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venerdì 31 gennaio 2014

Don Giovanni Bosco, maestro con un cuore di padre


Chi è?

Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) il 16 agosto 1815, da Francesco Bosco e Margherita Occhiena, la sua seconda moglie. Dopo la Prima Comunione, per sottrarsi alle angherie del fratellastro Antonio, andò a lavorare presso la cascina Moglia. Avvertita la vocazione al sacerdozio, studiò dapprima privatamente, lavorando per pagarsi gli studi, poi, dal 25 ottobre 1825, presso il Seminario di Chieri. Venne ordinato prete il 5 giugno 1841 e subito dopo passò al Convitto Ecclesiastico di Torino, per studiare Teologia morale.
L’8 dicembre 1841, nella sacrestia della chiesa di San Francesco d’Assisi a Torino, incontrò un giovane muratore, Bartolomeo Garelli, che il sacrestano aveva rimproverato perché non sapeva servire Messa. Fu il primo dei numerosissimi giovani che presero ad affollare la sede, mutata più volte, di quello che divenne l’oratorio.
Nel 1854 fondò la Congregazione dei Salesiani e, nel 1872, insieme a Maria Domenica Mazzarello, le suore Figlie di Maria Ausiliatrice. Morì a Torino il 31 gennaio 1888. Beatificato da papa Pio XI il 2 giugno 1929, venne canonizzato il 1° aprile 1934.

Cosa c’entra con me?

