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mercoledì 31 gennaio 2018

Santi da giovani #1: san Giovanni Bosco (prima parte)


In molti si sono cimentati a parlare dei Santi e dei candidati agli altari giovani, ossia quelli morti nella fascia d’età tra i 18 e i 25-30 anni. Quasi nessuno, però, si è interessato d’indagare come fossero in gioventù quelli che, invece, sono deceduti in età molto più avanzata. Nell’anno del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ho deciso d’intraprendere questa strada quasi inesplorata, con una nuova rubrica.
La prima figura che ho scelto di trattare è una scelta quasi scontata: oggi infatti la Chiesa ricorda san Giovanni Bosco, ritenuto quasi per eccellenza il Santo dei giovani. È anche il centotrentesimo anniversario esatto dal suo passaggio da questo mondo al Padre. Ecco quindi il mio tentativo di dare uno sguardo agli anni che hanno contribuito a renderlo un uomo e un sacerdote riuscito, immaginando che sia lui stesso a raccontarli.
La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su questa pagina, ma ho pensato di snellirlo, di dividerlo in due parti e, magari, d’inserire qualche immagine, per alleggerire la lettura. Le immagini sono tutte tratte dalla Banca Dati delle immagini salesiane. 

* * *
Se mi chiedessero come sono stati gli anni della mia giovinezza, non avrei timore di affermare che sono stati fondamentali. Durante quel tempo, ho imparato tanti insegnamenti che mi sarebbero risultati utili in un secondo momento. Penso che facessero parte di quel “tutto” che avrei compreso a suo tempo, come mi disse quella Signora che vidi, a nove anni, nel sogno che mi cambiò la vita.

Un carattere facilmente irritabile di fronte alle ingiustizie

La prima cosa che ho imparato è stata che dovevo tenere a freno il mio carattere. Sono sempre stato un tipo facile agli scatti d’ira, specie quando vedevo compiere qualche ingiustizia. È stato così anche quando, sui banchi di scuola a Chieri, ho preso le difese di Luigi Comollo e di Antonio Candelo. Erano due bravi ragazzi, specie il primo: una volta si prese un paio di schiaffi solo perché non voleva partecipare alla gazzarra degli altri compagni, prima di una lezione. La sua risposta mi lasciò senza parole: disse che perdonava chi l’aveva colpito.
Quella volta lasciai correre, ma quando mi accorsi che gli altri se la prendevano di nuovo con lui ho letteralmente perso la ragione: ho afferrato un altro dei miei compagni e me ne sono servito per picchiare gli altri, quasi fosse una clava umana. Il professore, al vedere la scena, scoppiò a ridere e si dimenticò di punirci tutti. In compenso, Luigi mi ricordò che non avrei dovuto usare la mia forza fisica per fare del male agli altri. 

«Quando mi accorsi che gli altri se la prendevano di nuovo con lui ho letteralmente perso la ragione...»
Garzone in un caffè, con notti insonni a studiare

Nello stesso anno, intorno al 1832, ho dovuto cambiare pensione: la signora Lucia Matta, che mi aveva ospitato da quando avevo sedici anni, aveva ripreso in casa suo figlio, che aveva terminato gli studi. Sono quindi stato accolto da Giovanni Pianta, che aveva appena inaugurato un caffè a Chieri. “Accolto” forse è un termine eccessivo, dato che dovevo fare l’aiutante in quel locale. Ogni mattina, prima delle lezioni, dovevo fare le pulizie, poi correvo alla Messa nella chiesa di Sant’Antonio. La sera, invece, servivo al banco e dovevo tenere il conto del punteggio nella sala del biliardo. In cambio avevo solo un piatto di minestra due volte al giorno e mi veniva condonato l’affitto.
E il tempo per studiare? Avevo una buona memoria, ma dovevo pur stare qualche ora sui libri. Trascorrevo quasi tutta la notte a studiare, sotto la luce di una lampada. Molto spesso il signor Pianta mi trovava con il libro ancora aperto, cominciato la sera prima. A lungo andare, però, rischiavo di rovinarmi la salute. Ho quindi riconosciuto che dovevo fare quello che potevo e non di più, perché la notte è fatta per il riposo.


