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venerdì 20 settembre 2013

Tre (anzi quattro) domande a... Michael Pasotto de «I ParRock»: fede ed emozione attraverso una canzone



  I ParRock eseguono dal vivo «Io vagabondo» dei Nomadi, nel corso della Festa della Fede per i giovani della Zona Pastorale III (Lecco, 15 giugno 2013)


Chi sono?

I ParRock (evidente gioco di parole con il termine “parroco” e il genere musicale rock) sono un gruppo musicale formato da alcuni seminaristi dell’Arcidiocesi di Milano. Dopo una prima esibizione in occasione della Missione Vocazionale 2011 a Melegnano, hanno deciso di impegnarsi più intensamente dallo scorso anno, rendendosi disponibili per concerti-testimonianza in parrocchie ed oratori, ma non solo.
L’attuale formazione è così composta:
alla voce, Matteo Cascio, VI Teologia, e Michael Pasotto, V Teologia;
alla chitarra elettrica solista, Mattia Bernasconi, VI Teologia;
alle chitarre, Marco Albertoni e Andrea Mencarelli, entrambi di V Teologia;
al basso, Simone Borioli, V Teologia;
alla batteria, Emmanuel Santoro, IV Teologia;
alle tastiere, nonché “mente” musicale del gruppo, Matteo Ceriani, VI Teologia.
I due Matteo e Mattia diventeranno diaconi il prossimo 28 settembre e sacerdoti il 7 giugno 2014.

Cosa c’entrano con me?

Chi legge abitualmente queste pagine sa quanto io tenga ai seminaristi della mia Diocesi, con un affetto che a volte può sembrare eccessivo. Ebbene, posso quindi ben dirmi una “fan” dei ParRock, pur non avendoli mai uditi suonare dal vivo.
Lo scorso anno, nel leggere il programma della Missione Vocazionale (per i non ambrosiani, una settimana speciale in cui i seminaristi del Quadriennio teologico vivono ed operano in un quartiere o Decanato), ho appreso dell’esistenza di questo complessino. Sulle prime, sono rimasta un po’ basita: pur facendo parte del coro di Pastorale Giovanile, ho ancora alcune resistenze circa l’annuncio del Vangelo con mezzi inconsueti e canori di stile moderno. Per conoscere meglio le loro motivazioni, quindi, dapprima mi sono iscritta alla loro pagina ufficiale Facebook, poi ho chiesto al batterista Emmanuel (con l’accento sulla “e” finale), conosciuto casualmente davanti alla mia vecchia università e rivisto alle ultime ordinazioni sacerdotali, se potevo scrivere di lui e compagni, ricevendo un’entusiastica e affermativa risposta.
Alcuni giorni fa ho mandato a tutto il gruppo un messaggio privato, in cui domandavo se potevo intervistarli al termine della celebrazione con cui la Chiesa di Milano dà tradizionalmente inizio al nuovo Anno Pastorale, lo scorso 9 settembre. Non avendo ricevuto risposta, avevo deciso di lasciar perdere, ma non intendevo darla vinta a chi vorrebbe che smettessi di scrivere di futuri sacerdoti o simili. Così, dopo essermi imbattuta in un ragazzo di V Teologia che conosco, gli ho domandato se ci fosse in giro qualche membro dei ParRock: lui si è guardato attorno, poi mi ha presentato Michael. Mentre aspettavamo che i suoi compagni di III uscissero dal portone del Palazzo Arcivescovile e venissero festeggiati da comparrocchiani e amici, gli ho quindi posto le mie canoniche tre domande, a cui se n’è aggiunta, nel corso della conversazione, una quarta.

