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venerdì 3 gennaio 2014

Alessandro Galimberti: «Ho trovato la gioia»



Alessandro nella fotografia scelta per la copertina del libro Voglio essere come profumo di nardo (fonte: gruppo Facebook Varcare la soglia)



Chi è?

Alessandro Galimberti nacque a Lissone, in provincia di Monza e Brianza, il 10 agosto 1980, figlio maggiore di Luigi e Maria Grazia Colombo. Bambino e adolescente vivace e curioso, entrò a far parte dei chierichetti della parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Lissone dopo la Prima Comunione. Frequentò le scuole superiori presso le Opere Salesiane di Sesto San Giovanni, diplomandosi nel liceo scientifico a indirizzo tecnologico. Dopo essersi lungamente interrogato circa la propria vocazione, entrò nel Seminario Arcivescovile di Milano nel settembre 1999.
In quello stesso periodo, improvvisamente, si manifestarono in lui i sintomi di una grave malattia autoimmune del sangue, simile a una leucopenia. Il suo desiderio di diventare sacerdote, tuttavia, lo spingeva a impegnarsi il più possibile nello studio e nel tirocinio pastorale.
Morì nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2004, nell’Ospedale Policlinico di Milano, due anni prima dell’ordinazione sacerdotale, fissata per il 10 giugno 2006. Alla sua memoria la GPG Film ha dedicato, cinque anni dopo la sua scomparsa, il film Voglio essere profumo.

Cosa c’entra con me?