«Molto spesso il signor Pianta mi trovava con il libro ancora aperto...»
Frate o non frate?

Intanto, però, cominciavo a chiedermi cosa dovessi fare della mia vita. Il sogno di cui accennavo prima mi fece intuire che avrei dovuto conquistarmi i ragazzi non con i pugni – e quanti ne avevo dati! – ma con la mansuetudine e l’amore. Col passare degli anni, ho seguito l’interpretazione che mia madre, Margherita, aveva dato quando l’avevo raccontato a lei e agli altri di casa: era segno che Dio mi voleva sacerdote. Il fatto era che la mia famiglia era molto povera e mio padre, Francesco, era morto che non avevo ancora due anni. Non volevo essere di peso, ma sentivo che quella fosse la strada per me.
Così, nel marzo 1834, ho presentato domanda per farmi francescano. Sono andato a Torino per l’esame necessario e, il 18 aprile, sono stato accettato. Non avrei dovuto nemmeno versare la quota a cui erano tenuti i novizi: i frati comprendevano le mie ragioni economiche. Il mio parroco, don Dassano, rimase stupito quando gli chiesi i documenti che mi servivano.

«Avrei dovuto conquistarmi i ragazzi non con i pugni – e quanti ne avevo dati! – ma con la mansuetudine e l’amore»
Sogni e consigli

Era così contrario che andò da mia madre e cercò di convincerla a farmi cambiare idea. Mamma Margherita venne sì a trovarmi, ma mi fece capire che avrei dovuto seguire la volontà di Dio, non la sua o quella del parroco. «Io sono nata povera, sono vissuta povera e voglio morire povera. Anzi, te lo voglio dire subito: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua», dichiarò, prima di andarsene.
Un altro dei miei sogni mi mandò ancora più in confusione: un frate mi diceva che in convento non avrei trovato pace e che Dio preparava per me un altro luogo. Mi confidai con Luigi Comollo, il quale mi suggerì da una parte di fare una novena, dall’altra di ricorrere a un suo zio sacerdote. L’ultimo giorno della novena arrivò una lettera da parte di don Comollo: il suo consiglio era quello di non diventare frate.
Un altro consiglio importante mi arrivò da don Giuseppe Cafasso. Aveva appena ventitré anni e doveva completare gli studi di approfondimento teologico, ma era già molto ricercato come direttore spirituale a Torino. Era anche famoso come “il prete della forca”, perché accompagnava e confortava i carcerati fin sul luogo della loro esecuzione. Anche lui mi suggerì di entrare in Seminario e di non preoccuparmi per il denaro: Dio avrebbe provveduto.

«Se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua»
 Continua…

lunedì 29 gennaio 2018

Il Beato Filippo Rinaldi, un buon padre (Cammini di santità #14)

Fonte: sezione del sito istituzionale dei Salesiani di Don Bosco
dedicata a don Filippo Rinaldi
Sono sempre più meravigliata di quanti e quali esempi abbia saputo suscitare l’insegnamento di san Giovanni Bosco. Anche sulla rivista dei Salesiani di Bologna ho avuto occasione di parlare di alcuni di essi.
Nel numero di gennaio 2018, il direttore mi ha chiesto di parlare del Beato Filippo Rinaldi. Di fama lo conoscevo, ma la lettura del libro che segnalo in coda al post mi è servita per capire meglio a quali responsabilità fosse stato chiamato e come le avesse vissute.
Temo però che sia uno dei miei articoli meno riusciti: il finale è diverso da come l’avevo scritto. Mi è servito di lezione: da quello immediatamente successivo mi sono impegnata ancora di più.
* * *
È il 24 aprile 1922. Si sta svolgendo il Capitolo generale dei Salesiani, nel quale sarà eletto il nuovo Rettor Maggiore, ovvero il superiore di tutta la congregazione. Don Luigi Piscetta si avvicina a un confratello dal volto largo e gli occhi piccoli e penetranti: deve annunciargli che sarà lui, don Filippo Rinaldi, il terzo successore di san Giovanni Bosco. Don Filippo nasconde il viso tra le mani, appena riceve la nomina. Poi, dopo un lunghissimo istante, accetta: «Questa elezione è una confusione per me e per voi. La Madonna vuol fare vedere che è essa sola che opera in mezzo a noi. Pregate perché io non guasti ciò che hanno fatto don Bosco e i suoi successori».

