milanesi per iscrizioni ad attività diocesane o per semplici informazioni, m’imbattevo in una gigantografia che lo ritraeva, la stessa immagine che ho scelto in apertura. La frase scritta sotto di essa, “Verso l’alto”, è diventata col tempo un monito a non accontentarmi della mediocrità a mirare in direzione di mete ritenute irraggiungibili dai più, prima fra tutte quella della santità di vita.
Quando ho iniziato a bazzicare le librerie cattoliche del centro di Milano, per acquisti parrocchiali o per un po’ di shopping compulsivo (a ciascuno il suo luogo), sono rimasta sconvolta dalla mole di libri su di lui: dai monumentali ricordi della sorella Luciana, ai volumetti promossi dall’Azione Cattolica, fino ad uno dei benemeriti libri blu della collana “Messaggeri d’Amore” edita da Velar e Elledici, che alla fine ho preso. Anche in quel caso, ho scoperto elementi dapprima sconosciuti e, in un certo senso, credo di essermi presa una “cotta” per lui.
Ebbene sì: se solo non fosse morto quasi novant’anni fa, avrei tanto voluto fidanzarmi con Pier Giorgio. Era generoso, sportivo, pronto alla battuta, con un’intensa vita spirituale, che si accompagnava, come scrivevo prima, ad un’intensa attività al servizio dei più poveri. Senza contare, poi, il suo essere di famiglia benestante. Non è, però, che gli andasse tutto bene, come ha sapientemente e ironicamente scritto la blogger Lucyette.
In ogni caso, ho deciso d’invocarlo perché mi aprisse gli occhi e mi mostrasse che esistono ancora giovani come lui. Così è stato: mi sono resa conto di avere accanto, solo per citarne alcuni, i miei compagni universitari della FUCI, dei quali fu “collega”, quelli aderenti a Comunione e Liberazione, ma anche quelli che, pur non appartenendo a nessuna associazione o movimento, cercavano d’intensificare il loro legame col Signore.
A tutt’oggi non ho ancora capito se è volere di Dio che io mi fidanzi o no, ma penso che l’ideale rappresentato da colui che Giovanni Paolo II definì, quand’era ancora Arcivescovo di Cracovia, “uomo delle otto Beatitudini” (a questo alludevo nel titolo), valga anche per la mia personale vicenda, in modo da poterlo ritradurre nel mio tempo e nei miei ambiti di vita.
Con questo spirito, in occasione del Pellegrinaggio della Diocesi di Milano per l’Ostensione della Sindone, il 6 maggio 2010, sono passata a “salutare” Pier Giorgio nel Duomo di Torino, dove dal 1990 riposano i suoi resti mortali. Non sono purtroppo riuscita a trattenermi come avrei voluto, dato che il flusso dei pellegrini doveva continuare a scorrere verso il Sacro Lino. Era come se il Beato volesse invitarmi a non fermarmi a lui, bensì a proseguire nel mio cammino, per amare e riconoscere il dolore di chi soffre, rappresentato dal misterioso oggetto esposto alla venerazione dei fedeli. 

Il suo Vangelo


Uomo delle Beatitudini e quindi uomo completo e riuscito fu Pier Giorgio, capace di far entrare Gesù in tutti gli ambiti della sua vita e di ricambiare il Suo amore visitandoLo nei poveri.
Alcune delle sue più note espressioni, illluminate dai fatti della sua vita, denotano un carattere forte e una coerenza estrema. Per lui era lo stesso difendere il Tricolore durante una manifestazione del Partito Popolare, viaggiare in terza classe, riunirsi coi membri delle Conferenze di San Vincenzo e scrivere ad un amico, Bonini:
«Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare».
Così spero di riuscire a vivere e prego che sempre più ragazzi, aiutati da sapienti guide, raggiungano le alte mete alle quali il giovane torinese pervenne.


Per saperne di più

Un assaggio della sterminata bibliografia su Pier Giorgio è visibile qui.

Su Internet

Sito dell’Associazione Privata di Fedeli “Compagnia dei Tipi Loschi”, una delle numerose aggregazioni ispirate al suo esempio