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giovedì 31 ottobre 2013

Abbiamo ancora bisogno dei Santi?



In un blog come questo, un post per la solennità di Tutti i Santi non può mancare. Lo scorso anno ne avevo fatto uno secondo i canoni che mi sono imposta, cioè rispondere alle tre domande Chi è?, Cosa c’entra con me?, Il suo Vangelo. Stavolta intendo presentare una riflessione che mi è sorta in un modo che forse non tutti approverete, in quanto legata a una palese presa in giro dei personaggi con l’aureola e del modo con cui certa televisione li rappresenta. Mi spiego meglio con quest’immagine (fonte):


Sì, avete visto bene: si tratta dell’ormai famosissimo Padre Maronno – L’uomo a cui appiopparono la santità, ideato da Marcello Macchia, alias Maccio Capatonda, per mettere alla berlina certe miniserie che, specie nei tempi forti, popolano i palinsesti televisivi. Sulle prime, mi ero arrabbiata anch’io, come tanti credenti, ma, negli ultimi tempi, ho compreso che ci fosse qualcosa oltre la satira intentata dal comico che interpreta questo “santo” suo malgrado.
Spesso accade, infatti, di vedere film in cui la santità viene rappresentata come una cosa che piomba dall’alto sul malcapitato protagonista, in un tripudio di musiche ad effetto e folle osannanti (anche se non gridano «Redivimi!»). Non mancano neppure gli antagonisti, che, specie nelle fiction sui Papi, sono rappresentati da cardinali arcigni che mal sopportano le innovazioni proposte dal personaggio centrale. Per non parlare, poi, dei casi dove la vita del protagonista viene arricchita con inesistenti filarini amorosi.
In questo modo, vengono completamente vanificate le pur nobili intenzioni di coloro che cercano di riproporre sul piccolo schermo l’antica “Bibbia dei poveri” presente sui muri e sulle vetrate delle chiese. Infatti i telespettatori, specie quelli più semplici, finiscono con l’ammirare e basta l’eroe aureolato, senza chiedersi né come vivere oggi ciò che lui insegna, né prendersi la briga di andare nella più vicina libreria cattolica e chiedere una biografia divulgativa ma documentata su di lui.
La santità, insomma, non consiste nell’aspettarsi qualcosa dal cielo che renda capaci di compiere miracoli, ma nel vivere ciò che accade con uno stile che si avvicini il più possibile a quello di Gesù, il quale compiva prodigi, ma non è esclusivamente su questi che si basa la narrazione dei Vangeli.
 
Veduta di piazza San Pietro il 6 ottobre 2002, alla canonizzazione di san Josemaría Escrivà de Balaguer (fonte)
Un altro interrogativo che mi ha presa, a questo proposito, è quello sulla necessità di porre ufficialmente dei credenti come esempi universali, insomma, sulla canonizzazione in sé. Oggi capita sempre più spesso che la buona fama di qualcuno venga ripresa dai mezzi di comunicazione, rimbalzi sul web, sia oggetto di trasmissioni più o meno strappalacrime, con un contenuto credente o no. Per quelli che invece vengono nominati Beati, a volte, la venerazione va ben oltre i limiti nei quali dovrebbe essere confinato il loro culto.
Ha quindi senso che la Chiesa, con l’inevitabile dispendio di denaro che l’organizzazione dell’evento comporta, continui a dare l’aureola a chi se la merita? Io penso di sì, per confermare la bontà di storie più o meno conosciute, anche se santità e notorietà non sono identiche. L’ho provato sulla mia pelle quando, parlando con qualcuno ad esempio della mia santa patrona, mi sono sentita rispondere che il mio interlocutore ne ignorava l’esistenza.
Nemmeno io conosco tutti i santi del calendario e ammetto che, quando ne vengono presentati di nuovi, non mi metto a cercare vita, morte e miracoli di tutti, a meno che non me ne venga commissionato il profilo biografico. Eppure, sono convintissima che ci sia ancora bisogno di ufficializzare l’esemplarità di tanti uomini, donne, bambini e ragazzi: i procedimenti, più o meno lunghi, che culminano nel migliore dei casi con la proclamazione da parte del Papa, sono una garanzia di prudenza e scrupolosità.
Certo, piacerebbe anche a me essere certa che i semplici testimoni defunti di cui ho scritto, insieme ad altri di cui mi sento in dovere di parlare, ora vedano Dio faccia a faccia. Sarei felicissima se, un giorno, potessi vedere i loro volti, riprodotti su degli arazzi, essere svelati in solenni riti nelle loro Diocesi d’appartenenza, se non comparire sulla facciata di San Pietro a Roma. Non penso che sia impossibile, ma se io per prima cominciassi a camminare come loro, pur nella mia condizione attuale, magari qualcuno mi domanderebbe perché lo faccio: allora scatterei a raccontare la storia che mi ha insegnato un certo comportamento e chissà…