Non ricordo con esattezza il momento in cui ho sentito parlare per la prima volta di don Bosco. Forse è stato quando ho visto che una scuola elementare pubblica di Portici, dove trascorro le vacanze, era dedicata a lui, ma non sapevo affatto che si trattava di un santo.
Ho iniziato a conoscerlo di sicuro tramite uno dei libri della collana Fiori di Cielo, come altri personaggi di cui ho scritto qui. L’aspetto che mi aveva interessata maggiormente era la sua vicinanza ai bambini e ai ragazzi, con tutta probabilità perché ero in quell’età.
Il momento preciso in cui ho capito l’importanza e l’imponenza della sua figura, però, è stato nel 2004, quando ho assistito a una rappresentazione del musical In maniche di camicia, presso il Teatro San Babila di Milano; per la precisione, era nell’ambito di una rassegna teatrale sui migliori spettacoli musicali realizzati dalle compagnie amatoriali parrocchiali ed era messo in scena dai giovani di un oratorio di Gallarate*. Lo strumento del teatro nel teatro mi ha permesso di capire che la chiamata che raggiunse il piccolo Giovanni tramite il celeberrimo sogno dei nove anni poteva essere anche mia, se mi fossi impegnata ad ascoltare con attenzione quanto il Signore mi andava dicendo. In particolare, mi aveva colpito il personaggio di “Lei” che [INIZIO SPOILER] altri non è che la Madonna [FINE SPOILER], tanto da immaginare, nel caso che quello spettacolo fosse stato rappresentato nella mia parrocchia, di rivestire proprio quel ruolo. Purtroppo, nonostante i miei sforzi, quel copione non venne considerato neppure negli anni a venire.
Delusioni teatrali a parte, quello spettacolo ebbe l’effetto di farmi interessare maggiormente alla figura protagonista. Sapevo che a Milano c’erano parecchie tracce della presenza salesiana, ma conoscevo sì e no le Figlie di Maria Ausiliatrice che operavano nel mio Decanato di provenienza. Proprio il 31 gennaio di almeno quattro anni fa, se ricordo bene, sono andata nella loro scuola per assistere a un altro spettacolo (ebbene sì: i testi teatrali su di lui si sprecano, ma non tutti sono di facile reperibilità!), Don Bosco S. P. A. – Società Per Amare. Da lì mi sono portata dietro l’idea che il fondatore della Famiglia Salesiana fosse un vero scopritore di talenti nel senso evangelico del termine: ha aiutato tantissimi a dissotterrare le loro migliori qualità, tanto da spingerne alcuni sulla via della vita cristiana perfetta, vale a dire la santità: per citarne alcuni, san Domenico Savio, che non ha quasi bisogno di presentazioni, o il Beato Michele Rua, al quale promise che avrebbe fatto tutto a metà con lui, tanto che divenne il suo primo successore.
Nemmeno le sue suore sono esenti da questo “vizio di famiglia”. Nei miei primi anni universitari, gironzolando per la libreria Ancora in via Larga, avevo adocchiato alcune pubblicazioni su di una ragazzina, Laura Vicuña, ma avevo finito col prendere solo un suo santino. La sera in cui sono passata dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, una di loro mi ha passato un opuscoletto contenente le relazioni di grazie attribuite ad alcune loro figure esemplari, tra le quali c’era la stessa Laura, che fu loro allieva e attualmente è Beata. Avrei qualcosina da dire anche su di lei, ma dato che quest’articolo è dedicato a don Bosco, rimando a un’altra occasione.
Col tempo, ho imparato a conoscere altre figure esemplari della Famiglia Salesiana, compresi almeno due personaggi appartenenti alla mia categoria preferita, quella dei giovani sacerdoti. Tra l’altro, anche il mio caro Alessandro Galimberti è un po’ “salesiano”, dato che ha frequentato le superiori presso il loro Istituto di Sesto San Giovanni.
Nel 2009 mi sono decisa a visitare la chiesa retta dai Salesiani a Milano, Sant’Agostino, e a fare un giretto nella libreria Elledici lì vicino (purtroppo, ho da poco saputo che è in via di chiusura), che però era chiusa per inventario. Fu quella l’occasione in cui ho incontrato il seminarista Alessandro Reggiani, di cui ho già raccontato in un post che, chissà per quale motivo, è da sempre uno dei più letti.
Le mie visite a Sant’Agostino si sono ripetute col tempo, in particolare quando volevo affidare all’intercessione del Venerabile Attilio Giordani gli educatori del mio oratorio. Ogni volta che ci andavo, mi chiedevo quando si sarebbe presentata l’occasione di andare a Torino e di vedere coi miei occhi almeno alcuni luoghi salesiani.
Quel momento venne nel 2010, quando, in occasione dell’Ostensione della Sacra Sindone, la Diocesi di Milano organizzò, per il 6 maggio, un pellegrinaggio diocesano cui si unì anche la mia parrocchia. Del nostro gruppo faceva parte anche una nutrita rappresentanza di suore di Maria Bambina, alcune delle quali mi conoscevano già. Durante il viaggio, ho fatto amicizia con un’altra di loro, di origini indiane, che era più emozionata di me e mi ha aiutato a capire come questi viaggi della fede debbano essere anzitutto occasioni di grazia.
Dopo alcune ore di viaggio, siamo arrivati alla Basilica di Maria SS. Ausiliatrice, che sino ad allora avevo visto solo in fotografia (a lato, unimmagine scattata da me alla fine del pellegrinaggio). Data la mia passione per il canto, mi sono fiondata verso il matroneo, dove erano stati invitati a prender posto i pellegrini che volessero contribuire in maniera canora alla preghiera comune. Ricordo in particolare il giovane diacono, don Leandro, che dirigeva il coro e che, poco tempo prima, era stato uno dei protagonisti di uno dei filmati più visti del canale YouTube della mia Diocesi (che io ho ripreso qui).
Dal posto dov’ero seduta potevo ammirare da vicinissimo la magnifica pala d’altare della Basilica e osservare l’altare sotto il quale riposano i resti mortali di don Bosco. Finalmente, era venuto il momento di affidargli il mio don dell’oratorio, che gli è particolarmente devoto, e tutti quelli che, da lui aiutati, cercavano di essere uomini completi, un po’ come avveniva a Valdocco quasi duecento anni fa.
Ero così rapita dal canto e dalle bellezze religiose che avevo di fronte, da dimenticarmi che avevo con me la paletta che segnalava il numero corrispondente al mio pullman. Appena me ne sono accorta, sono corsa giù dal matroneo, arrivando giusto in tempo per la partenza verso il Duomo di Torino.
A parte i ricordi personali, sento di avere molto in comune con san Giovanni Bosco. Più che l’esperienza educativa, che mi è stata preclusa a causa del mio carattere tendente al nervosismo, me lo sento affine per l’opera di diffusione della stampa cattolica. Basti pensare alle Letture cattoliche, gli opuscoli da lui predisposti in un’epoca dove ben altri poteri volevano dominare le masse. Questo suo aspetto lo aveva fatto votare, a pari merito col Beato Giacomo Alberione, come ideale patrono di Internet, in un sondaggio di dieci anni fa (chissà, se venisse riproposto oggi, chi vincerebbe?).
Un altro aspetto che mi fa ricorrere alla sua intercessione è l’interesse per le figure di santità (confermata o presunta) giovanile. A parte il già citato Domenico Savio, lui tratteggiò le biografie di altri ragazzi nei quali gli parve brillare in maniera speciale la Grazia divina: Michele Magone e Francesco Besucco, ma anche il suo primo amico e compagno di studi, il seminarista Luigi Comollo, e l’adolescente francese Louis Collé, figlio di due nobili che sostennero economicamente la nascente Congregazione salesiana. I miei profilini sono ben altra cosa rispetto alle sue opere, ma cerco di essere animata dal suo medesimo intento.
Spulciando tra i libri della biblioteca di alcune suore che conosco, ho scovato almeno due storie di ragazzi che da lui hanno appreso come cercare di farsi santi: Tarcisio Candotti, che entrò tra i Salesiani ma morì nel 1941 a Betlemme, dove stava compiendo la sua formazione, e Umberto Urbani, un vivace ragazzino romano scomparso nel 1955, quand’era ancora Aspirante Salesiano. Di recente, poi, mi sono occupata del Salesiano Coadiutore Mario Di Giovanni, la cui fine tragica (agli occhi del mondo, almeno) mi ha fatto ricordare, per certi versi, quella di suor Maria Laura Mainetti.