Comincio con una domanda un po’ leggera: quanto vi gasate quando suonate?
Tantissimo! Ci divertiamo a tal punto da spingere per poter continuare questa nostra esperienza. I nostri superiori sono contenti, perché vedono che si tratta di una cosa semplice, a cui partecipano anche quelli che non sono proprio “cattoliconi convinti”.
Il vostro stile di nuova evangelizzazione passa senza dubbio da una fede personale e determinata. Quanto, nel vostro cammino di giovani prossimi all’ordinazione sacerdotale, vi aiuta esibirvi in concerto?
Sicuramente, ci aiuta a semplificarci. Solitamente, da un sacerdote o da un seminarista, la gente si aspetta di ricevere discorsi lunghi e seriosi. Noi, invece, tramite le mini-testimonianze che prestiamo fra un brano e l’altro, ma anche con la scelta di determinati pezzi, proviamo a presentare ciò in cui crediamo in una maniera semplice e diretta. Ci fa crescere, insomma, trasmettendo la gioia vera mediante l’emozione che una canzone può lasciare nella gente.
Quali sono, quindi, i vostri punti di riferimento come credenti e come musicisti?
Per quanto riguarda me personalmente, dal punto di vista musicale, domani andrò a sentire in concerto Renato Zero: sono un “sorcino”! Purtroppo, di suo gli altri ci fanno suonare solo Il Cielo (ride, ndr). Il nostro pezzo forte è Coraggio sono io (un canto religioso molto noto negli oratori ambrosiani, ndr), rivisitato in chiave rock’n’roll.
Nella fede, invece, ciascun membro ha i suoi punti di riferimento; per me, ad esempio, è il sacerdote con cui mi hai visto parlare poco fa. Per tutti noi, di sicuro ci è di grande stimolo papa Francesco.
E se un giorno vi venisse chiesto di suonare davanti a lui, in Aula Nervi?
Spettacolo!

In questa rubrica, manca il paragrafo «Il suo/loro Vangelo» perché bastano le parole dirette del testimone a dichiarare come incarna la Buona Notizia di Gesù per gli uomini di oggi.
Personalmente, ritengo che l’esperienza vissuta da questi giovani sia una delle vie percorribili per incontrare tutti gli uomini, a cui ci sta continuamente esortando il nostro Arcivescovo, anche nel Messaggio per la Giornata del Seminario 2013. Per riprendere le sue parole, auguro loro di crescere nella familiarità col Signore, perché possano mostrare a tutti con la loro missione musicale e, un giorno, con quella sacerdotale, che «seguendo Gesù nella Chiesa, compito e compimento coincidono!».

Su Internet

Pagina Facebook ufficiale per seguire i ParRock.
[EDIT 8/10/2013] Un articolo della giornalista Ylenia Spinelli in occasione della Missione Vocazionale 2013.

mercoledì 11 settembre 2013

Giuseppe da Copertino: l’umiltà che fa volare


Dipinto nell’abside del santuario di San Giuseppe da Copertino a Osimo (fonte)


Chi è?

Giuseppe Maria Desa nacque a Copertino, vicino Lecce, il 17 giugno 1603. A causa di alcune malattie ricorrenti, la sua istruzione scolastica s’interruppe presto; inoltre, avviato alla professione di calzolaio, non vi sembrava incline. Dopo aver chiesto di essere ammesso tra i Frati Minori Conventuali prima e quelli Riformati poi, venne accolto come fratello laico dai Cappuccini, a Martina Franca, ma lì venne ritenuto incapace di svolgere anche i compiti più ordinari.
Infine, nel 1622, venne ammesso fra i Conventuali, presso la comunità di Santa Maria della Grottella, a Copertino. Nel 1627, dopo un intensissimo periodo di studi, venne ordinato diacono e, l’anno successivo, sacerdote; attribuì la riuscita all’intercessione della Madonna.
Nel 1630, al termine di una processione, si manifestò la prima di una lunga serie di estasi e di voli mistici, che suscitarono la curiosità dei confratelli e del popolo, ma anche l’interesse della Santa Sede. Padre Giuseppe accettò in spirito d’ubbidienza i vari trasferimenti cui fu soggetto, fino all’ultimo, presso il convento di San Francesco a Osimo, dove morì il 18 settembre 1663.
Beatificato da papa Benedetto XIV il 24 febbraio 1753, è stato dichiarato santo da papa Clemente XIII il 16 luglio 1767. I suoi resti mortali riposano a Osimo, mentre il suo cuore è conservato nella chiesa a lui dedicata a Copertino.