Locandina della veglia Holyween organizzata nella parrocchia dei SS. Antonio e Annibale Maria di Roma
Un’ultima parola circa un comportamento che si sta diffondendo ogni anno che passa, a ridosso della solennità dei Santi. Parrocchie, associazioni e movimenti si stanno impegnando a vario titolo per scacciare gli spiriti maligni cui viene associata la notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre e riportare al centro i veri protagonisti della festa, che invece sono anime la cui bontà è per così dire certificata.
Sono iniziative lodevolissime, anche se mi sembrano dettate più da uno spirito di rivalsa che da un vero desiderio di far crescere nel popolo di Dio la stima per le figure sante. Per seminare, anche nella società di oggi, il bene compiuto da esse, non devono bastare veglie “anti dolcetto o scherzetto”, che corrono il rischio di produrre l’effetto del noto proverbio «Passata la festa, gabbato lo santo». Ci vuole, invece, un radicale cambiamento di mentalità: molti, anche tra gli stessi cattolici, affermano che le persone appassionate di agiografia, o che collezionano reliquie o immaginette, siano completamente fuori dal mondo.
Quanto a me, continuerò a scrivere e a raccogliere santini, pur restando convinta del fatto che una vita, più o meno lunga, e la fede che l’ha permeata, non possano venir ingabbiate nei parametri di un articolo o in un’immagine con preghiera sul retro. È la stessa cosa che avviene per la luce di una candela, che splende, ma non si può afferrare in alcun modo.

giovedì 24 ottobre 2013

Monsignor Luciano Migliavacca: testimone della Bellezza in musica


Monsignor Luciano Migliavacca ritratto insieme ad alcuni cantori che hanno partecipato lo scorso anno al Pontificale per la Dedicazione della Chiesa Cattedrale (foto mia)
Chi è?

Luciano Migliavacca è nato a Milano il 9 ottobre 1919. Entrato nel Seminario diocesano in giovanissima età, divenne sacerdote nel 1942. Approfondì i suoi studi al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma e alla Facoltà Teologica milanese. Nel 1957 venne nominato maestro della Cappella Musicale del Duomo di Milano, continuando l’attività di docente presso il Pontificio Istituto suddetto. Dopo aver lasciato l’incarico nel 1998, ha continuato a seguire con attenzione la vita del Duomo e della Chiesa diocesana e universale.
Ha composto salmi, mottetti, cantate e brani per organo fino alla morte, sopraggiunta il 21 ottobre 2013, all’età di novantaquattro anni.

Cosa c’entra con me?

Martedì pomeriggio, come spesso mi accade, ho buttato un occhio al sito della Diocesi di Milano. Scorrendo la homepage, un titolo ha attirato la mia attenzione: si riferiva a quello che in gergo si definisce “coccodrillo”, dedicato a monsignor Migliavacca.
Avevo già accennato a lui qui, dedicandogli una tag in previsione di un articolo da scrivere in caso di sua scomparsa. Ora che il momento è venuto, ho provato a mettere nero su bianco quanto sia stato importante per me.
Nella mia vecchia parrocchia avevo da poco iniziato a cantare nel coro dei bambini, ma mi era stato concesso di seguire, a volte, alcune prove per gli adulti. In quelle circostanze sentivo don Maurizio, che all’epoca si occupava della corale, parlare in tono enfatico di un certo Migliavacca, ma non capivo che si trattava di un prete ambrosiano. Alcune sue composizioni erano entrate nel nostro repertorio, specie per le feste più solenni: non vedevo l’ora, quindi, di far parte del coro dei “grandi” per poterle eseguire. Cristo Gesù, Il sacerdote offrì, O stupendo mistero, Cristo è risorto, solo per citare quelle che ricordo con certezza, avevano il potere di farmi davvero intuire qualcosa di come sia meraviglioso stare per sempre col Signore, quel “per sempre” che don Luciano (preferiva non farsi chiamare “monsignore”), sacerdote da settantuno anni, spero stia vivendo dal momento in cui ha reso l’anima a Colui che l’ha dotato del dono della musica. Non ho partecipato ai funerali perché non stavo tanto bene, ma col pensiero c’ero di sicuro.
In verità, le prime volte che cantavo in Duomo col coro di Pastorale Giovanile, mi sembrava quasi di usurpare lo spazio che dovrebbe invece competere alla Cappella Musicale della Cattedrale, ora guidata dal suo discepolo don Claudio Burgio. Penso proprio che, per onorarlo a dovere, canterò al meglio possibile nella prossima Veglia Missionaria, poco importa se, anziché l’organo, risuoneranno percussioni africane.
Concludo segnalando che lo scorso anno, in occasione della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, sono riuscita ad incontrarlo personalmente. Mi hanno stupita i suoi azzurrissimi occhi, nei quali lampeggiava ancora un guizzo di vivacità. Sono veramente felice di averlo finalmente visto da vicino, proprio un anno liturgico esatto prima del suo passaggio alla vita eterna.

Il suo Vangelo

Pensavo di proporre, in questo spazio, un brano dei suoi, ma penso che sia meglio far parlare direttamente lui, con due frasi tratte da un articolo che uno dei giornalisti ambrosiani, Luca Frigerio, gli aveva dedicato per i suoi novant’anni. Le dedico in particolare ai miei amici del coro Shekinah e a tutti quelli che amano la musica che guida al Signore, come una delle vie per incontrare tutti gli uomini che noi sotto la Madonnina stiamo cercando tenacemente.
«Davvero credo non ci sia arte più efficace del canto e della musica per avvicinarsi e contemplare la bellezza divina».
«Non c’è il vecchio e il nuovo... La mia unica attenzione, infatti, è stata quella di comporre musica bella: e se è bella, è sempre moderna, attuale».
Su Internet

Il canale Youtube di MrCarolus79 presenta molte registrazioni di composizioni ad opera di don Luciano.