Il suo Vangelo

Non si può parlare di san Giovanni Bosco, tuttavia, senza prescindere dal suo carattere di educatore e non, semplicisticamente, di filantropo, come purtroppo indica la tabella viaria della strada milanese a lui dedicata presso uno degli oratori ambrosiani più antichi, visitato da lui stesso, quello di San Luigi.
La nota barzelletta secondo la quale uno dei misteri della Chiesa sia quanti soldi possiedono i Salesiani è motivata dal fatto che, per accogliere il maggior numero persone di ragazzi, ci vogliono strutture adatte a fornire loro il meglio possibile. Ma l’educazione non si basa sulle strutture: lo sapeva benissimo, lui che accolse i suoi primi discoli sotto una semplice tettoia. Ne era consapevole fino al punto di affermare:
«Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore e che solo Dio ne è padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e non ce ne mette in mano le chiavi» (Memorie Biografiche di san G. Bosco, XVI, 447) citato qui.
Così, mentre la mia Diocesi sta accogliendo l’urna contenente parte delle sue spoglie nell’ambito della peregrinazione che si concluderà l’anno prossimo, bicentenario della sua nascita, penso agli educatori laici, religiosi e sacerdoti che si spendono davvero senza riserve, ma anche a quelli che, approfittando della loro autorità, danneggiano in vario modo i “piccoli” che Gesù da sempre predilige. Lo sguardo paterno di don Bosco li corregga e li accompagni in quel campo che spetta loro e che a lui fu prospettato a nove anni, in quel sogno che davvero gli segnò la vita.

