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lunedì 29 gennaio 2018

Il Beato Filippo Rinaldi, un buon padre (Cammini di santità #14)

Fonte: sezione del sito istituzionale dei Salesiani di Don Bosco
dedicata a don Filippo Rinaldi
Sono sempre più meravigliata di quanti e quali esempi abbia saputo suscitare l’insegnamento di san Giovanni Bosco. Anche sulla rivista dei Salesiani di Bologna ho avuto occasione di parlare di alcuni di essi.
Nel numero di gennaio 2018, il direttore mi ha chiesto di parlare del Beato Filippo Rinaldi. Di fama lo conoscevo, ma la lettura del libro che segnalo in coda al post mi è servita per capire meglio a quali responsabilità fosse stato chiamato e come le avesse vissute.
Temo però che sia uno dei miei articoli meno riusciti: il finale è diverso da come l’avevo scritto. Mi è servito di lezione: da quello immediatamente successivo mi sono impegnata ancora di più.
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È il 24 aprile 1922. Si sta svolgendo il Capitolo generale dei Salesiani, nel quale sarà eletto il nuovo Rettor Maggiore, ovvero il superiore di tutta la congregazione. Don Luigi Piscetta si avvicina a un confratello dal volto largo e gli occhi piccoli e penetranti: deve annunciargli che sarà lui, don Filippo Rinaldi, il terzo successore di san Giovanni Bosco. Don Filippo nasconde il viso tra le mani, appena riceve la nomina. Poi, dopo un lunghissimo istante, accetta: «Questa elezione è una confusione per me e per voi. La Madonna vuol fare vedere che è essa sola che opera in mezzo a noi. Pregate perché io non guasti ciò che hanno fatto don Bosco e i suoi successori».


Quando la banda passò

Don Filippo è nato a Lu Monferrato il 28 maggio 1856, in una famiglia che conta in tutto nove figli; lui è l’ottavo. Sin dai primi anni di vita si mostra allegro, sereno e socievole. Un giorno, mentre sta giocando in casa, sente della musica venire da fuori. Esce e si trova di fronte una banda di ragazzi: qualcuno suona la tromba, qualcun altro i tamburi, mentre un sacerdote sta in mezzo a loro. È quello il suo primo, fuggevole contatto con don Bosco.
Lo incontra altre due volte, quando è da qualche mese allievo del Piccolo Seminario San Carlo, voluto da don Bosco nella vicina Mirabello. Poco dopo il secondo incontro, nell’estate 1867, Filippo lascia la scuola: soffre di mal di testa, ha fastidi all’occhio sinistro e, in più, ha avuto un contrasto con uno degli assistenti.  Don Bosco gli scrive, fa in modo d’incontrarlo ancora, ma il ragazzo gli risponde sempre di no. In una lettera gli fa presente i suoi malesseri, ma il santo insiste: «Vieni: il mal di capo passerà e di vista ne avrai a sufficienza per studiare». A quel punto non può che ubbidirgli: a ventuno anni entra nell’istituto per vocazioni adulte (era già avanti negli anni, per l’epoca) di Sampierdarena.
Il 13 agosto 1880 emette la professione perpetua. Tra i suoi propositi di quel periodo, precisamente del 19 aprile 1881, annota: «Qui, qui che così basta: anzi fu già troppo: faccio punto fermo e con la grazia del Signore voglio assolutamente cessare di lamentarmi: voglio fare, pensare, parlare solo avendo di mira Dio». Nei tre anni seguenti compie gli studi teologici e, il 23 dicembre 1882, viene ordinato sacerdote.

Incarichi grandi con grande fiducia

Il primo banco di prova per don Filippo è Mathi Torinese, sede dell’opera per le vocazioni adulte, ma l’anno successivo è destinato alla casa di San Giovanni, a Torino. In quegli anni il suo carattere, da impulsivo e vivace, diventa fermo ed equilibrato.  Don Bosco, intanto, non c’è più: gli è subentrato don Michele Rua, il quale si accorge delle doti del giovane confratello e lo invia in Spagna alla casa di Sarriá, nei pressi di Barcellona, come direttore. Dopo tre anni, diventa ispettore (ossia superiore provinciale) di Spagna e Portogallo: fonda ventuno case e impara a rendersi amabile, guadagnandosi una simpatia generale.
Dal 1901, don Rua lo vuole Prefetto Generale della Società Salesiana. Per non perdere il senso del suo sacerdozio, ogni giorno don Rinaldi celebra la prima Messa del mattino, alle 4.30, poi confessa per due ore nel Santuario di Maria Ausiliatrice. Nel suo ufficio non tratta le questioni come pratiche da sbrigare, ma le affronta con lucidità, siano esse positive o negative.
Quest’ultimo è il caso dei “fatti di Varazze”: la stampa anticlericale aveva montato una precisa campagna scandalistica contro il collegio salesiano di quella località. Don Rinaldi si fida degli avvocati difensori, ma ancora di più dell’Ausiliatrice. Sotto la sua statua mette spesso dei bigliettini con invocazioni brevi e sentite, come: «Voi sapete poi quanti dubbi, quante incertezze accompagnano le mie operazioni; guidatele a bene, per il bene delle anime alla gloria di Dio».

