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sabato 30 settembre 2017

Beato Titus Zeman – Il difensore delle vocazioni sacerdotali (Cammini di santità #11)


Una fotografia del Beato Titus Zeman
nei suoi anni giovanili (fonte)
Da quando scrivo per la rivista dell’Opera Salesiana del Sacro Cuore di Bologna, mi è stata offerta la possibilità di raccontare storie davvero di tutti i tipi. Quella uscita sul numero di questo mese ha la giusta dose di avventura e sacrificio, messi in campo per un ideale altissimo. Per questo sono lieta di presentarvi don Titus Zeman, salesiano slovacco, che viene beatificato oggi a Bratislava.
* * *
Sono le prime ore del mattino del 24 ottobre 1950. Un gruppo di una ventina di uomini, quasi tutti giovanissimi, sta cercando di guadare il fiume Morava, tra Slovacchia e Austria. Sono perlopiù chierici e seminaristi salesiani: devono guadare il fiume a nuoto, per poter raggiungere l’Italia e vivere pienamente la propria vocazione. All’improvviso, la corda a cui si tengono attaccati alcuni dei fuggiaschi si spezza: due sacerdoti cercano di far passare almeno gli altri sulla riva austriaca, riuscendoci. Il più provato di tutti è don Titus Zeman, il capo del gruppo: crolla esausto e con un principio di ipotermia. Le sue parole, appena rinviene, sono: «Siete tutti sani e salvi? Nessuno è annegato?».  È già la seconda volta che tenta questa avventura. 


Don Bosco lo aspettava

Don Titus è nato il 4 gennaio 1915, da una famiglia di contadini. nel quartere di Vajnory, a Bratislava, capitale della Slovacchia, A dieci anni, nella primavera del 1925, si ammala gravemente e quattro giorni più tardi, mentre sta osservando il ritorno dei pellegrini dal santuario della Madonna dei Sette Dolori a Šaštín, si sente improvvisamente guarito. In quel momento, promette alla Vergine di essere «suo figlio per sempre».
Decide allora di entrare tra i Salesiani, che da poco avevano aperto la loro prima casa slovacca proprio accanto al santuario di Šaštín. I genitori si oppongono: a loro pare una scelta imprudente, che non tiene conto, tra l’altro, dei costi necessari per studiare; Titus, però, non cede. Non lo fa neppure quando il direttore dell’istituto salesiano, don Josef Bokor, gli prospetta i disagi cui andrà incontro: «Sono disponibile a fare tutto quello che volete, ma prendetemi qui».
Così inizia la sua formazione: nel luglio 1931 entra in noviziato e professa i primi voti. Il 7 marzo 1938 a Roma, nella Basilica del Sacro Cuore, diventa salesiano per sempre. Ma la meta più ambita la raggiunge il 23 giugno 1940, quando viene ordinato sacerdote nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino.

La difesa dei crocifissi

Ritornato in patria, dal 1° novembre 1943 don Titus è insegnante di matematica, chimica e fisica presso il Ginnasio vescovile di Bratislava. È riservato, ma riesce a farsi amare dai suoi giovani allievi, grazie alla sua personalità dinamica. La sua vita cambia repentinamente quando, nell’aprile 1945, l’Armata Rossa entra in Cecoslovacchia. Iniziano le persecuzioni, che non risparmiano neppure i Salesiani.
Don Titus resta al Ginnasio come insegnante fino a quando accade un episodio in cui ritiene che sia in gioco una scelta di fede. Quando il nuovo direttore, imposto dal partito comunista, ordina la rimozione di tutti i crocifissi dalle aule e dagli ambienti comuni reagisce con prontezza e, a mezzanotte, aiutato da un collega laico e da uno studente, li appende di nuovo. Quel gesto gli costa il licenziamento, ma non ne è pentito: «Mammina, io sono un Servo di Cristo, e tolti da lì i crocifissi, non ho più nulla da fare in quel luogo», obietta alla madre. È il 1° febbraio 1946.