domenica 21 gennaio 2018

La biblioteca di Testimoniando: speciale «Nuova Enciclopedia Illustrata dei Santi»

Fonte: mini-sito di presentazione dell’opera
Questa puntata della rubrica di consigli librari è un po’ diversa dalle altre. Ho deciso, infatti, di dedicarla alla Nuova Enciclopedia Illustrata dei Santi, edita da San Paolo Edizioni in abbinamento ai numeri in edicola dei settimanali Famiglia Cristiana e Credere.
Contrariamente al solito, non strutturerò il post come faccio abitualmente, cioè con la trama, gli autori e il pubblico a cui mi sento di consigliare il libro in questione. Piuttosto, farò un’analisi del primo volume, segnalandone i pregi e i difetti e rispondendo a una domanda che immagino qualcun altro si sarà posto, a parte me: vale la pena di acquistarla, se si possiedono già opere analoghe?

sabato 6 gennaio 2018

Madre Maria Giuseppa di Gesù Bambino, come una stella che guida a Betlemme


Un ritratto di madre Maria Giuseppa,
ricavato da un altro ritratto
che a sua volta si rifà a una sua vera foto
(fonte: sito della Delegazione di Nostra Signora degli Angeli,
negli USA, delle sue suore)
Chi è?

Barbara Micarelli nacque a Sulmona, in provincia e diocesi de L’Aquila, il 3 dicembre 1845. Ancora bambina si trasferì con la famiglia a L’Aquila, città d’origine dei genitori, Bernardino Micarelli e Celestina Santini.
A vent’anni si ammalò, di un male non chiaro secondo la medicina dell’epoca: attribuì la sua improvvisa ripresa all’intercessione di san Giuseppe. Con la guarigione, le fu chiaro anche come dovesse spendere gli anni che Dio ancora le concedeva: consacrarsi al servizio dei più abbandonati e radunare attorno a sé altre donne che avessero il medesimo scopo. S’iscrisse quindi al Terz’Ordine Francescano e iniziò a insegnare il catechismo alle bambine povere.
Il 21 novembre 1870 lasciò, insieme alla sorella Carmela, la casa paterna. Fu quindi raggiunta da altre compagne, prima fra tutte Caterina Vicentini. Il 25 dicembre 1879, nella cappella delle Suore della Compassione a Roma, ricevette l’abito francescano da padre Bernardino da Portogruaro (il suo stesso saio) e assunse il nome di suor Maria Giuseppa di Gesù Bambino.
Le Terziarie Francescane di Gesù Bambino, come venne chiamato l’Istituto da lei fondato (dal 1965 il nome è Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino), ebbero presto l’invito ad aprire altre case.
Madre Maria Giuseppa fu a lungo disprezzata e incompresa, sia dai superiori ecclesiastici, sia dalle sue stesse consorelle. Estromessa dal governo dell’Istituto, fu inviata in Sardegna per aprire una nuova casa, ma si ammalò nuovamente. Dal 1898 soggiornò a Roma, ospite di una benefattrice, sperando continuamente di ricongiungersi alle altre Terziarie.
Tuttavia, quando si presentò di fronte alla casa di Santa Maria degli Angeli, vicino ad Assisi, la porta non le fu aperta. Ormai in fin di vita, fu accolta dalle Suore Francescane Missionarie (dette del Giglio): morì presso di loro, il 19 aprile 1909, perdonando e benedicendo le sue figlie spirituali.
Il suo processo informativo diocesano è stato aperto ad Assisi nel 1951. La sua “Positio super virtutibus” è stata esaminata dai Consultori Storici della Congregazione delle Cause dei Santi il 30 novembre 2004 e dai Consultori Teologi il 23 gennaio 2009. I resti mortali di madre Maria Giuseppa riposano dal 19 aprile 1926 nella cappella del Ritiro Sant’Antonio a Santa Maria degli Angeli.

Cosa c’entra con me?