* Il copione e le musiche di In maniche di camicia sono attualmente fuori catalogo. Per recuperarli, potreste rivolgervi ad esempio all’oratorio di Gallarate, oppure all’Oratorio Centro Giovanile “Don Bosco” di Marano di Napoli.


Per saperne di più

Teresio Bosco, Don Bosco la magnifica storia, Elledici 2008, pp. 304, € 6,90.
Uno dei maggiori esperti e divulgatori di storia salesiana ripresenta, in un volume adatto a tutti, la vita del suo Fondatore.

Aldo Giraudo, Scrivo a voi giovani – Appunti di spiritualità salesiana, Elledici 2005, pp. 48, € 2,50.
Un breve opuscoletto nel quale è don Bosco stesso, nella finzione narrativa, a raccontarsi ai giovani, aiutandoli a rileggere la loro vita alla luce della propria.

Cristina Siccardi, Don Bosco mistico – Una vita tra cielo e terra, Fontana di Siloe 2013, pp. 408, € 24,50.
Un poderoso volume utile a chi volesse andare oltre le consuete narrazioni, osservando il suo rapporto con le realtà soprannaturali.

Fondazione Oratori Milanesi (a cura di), Da mihi animas – Educatori alla scuola di don Bosco, In Dialogo 2014, pp. 48, € 4,00
Un testo dedicato in particolare agli educatori degli oratori, prodotto in Diocesi di Milano nell’ambito della Settimana dell’Educazione e in vista del passaggio dell’urna.

Su Internet

Sito dedicato alle opere edite di don Bosco, a cura dell’Ispettoria Salesiana del Nord Est.
donboscoland
Sito del Bollettino Salesiano, fondato dal Santo stesso e, a tutt’oggi, uno dei periodici cattolici più longevi e diffusi.

lunedì 20 gennaio 2014

Il duro (ma bello) compito dell’agiografo dilettante



Mi è venuto in mente che proprio oggi cade il quarto anniversario della pubblicazione del primissimo profilo che ho scritto per l’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni (d’ora in poi, per brevità, santiebeati). Da allora sono cambiate parecchie cose, anche nel mio modo di scrivere e di approcciarmi a figure degne di essere trattate.

I miei criteri

Sin dagli inizi, lo scopo che mi ha guidata è stato fornire una trattazione rapida, esaustiva e breve al tempo stesso: i parametri del sito, infatti, affermano che ogni scheda biografica dev’essere lunga al massimo seimila caratteri, spazi inclusi (anche se il webmaster mi ha poi concesso di sforare). Quanto al contenuto, per i semplici Testimoni, come ho deciso di fare anche qui, l’ho improntato al racconto dei fatti per come sono, senza giudizi di valore che potrebbero trapelare, ad esempio, dall’uso di certi avverbi. Lo stesso vale per i personaggi col processo avviato o già sugli altari, anche se in quel caso mi concedo qualche lieve elogio in più, tanto le autorità ecclesiastiche si sono già pronunciate, quindi non ci sono problemi.

I miei strumenti

Una piccola parte della mia biblioteca (attenzione: a parte qualche intruso, contiene anticipazioni sui prossimi post)
Qualche volta i miei lettori, ma anche amici e conoscenti, mi hanno chiesto come faccia a sapere vita, morte e miracoli – nel caso dei Santi e dei Beati, ovviamente – di un sacco di personaggi. Ho sempre nutrito un grande interesse per questi argomenti, sin da quando frugavo nel cassetto di mia nonna materna, morta prima che io nascessi, e ne traevo immaginette, cartoline, ricordi dei numerosi pellegrinaggi cui aveva partecipato. A quelli conosciuti nell’infanzia si sono aggiunti numerosissimi altri, a partire dalle mie letture, da qualche giro nelle librerie cattoliche della mia città, da un servizio o un documentario seguito alla televisione, da un santino trovato in una chiesa sconosciuta, fino al passaparola o al racconto da parte di qualcuno.
Con Internet, poi, sulle prime mi sembrava di aver di fronte una vera e propria miniera: basta cercare nome e cognome di chiunque per trovare, in brevissimo tempo, tutte le informazioni necessarie. A dire il vero, mai come nella ricerca online ho capito che devo attuare lo strumento più importante di tutti, a cui sono stata educata sin dalle scuole elementari: l’analisi delle fonti. Se una pagina mi può fornire lodi sperticate di Tizio, un’altra mi può indicare invece che era un tipaccio; oppure, venendo a situazioni meno pessimistiche, posso trovare un articolo più dettagliato, un altro che lo è meno, un altro ancora ricco di aneddoti utili a rimpolpare la scheda che sto per scrivere.

