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mercoledì 8 aprile 2015

CineTestimoniando #2: «Un Dios prohibido»



Un Dios prohibido, Spagna 2013, Pablo Moreno Hernández, Contracorriente Producciones, 133 minuti


Fonte
Il secondo appuntamento con la mia rubrica di cinema e testimonianze di fede, che curiosamente cade nel terzo anniversario di questo blog, ha molti punti in comune con quello precedente, ma è molto meno conosciuto, anche se racconta un altro episodio sanguinoso della storia recente della Chiesa. La guerra civile spagnola, riferiscono gli esperti, è stata il più grande massacro di cattolici dalle persecuzioni dei primi secoli: il film che vado a presentare racconta proprio le vicende di un gruppo di religiosi, che sono considerati ufficialmente martiri.
Speravo di poter fare un post incrociato con La luce in sala, ma temo che ci vorrà ancora tempo perché Filippo ritorni a scrivere.

La trama in breve


Spagna, 1° luglio 1936. A causa dello scoppio della guerra civile, trenta seminaristi studenti dell'ultimo anno di Teologia, appartenenti ai Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (fondati da sant’Antonio Maria Claret, per cui sono detti Clarettiani), si trasferiscono per motivi di sicurezza in un’altra casa della loro Congregazione, situata a Barbastro, nella provincia di Huesca. Ma il 20 dello stesso mese alcuni miliziani anarchici fanno irruzione nella residenza e, dopo aver separato i superiori dai seminaristi, imprigionano questi ultimi nel salone di un collegio tenuto dai padri Scolopi. Due di essi e un anziano confratello, invece, vengono condotti all’ospedale delle Piccole Suore degli Anziani Abbandonati.
Nel corso della loro prigionia, i religiosi non perdono la fedeltà ai propri voti. Tra di essi risaltano Ramón Illa Novich* (Iñigo Etayo), che avverte per primo l’incombere della minaccia; Esteban Casadevall Puig (Javier Suárez), che non ricambia l’amore della miliziana Trini (Elena Furiase); Faustino Pérez García (Jerónimo Salas), estensore della lettera d’addio con cui i prigionieri decidono di far conoscere ai Superiori generali la loro vicenda, mediante i confratelli Pablo Hall (Guido Agustín Balzaretti) e Atilio Parussini (Ricardo del Cano), risparmiati perché di nazionalità argentina.
I superiori vengono fucilati il 2 agosto, insieme al laico gitano Ceferino Giménez Malla, detto “el Pelé” (Mauro Muñiz). Non molti giorni dopo, il 19 agosto, tocca al vescovo di Barbastro, monsignor Florentino Asensio Barroso (Gabriel Latorre). I restanti membri della comunità clarettiana, compresi due confratelli ricoverati in ospedale, vengono uccisi nei giorni 12, 13, 15 e 18 agosto 1936. Ad essere esclusi dal martirio sono anche fratel Vall (Juan Lombardero), il cuoco della comunità, e fratel Muñoz (Jesús Guzmán), per via dell’età avanzata.
I Clarettiani sono stati beatificati da san Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992, mentre “el Pelé” e il vescovo lo sono stati il 4 maggio 1997.

* Così compare indicato nella cartella stampa del film, ma nell’elenco ufficiale dei martiri non c’è nessuno con quel nome. In compenso, ci sono Ramon Novich Rabionet, morto il 13 agosto 1936, e Ramon Illa Salvia, fucilato due giorni dopo. A giudicare dalle fotografie, l’attore mi sembra molto più somigliante al secondo.
[EDIT 4/4/2017] Rivedendo il film in televisione, ho appurato che corrisponde effettivamente a Ramon Illa Salvia.

Considerazioni di stile

Fonte: galleria fotografica del sito ufficiale del film
Il primo elemento che mi viene da elogiare è l’avvio apparentemente scanzonato dell’azione, con i giovani religiosi alle prese con la vita di tutti i giorni, il cui andamento viene turbato da alcuni segnali infausti e dai primi segnali di guerra. Lo stesso dramma non pare essere in agguato, come fanno intuire le note della colonna sonora, almeno fino a quando non giunge la pattuglia degli anarchici per la prima perquisizione.
Da quel punto in poi, l’azione si fa sempre più cupa, ma non senza momenti in cui la tensione viene allentata. Un esempio è il momento in cui i seminaristi, saliti sul palco della sala dove sono tenuti prigionieri, improvvisano delle scenette in cui si burlano dei loro carcerieri. Ancora prima, durante la perquisizione, ha quasi del comico – e la colonna sonora lo sottolinea ancora una volta – la sequenza in cui padre Luis Masferrer Vila (Daniel Gómez) si allontana per mettere in salvo le particole consacrate. Mentre sale le scale, invoca il Signore di passare invisibile ai suoi nemici: per un po’ ci riesce e, una volta scoperto, non gli viene comunque fatto alcun male.
La fotografia è particolarmente significativa: livida, quasi sporca, ma ugualmente curatissima. Una lieve nota di demerito si riscontra nella scena in cui la comunità clarettiana viene deportata nella struttura degli Scolopi: è al rallentatore anche il movimento dei peli di un cagnolino, ma spero che non fosse a caso.
Quanto al contesto storico, a mio avviso lascia troppi elementi per scontati: si dice chiaramente che la Spagna del 1936 era una repubblica, ma non è spiegato come si fosse passati a quella forma di governo. In quel caso, un cartello iniziale, o al massimo cinque minuti d’introduzione, non sarebbero guastati. Forse il motivo risiede nella produzione spagnola della pellicola: il ricordo di quei fatti è, se ho capito bene, ancora forte e suscita spesso polemiche.