Cosa c’entra con me?

San Giuseppe è entrato nella mia vita quando una mia zia ha sposato un uomo nativo di Leverano, in provincia di Lecce, non molto lontana da Copertino. Nel corso di alcune conversazioni con i parenti acquisiti, lei ha saputo dell’esistenza di un santo particolarmente invocato dagli studenti e dagli esaminandi: era decisamente il caso mio, anche se all’epoca frequentavo ancora le elementari, e di mia sorella, prossima agli esami di maturità.
Conoscendo il mio interesse per questo genere di argomenti, la zia pensò bene di regalarmi alcune immaginette e un volume biografico. Purtroppo, si trattava di un libro troppo difficile per la mia età, così, dopo aver leggiucchiato le prime pagine, l’ho lasciato da parte.
Non molto tempo dopo, nel corso di una visita al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ho adocchiato, in una vetrina della libreria annessa alla chiesa, una biografia per ragazzi, molto più appetibile del volumone di prima. Sarà che conoscevo già lo stile dell’autrice, perché avevo altri suoi libri nella medesima collana di agiografie per i più piccoli, ma quella lettura mi risultò tanto piacevole da presentarla in un tema di italiano, tornata dalle vacanze. Ebbene, quello scritto mi fruttò un voto così lusinghiero che mi venne da attribuirne il merito all’oggetto del libro di cui avevo parlato.
Alcuni anni dopo, gli zii concessero a me e ai miei familiari di passare alcuni giorni di agosto a Leverano, nella casa dov’erano ospiti. L’occasione era decisamente propizia per fare un salto a Copertino e visitare i luoghi dove il nostro santo aveva vissuto per i primi anni: anzitutto, la stalla dove nacque (suo padre, fin troppo generoso, aveva accumulato tanti debiti da essere costretto alla fuga con la moglie incinta), poi la chiesa dov’è conservata la reliquia del suo cuore, donata nel 1963 dalla comunità di Osimo.
Riconosco che quella visita ha provveduto a rivitalizzare la mia devozione nei suoi confronti: iniziata l’università, non passava esame a cui non mi preparassi, oltre che con lo studio, con un triduo di preghiere insieme ai miei familiari. L’angoscia per l’esito delle prove, però, non mancava di tormentarmi: volevo mirare sempre più in alto, ottenere i voti migliori, per dimostrare a tutti che non ero una buona a nulla, proprio come lo stesso san Giuseppe era considerato.
Nel giugno 2006 ho affrontato quella che mi sembrava una crisi terribile: per aver preparato tre esami contemporaneamente, di cui due da sostenere in altrettanti giorni consecutivi, non ho avuto voti eccezionali. Mi chiedevo dove avessi sbagliato, ma non ho dubitato della protezione divina, anzi, penso che l’intercessione tanto invocata si sia fatta sentire in un altro modo. Grazie a Dio e a san Giuseppe, ho compreso che il mio errore risiedeva in un’arroganza eccessiva, perché mi ero basata solo sulle mie forze. Da allora, ho deciso di non sostenere più due esami in fila e, in ogni caso, di chiedere aiuto per riprendere a conseguire voti brillanti.
Quell’estate, perciò, sono tornata a Copertino e ho chiesto consigli a uno dei frati del luogo. Non ricordo cosa mi disse con esattezza, ma ho ben presente il momento in cui, imponendomi le mani sul capo, il religioso pronunciò su di me la “benedizione a frate Leone”, quella preghiera tratta dal libro dei Numeri fatta propria da san Francesco d’Assisi. Penso che le mie letture mi abbiano influenzata, ma in quel momento sentivo proprio che lui e san Giuseppe stessero unendosi, dal Cielo, a quell’invocazione, per ottenermi la protezione di cui avevo bisogno.
La mia carriera universitaria da allora è proceduta abbastanza bene. Ho ripetuto un solo esame e ho conseguito solo una volta il temutissimo 18; nella laurea specialistica, sono finita fuori corso di appena sei mesi.
Nel corso di alcune conversazioni con alcuni compagni di studio, di provata fede cattolica, non mancavo di accennare loro qualche notiziola sul nostro comune patrono, spesso consegnando loro delle immaginette con la preghiera dello studente. Concluso il triennio, poi, ho donato ai frati di Copertino una copia del mio elaborato finale, a mo’ di ex voto, non tanto per il buon esito, ma per aver compreso il vero senso dello studio.
Pensavo che la sua storia fosse poco nota, ma mi sbagliavo: nel 1962 è uscito un film su di lui, Cronache di un convento (originale The reluctant saint), dove il suo saio è rivestito nientemeno che da Maximilian Schell. In giro per la Rete, si trova una versione integrale doppiata in italiano, ma la qualità è pessima.
Inoltre, gli è stato perfino dedicato un fumetto, anzi, come dicono gli esperti, una graphic novel, dal titolo The Flying Friar (Il frate volante). È qualcosa di molto distante dalle pur meritevoli agiografie con le nuvolette presentate, ad esempio, da Il Giornalino, ma fa capire come possa incuriosire ancora oggi una vicenda così incredibile.
Ora che sono laureata da quasi tre anni, non penso di non aver più bisogno dell’aiuto di san Giuseppe. Anche se non studio più, posso ugualmente pregarlo per i miei amici che sudano ancora sui libri, sia in università sia in Seminario, oltre che per gli allievi di mia sorella, che ora lavora come insegnante.