Don Rinaldi e le donne

Eletto Rettor Maggiore dopo don Paolo Albera, don Filippo dà un notevole impulso alle missioni salesiane: fonda l’Istituto Salesiano Missionario d’Ivrea, in seguito dedicato al cardinal Giovanni Cagliero, missionario nel sud dell’Argentina. Continua il suo compito di direttore spirituale, mostrando una notevole delicatezza verso le donne, siano esse suore Figlie di Maria Ausiliatrice, ragazze dell’oratorio femminile di Valdocco o giovani laiche come Maria Virginia Lazzari, una maestra che in seguito fondò le Missionarie della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo e si fece lei stessa suora, col nome di Maria Margherita di Gesù Crocifisso.
Il suo capolavoro, però, sono le Volontarie di don Bosco, nate dal desiderio di tre sue figlie spirituali di vivere lo stile di don Bosco restando nel mondo. Il 20 maggio 1917, quando era ancora Prefetto Generale, aveva dato inizio a quella nuova associazione. Da tre diventate sette, avevano professato i voti religiosi il 26 ottobre 1919, nella cappellina attigua alle “camerette” di don Bosco.
Anche da Rettor Maggiore, don Filippo continua a prendersi cura di loro. Lo dimostrano le sue parole rivolte alle consacrate in occasione della festa del Sacro Cuore del 1922: «Fate tutto quello che potete; il Signore per propagare la sua dottrina non si è servito dei grandi della terra, né filosofi, né dottori, né re; ma di poveri pescatori e con essi ha convertito il mondo, ha diffuso il suo Vangelo. Il Signore sceglie gli umili, perché vuole che si veda chiaramente che non siamo noi che facciamo, ma è Lui che opera».

Cuore di padre

Fu un operatore instancabile. In moltissimi modi e per tutta la vita, senza risparmio di fatiche, si adoperò a incrementare tra i lavoratori e le lavoratrici di ogni categoria quelle forme associative e quelle organizzazioni di risparmio che si conclusero sempre nella crescita del sindacalismo cristiano e delle opere di previdenza. A tutti i Salesiani raccomandò in particolare l’assistenza agli emigrati senza distinzioni di nazionalità, accentuando nella carità il massimo universalismo.
Tra i volti dei santi salesiani, ciò che caratterizza quello di don Rinaldi è la nota della paternità. Da direttore, a 33 anni, si era proposto: “Carità e mansuetudine con i confratelli, sopportando qualunque cosa possa avvenirmi”. Da ispettore dirà: “Sarò padre. Eviterò i modi aspri. Quando verranno a parlarmi non darò loro a vedere di esser stanco o di aver fretta”. Di don Rinaldi, don Francesia, Salesiano della prima generazione, dirà: “Gli manca soltanto la voce di don Bosco. Tutto il resto ce l’ha”. Prima di morire un evento lo riempirà di straordinaria gioia: la beatificazione di don Bosco, avvenuta il 2 giugno 1929. Guiderà a Roma una folla di 15.000 persone. Stava per iniziare l’anno cinquantesimo del suo sacerdozio quando si spense serenamente il 5 dicembre 1931, intento a leggere la vita di don Rua. Le sue spoglie riposano nella cripta della basilica di Maria Ausiliatrice in Torino.

La congregazione salesiana nel mondo

Il suo rettorato fu quanto mai fecondo. La Congregazione salesiana si sviluppò prodigiosamente: da 4.788 membri in 404 case, a 8.836 in 644 case, in un’atmosfera dove “si respirava più l’affetto del padre che l’autorità del Superiore”. L’impulso che egli diede alle missioni salesiane fu enorme: fondò istituti missionari, riviste e associazioni, e durante il suo rettorato partirono per tutto il mondo oltre 1.800 Salesiani. Così si avverava la profezia di don Bosco, dal quale, avendo chiesto da novello sacerdote di andare in missione, si sentì rispondere: “Tu starai qui. In missione, manderai gli altri”. Compì numerosi viaggi in Italia e in Europa. Dispiegò uno zelo e una paternità ammirabili, sottolineando che la vera fisionomia dell’Opera salesiana non sta tanto nei successi esteriori, quanto nella profonda, serena e calma vita intima. Tradusse questo suo dinamico concetto della spiritualità e del lavoro in forma socialmente efficace, adoperandosi presso Pio XI perché fosse concessa l’indulgenza del lavoro santificato. Maestro di vita spirituale, rianimò la vita interiore dei Salesiani mostrando sempre un’assoluta confidenza in Dio e un’illimitata fiducia in Maria Ausiliatrice.
Venerabile il 3 gennaio 1987; beatificato il 29 aprile 1990 da Giovanni Paolo II.

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 1 (gennaio 2018), pp. 16-17 (visualizzabile qui)

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Se volete sapere di più sul Beato Filippo Rinaldi, vi segnalo il libro che è stato la mia fonte per questo pezzo:

Don Pierluigi Cameroni SDB, Don Rinaldi. Padre buono e umile servo di tutti. Profilo spirituale, Shalom 2017, pp. 256, € 5,00.
Il Postulatore generale della Famiglia Salesiana attinge alla “Positio super virtutibus” di don Rinaldi per tracciarne un profilo completo sotto tutti i punti di vista, uscito per il centenario della fondazione delle Volontarie di Don Bosco.


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