Per salvare le vocazioni

La situazione, intanto, si aggrava: nel maggio 1949 vengono chiusi quattro istituti salesiani. Di fatto, don Titus non può più fare vita comune con i confratelli. Le deportazioni di sacerdoti e religiosi, sempre più numerose, mettono in allarme i Salesiani cecoslovacchi, che invitano i confratelli a restare fedeli alle Costituzioni e ai Regolamenti, per quanto possibile. Quanto ai chierici, devono cercare di continuare gli studi, anche se rischiano l’arruolamento forzato nell’esercito o l’internamento nei campi di lavoro.
Don Titus, a quel punto, inizia a chiedersi come poter essere d’aiuto a quei giovani figli di Don Bosco. Lui stesso ha studiato in Italia, quindi ritiene che la soluzione migliore è di portarli a Torino, dove il carisma salesiano è nato. Ma si tratta di farlo in modo clandestino, rischiano la vita.  Viene incoraggiato in questo dal confratello don Ernest Macák. Ha dalla sua parte il Rettor Maggiore dei salesiani, il successore di don Bosco, don Ricaldone, ma altri confratelli non esitano a criticarlo.
Bisogna tentare di passare a nuoto, di notte, il fiume Morava. Il primo tentativo, riesce bene, riprova una seconda volta accompagnando ogni volta un buon gruppo di giovani che arrivati in Austria trovano le Comunità salesiane ad accoglierli.
Tutte le volte, don Titus prospetta ai fuggiaschi le difficoltà del tragitto. In una lettera a un amico, espone le sue ragioni: «Forse qualcuno lo chiamerà falso eroismo, forse pazzia, forse irragionevolezza. Ciascuno lo chiami come vuole, io lo chiamo dovere che mi è stato affidato dai miei superiori, di cui sono responsabile verso Dio e verso i miei “superiori veri”, quelli del cielo».

L’apostolato nella prigionia

Al terzo passaggio del fiume, don Titus viene arrestato. L’accusa con cui viene processato è la medesima che viene imputata a tanti altri credenti sotto i vari regimi comunisti: essere una spia del Vaticano e delle potenze imperialiste. Lui cerca di resistere alle torture fisiche e psicologiche: queste, unite alle percosse che riceve nel carcere, lo rendono in breve l’ombra di sé stesso.
Il 22 febbraio 1952 viene condannato a venticinque anni di carcere senza condizionale. Durante le passeggiate nel cortile della prigione, riesce a distribuire l’Eucaristia di nascosto.
Gli cambiano carcere, ma anche nelle nuove destinazioni avvia un apostolato clandestino e avvicina persone che, prima d’allora, non avevano mai ricevuto l’annuncio del Vangelo. Sottoposto a ore e ore di lavoro, ne rimane segnato nel fisico: quando ottiene di essere messo in libertà vigilata, il 10 marzo 1964, ha i capelli bianchi e danni neurologici e cardiaci notevoli.
Libero ma costretto a lavorare per guadagnare qualche soldo per mangiare, don Titus vive da vero sacerdote: celebra ugualmente i Sacramenti, riallaccia i rapporti con i confratelli, ritrova la pace del cuore dopo un periodo in cui era tormentato dal dubbio circa l’opportunità delle sue iniziative per far fuggire i chierici.
Infine, la sera del 7 gennaio 1969, ha l’ultimo di tre infarti: muore il giorno dopo, in ospedale, con le braccia aperte in segno di totale disponibilità.
La Famiglia Salesiana ha sempre considerato don Titus Zeman un autentico martire per le vocazioni: quest’opinione è stata verificata con un accurato processo di beatificazione, durato dal 26 febbraio 2010 al 7 dicembre 2012. Viene beatificato questo mese, il 30 settembre, a Bratislava. Sembra di sentire ancora la sua voce: «Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, se almeno uno di quelli che ho aiutato è diventato sacerdote al posto mio».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 5 (settembre 2017), pp. 16-17 (sfogliabile qui)
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Se volete sapere di più sul Beato Titus Zeman, vi segnalo questi libri:
Biografia ampia, corredata da testimonianze tratte dai documenti storici e da quelli adoperati per la causa di beatificazione.

Pierluigi Cameroni e Lodovica Maria Zanet, Beato Titus Zeman – Martire per le vocazioni, Velar – Elledici 2017, pp. 48, € 4,00.
Piccola biografia illustrata, curata anche dal Postulatore generale della Famiglia Salesiana.

Segnalo infine il sito ufficiale lanciato per la beatificazione e la pagina a lui dedicata sul sito istituzionale dei Salesiani di Don Bosco.

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