Precisione innanzitutto!
No, non sono così “squadrata”! (fonte)
Una volta finito l’articolo, riprendo i risultati della mia ricerca per vedere se ho dei contatti a cui rivolgermi per una revisione di quanto scrivo. Quando tratto di uomini e donne che hanno alle spalle movimenti, associazioni, Istituti e Congregazioni, in un certo senso ho la strada spianata: mi basta rivolgermi alle sedi centrali, o alle Case Generalizie.
Nella maggior parte dei casi, data la mia fissazione per storie apparentemente dimenticate, arrivo a cercare gli indirizzi delle parrocchie cui il mio soggetto appartenne in vita. Ad esempio, dopo aver scovato nella biblioteca di alcune suore la biografia di Angelo Anselmi, nativo di Pontoglio (BS), morto a ventun anni di tifo nel 1934, mi è venuta voglia di sintetizzarla in un profilino. Ho cercato i recapiti della sua parrocchia e mi è andata benissimo, dato che ho trovato l’indirizzo di posta elettronica del prete d’oratorio del posto. Circa un mese dopo, quando ormai non ci speravo più, ho visto nella mia casella la sua risposta: don Massimo, così si chiama, è rimasto sorpreso del mio interesse e, anzi, ha affermato che si sentiva spronato ad approfondire la storia di Angelo. Chi l’avrebbe mai detto?
Solo in un caso i miei interlocutori mi hanno domandato chi mi avesse ordinato di scrivere: da allora premetto che lo faccio per un mio personale interesse, o perché il webmaster di santiebeati mi ha suggerito quella tale storia.

Chi me lo fa fare?

Ecco la domanda più grossa, tenuto conto del fatto che, dalle mie ricerche, non guadagno nemmeno un centesimo. Se rispondessi: «Lo faccio solo per Gesù», sarei un’ipocrita: soprattutto da quando ho aperto Testimoniando, infatti, ho come mira principale quella di costruirmi una buona reputazione nel web cattolico, così che un giorno qualche giornalista serio mi possa prendere al suo servizio o, magari, chiedermi un’intervista per qualche periodico importante.
Tuttavia, sono perfettamente consapevole che carmina non dant panem, neque vitae sanctorum (mio adattamento dell’antico proverbio latino), sempre se non si è già diventati famosi con opere simili. Allora, mi accontento di vedere che i miei post, specie quelli sui Testimoni recenti, totalizzano un buon numero di visualizzazioni, oppure, nel corso di una chiacchierata con un amico seminarista, apprendere che ha utilizzato uno dei miei articoli per presentare un certo caso agli adolescenti della parrocchia dove presta tirocinio pastorale. Queste sono soddisfazioni che non mi procacceranno mai il vitto, ma che mi consolano tanto, rispetto alle critiche, seppure in buona fede, di cui spesso sono oggetto.
E poi, se proprio devo dirla tutta, spero che quanto scrivo torni a lode di Dio, mirabile nei suoi Santi e Testimoni, e che i miei lettori si sentano interpellati, scossi, per non dire turbati di un sano turbamento, ponendosi l’annosa domanda che fu di sant’Agostino e che può essere resa liberamente come: «Se ce l’hanno fatta loro (o ci hanno provato), perché non posso riuscirci (o provarci) anch’io?».