Considerazioni di fede

Ho scoperto Un Dios prohibido mentre ero alla ricerca di materiale per arricchire le schede di santiebeati relative ai Beati martiri Clarettiani di Barbastro. Di loro avevo già sentito parlare dopo aver letto un libro sul Beato Ceferino Giménez Malla, trovato da alcune suore che conosco, ma non me ne ero curata granché all’epoca.
Non sono però andata più in là della pagina relativa al gruppo e alla sistemazione dei nomi in base alle date di martirio, perché avevo altre cose da sbrigare. Già in quell’occasione, comunque, mi era rimasta impressa la giovanissima età di gran parte di essi, fatta eccezione per i superiori della comunità: data la mia sensibilità verso storie di seminaristi scomparsi a un passo dall’ordinazione, non potevo non restarne affascinata.
Quando sono venuta a sapere che al Cineteatro Osoppo di Milano si sarebbero svolte alcune proiezioni del film, dopo quella tenuta a Orvieto lo scorso anno (con il titolo in italiano, Un Dio vietato), per prima cosa ho esultato per la lungimiranza degli organizzatori della rassegna cinematografica in cui era inserito, poi mi sono segnata le date precise: il lunedì e il martedì della Settimana Santa. Sono quindi andata alla pomeridiana del secondo giorno, immaginando che fosse doppiato. In realtà era coi sottotitoli, ma riuscivo a seguire bene lo stesso.
Non ho versato fiumi di lacrime come temevo, ma ho vissuto una commozione più che altro interiore. In fondo, pensavo, i protagonisti sono stati beatificati, quindi sono eternamente felici e non c’è bisogno di piangere per loro.
Trini ci prova (inutilmente) con Esteban (fonte)
A farmi riflettere particolarmente sono state le sequenze che vedono come protagonista Trini e il suo vano tentativo di mettere in salvo Esteban. Inizialmente, è perché in lui vede una vaga rassomiglianza con Rodolfo Valentino, l’attore del cinema muto in voga all’epoca, ma pian piano sembra provare per lui un vero sentimento, cieco in ogni caso, perché non sembra rendersi conto, almeno fino alla morte di lui, che è già “impegnato” (parole sue) col Signore.
Mi sono quindi domandata se e quando il mio affetto per i miei amici che verificano la loro vocazione sacerdotale non appaia asfissiante ed eccessivo. Questa stessa domanda mi ha accompagnata nei giorni del Triduo appena trascorso, che ho vissuto proprio nel luogo dove si preparano i probabili futuri preti della mia Diocesi. Non ho ancora trovato una risposta certa, ma so che devo vigilare su me stessa, perché i miei comportamenti non appaiano fraintendibili all’esterno e perché i giovani e meno giovani che ho conosciuto non si lascino distrarre dalle mie attenzioni nei loro riguardi. A differenza della miliziana spagnola, non intendo salvarli dalla “prigionia” della consacrazione, ma, come diceva il Beato Luigi Biraghi, far sì che amino Dio davvero e sopra ogni cosa. Penso che anche i Clarettiani di Barbastro e i loro superiori abbiano vissuto così fino alla fine.

Consigliato a...

Un Dios prohibido è perfetto per chi ha sentito già parlare della guerra civile spagnola, magari su riviste di apologetica o in conferenze sul tema. In particolare, credo che i novizi delle comunità religiose e i seminaristi diocesani e religiosi possano trovare, nei suoi protagonisti, dei sicuri modelli di fronte alle lotte della vita, anche se forse non verrà chiesto loro di dare il sangue per la fede.
Dallo scorso anno è disponibile in DVD, che si può ordinare ad esempio su Amazon.

Valutazione finale

1/2
La testimonianza di fede dei martiri in questione è resa quasi alla perfezione. Dico così perché, purtroppo, chi non comprende lo spagnolo e segue i sottotitoli in italiano si trova a volte di fronte ad alcune imprecisioni. La forma linguistica era sostanzialmente buona, ma spesso alcune parole non erano scritte in maniera corretta (con non pochi refusi) o erano rese in maniera infelice. Un caso su tutti: il termine spagnolo curita, dispregiativo per cura, “sacerdote”, era reso con “previtocciolo”, che esiste nella nostra lingua, ma forse sarebbe stato meglio se reso con “pretino” o “pretonzolo”.
Per il resto, apprezzo pienamente la sua valenza testimoniale, che è stata riconosciuta anche al festival internazionale Mirabile Dictu, dove ha ottenuto il Pesce d’Argento come miglior film.



Su Internet

Per i martiri:
Sito ufficiale del Museo dei Beati martiri di Barbastro
Scheda del gruppo dei Clarettiani di Barbastro sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni

Per il film:
Sito e pagina Facebook ufficiali
Sito ufficiale della casa cinematografica Contracorriente Producciones
Blog con la rassegna stampa

[EDIT 4/4/2017] Alle 21.30 di domenica 2 aprile, TV 2000 ha mandato in onda il film, col titolo tradotto come Un Dio negato, doppiato in italiano. In effetti, in italiano la parola “proibito” può suonare come attinente alla sfera sessuale; negato” fa pensare più alla persecuzione e all’ impedimento nel manifestare la fede. 
Il doppiaggio non mi sembrava professionale: molte voci avevano una leggera inflessione spagnoleggiante, ma la forma grammaticale era corretta. Quanto alla parola curita, era resa semplicemente come “prete”, detto con tono palesemente dispregiativo.

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