Il suo Vangelo

Ciò che san Giuseppe può insegnare agli uomini di oggi è principalmente la tenacia nel conseguire un obiettivo, ma senza confidare unicamente nelle proprie forze. Non si potrebbe capire altrimenti come lui, nonostante non fosse particolarmente sveglio, fosse riuscito a imparare a memoria un solo brano di Vangelo per l’esame di diaconato e a ricordarselo, quando proprio quel passo gli venne sottoposto dalla commissione.
Attribuire al Signore i nostri meriti, anche quelli che otteniamo a prezzo di fatiche, è segno di umiltà, una virtù di cui spesso veniamo a mancare, io per prima. Il nostro Santo la mostrò accettando le numerose destinazioni cui venne sottoposto e vivendo in prima persona quanto dispensava a parole a chi gli domandava consiglio:
La fede e l’umiltà sono il fondamento principale di tutte le altre virtù. Sii umile e confida in Dio. Dentro i cuori umili abita il Signore.

Per saperne di più

Bonaventura Danza, San Giuseppe da Copertino, San Paolo 2003, € 3,00.
Un rapidissimo profilo con le principali notizie sulla sua vita.

Wanda Chiappinelli, San Giuseppe da Copertino – Il Santo delle meraviglie, Shalom 2008, € 5,00.
Biografia che pone l’accento su come san Giuseppe ha vissuto le virtù cristiane e presenta, come tutti i libri della medesima collana, un nutrito campionario di preghiere per chiedere la sua intercessione.

Giuseppe Celso Mattellini, Giuseppe da Copertino – uomo santo, Edizioni Messaggero di Padova 2003, € 7,50.
Testo ideale per chi, già conoscendo le linee della vicenda del santo, volesse andare più a fondo della sua personalità e psicologia.

Su Internet

Sito dei santuari di Copertino (San Giuseppe e Santa Maria della Grottella)