È da quando ho aperto Testimoniando che desideravo scrivere di Alessandro, o meglio, del legame che sento di aver creato con lui, ma ho preferito attendere il decimo anniversario dalla sua morte, anche per evitare una sorta di sovraesposizione mediatica, seguita all’uscita del film a lui ispirato. Ora che è venuto il tempo giusto, mi sento in dovere di chiarire una volta per tutte come sento che mi abbia cambiato la vita. Di conseguenza, questo post sarà più lungo del solito.
Tutto è cominciato tra maggio e giugno 2006; purtroppo non ricordo il mese esatto, ma doveva essere a ridosso delle ordinazioni sacerdotali di quell’anno. Ero passata a trovare le suore Figlie di San Giuseppe di Rivalba, presso il loro negozio-laboratorio di via Pantano a Milano. Avevo familiarizzato con loro per un banale equivoco, dato che credevo fossero le suore fondate dalla mia patrona santa Emilia de Vialar, ma mai avrei pensato che quello scambio di fondatori mi avrebbe portata tanto lontano.
Insomma, ero entrata dalle suore, quando una di loro mi invitò a pescare un ritaglio di carta da una scatoletta: mi spiegò che si trattava di uno dei volti dei candidati al sacerdozio di quell’anno, per cui avrei dovuto impegnarmi a pregare. Quasi per scherzo, ho accettato e, assunta unaria solenne, ho estratto una di quelle piccole foto: si trattava di don Isacco Pagani, la cui espressione sorridente mi colpì davvero. L’allora superiora della casa, suor Redenta, m’indicò poco dopo un’altra foto: era quella di Alessandro, il cui nome era accompagnato da una croce, evidente segnale di morte. Non ho fatto neppure in tempo a chiedere il perché di quel contrassegno, che la suora ha iniziato a singhiozzare, dichiarandosi commossa per i genitori di quel ragazzo, per suo zio sacerdote (fratello della madre), per le zie suore (da parte paterna) e per suo fratello Davide, anche lui nel Seminario della mia Diocesi (diventato sacerdote nel 2008). Vedendo che le condizioni non erano favorevoli, ho pensato di lasciar stare. Tuttavia, quel volto e quel nome continuavano a venirmi in mente, facendomi pensare che, forse, il suo sacrificio avrebbe valso alla mia parrocchia quella vocazione al clero diocesano che mancava da più di venticinque anni.
Pochi mesi prima, le suore Marcelline mi avevano passato la più recente biografia del loro Fondatore, monsignor Luigi Biraghi, beatificato proprio quell’anno. Sulle prime, non mi ero accorta della dedica, che menzionava i Candidati 2006 e quello stesso Alessandro che mi avevano indicato le altre religiose; penso di essermene resa conto dopo la beatificazione. Non si parlava di lui solo nella dedica, ma anche nella prefazione, scritta dal cardinal Dionigi Tettamanzi, e nella postfazione. Un punto in particolare destò la mia attenzione: quando l’autore racconta di come il giovane, di temperamento scherzoso perfino coi medici, si fosse un giorno fatto serio e avesse supplicato loro di lasciarlo vivere almeno il tempo di una Messa. Dopo quell’aneddoto, era riportata una preghiera-poesia, Barattolo di nardo, il cui testo mi fece sorgere la prima di numerose domande: come poteva aver vissuto uno che scriveva così?
Preferendo evitare d’interrogare le suore, almeno per il momento, mi sono data alla ricerca telematica, ma non sono stata granché precisa: i primi risultati, infatti, mi rimandavano a un giornalista sportivo di Como. Ho ristretto la ricerca, mi pare aggiungendo “seminarista”, e sono pervenuta a vedere pagine molto più interessanti, quelle del sito dell’Unità Pastorale cui la parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Lissone, dove il ragazzo è cresciuto, appartiene (ora è la Comunità Pastorale Santa Teresa Benedetta della Croce).
Più andavo avanti nella lettura, più ero determinata a capire come davvero lui avesse vissuto, amato, incontrato la gente. Ho visto che a volte scherzava perfino sui valori bassi della sua emoglobina, ma non è che gli fosse tutto facile, anzi: con una punta d’amarezza, riconobbe che spesso i cristiani non fanno notizia, dato che lo stesso Gesù si è visto preferire Barabba.
Da una meditazione dedicata alla sua chiesa di origine, ad esempio, ho intuito quanto vi fosse affezionato e quanto si lasciasse meravigliare dalla storia di fede che l’aveva preceduto, concretizzata in quella che i lissonesi, con una punta d’orgoglio, considerano una cattedrale in miniatura.
Le ricerche sul web mi avevano aiutata, ma desideravo ascoltare qualcuno che mi sembrava più coinvolto. Col tempo, sono stata accontentata: ora tramite incontri fortuiti nel centro di Milano o altrove (ricordo con piacere quelli con don Isacco, il giovane prete che mi era stato affidato in adozione spirituale, e con suo fratello), ora approfittando del mio passaggio in luoghi significativi per lui, mi sono fatta un’idea parziale di come Alessandro avesse trascorso la sua esistenza.
Le suore, poi, mi hanno passato la fotocopia della trascrizione di un intervento che monsignor Ennio Apeciti, professore di Storia della Chiesa in Seminario, Responsabile del Servizio per le Cause dei Santi della Curia ambrosiana e autore della suddetta biografia del Beato Biraghi, aveva tenuto ai microfoni di Radio Maria il 28 ottobre 2004. Le ultime righe costituirono per me una vera e propria folgorazione e mi resero chiaro il perché la vicenda di quel giovane avesse incrociato la mia: dovevo impegnarmi a voler bene ai seminaristi di Milano. Ecco spiegato, quindi, il vero motivo per cui mi sono affezionata a parecchi di essi, come raccontavo nel settembre 2012 e a proposito del complessino dei ParRock.
Avevo già raccontato la felicità che mi aveva presa all’apprendere, nel 2009, che era in lavorazione un film su di lui, quindi rimando al mio articolo sulla GPG Film per i dettagli a riguardo.
Per onestà, riporto di non aver incontrato solo persone che mi hanno raccontato episodi di vario genere, tendenzialmente di carattere positivo, ma anche altre che mi hanno messa in guardia. Quando ci si accosta a figure giovanili, si tende a considerarle già nella gloria per il solo fatto di essere morte prematuramente, a dispetto di quanto hanno effettivamente compiuto in vita e, soprattutto, dell’eventuale giudizio ufficiale che le autorità ecclesiastiche possono pronunciare su di loro. Lo stesso vale per il seminarista lissonese: solo chi ha condiviso con lui il periodo della formazione sa che persona sia stata davvero.
Dopo aver udito questo rimprovero, unito a quello di chi mi ha ordinato di stare alla larga da lui e famiglia perché io non c’entro nulla con loro, ho passato un periodo veramente critico, parzialmente mitigato dall’uscita del film e dall’incoraggiamento di altre persone. A distanza di tempo, ammetto che non è stato dannoso: dall’entusiasmo con cui inizialmente raccontavo di Alessandro, sono passata alla prudenza e a descrivere la sua storia così com’è, lasciando al mio interlocutore (prevalentemente scelto tra suore, seminaristi e giovani sacerdoti) la possibilità di farsi un’opinione del tutto personale.
Una sorpresa incredibile mi è accaduta quando, mentre cercavo d’indagare la “diffusione del profumo” sul web (fuor di metafora, vedere se c’erano altre pagine su di lui tranne quelle che già conoscevo), mi sono ritrovata davanti al profilo biografico che avevo inviato a santiebeati.it, ripreso dal portale di notizie e materiali vocazionali vocazioni.net, curato dai padri Rogazionisti del Cuore di Gesù. Da allora, ho preso a collaborare anche a quel sito, subissando il povero amministratore di notizie vocazionali specie provenienti dalla mia Diocesi: vorrei poter dire che è una grazia di Alessandro, ma ciò cancellerebbe i miei propositi di cautela.
Tra coloro che mi hanno sempre sostenuta, un posto d’onore va al signor Luigi, che ha compreso le mie buone intenzioni, volte ad accendere la luce non su suo figlio maggiore, bensì sul messaggio da lui portato.

Il suo Vangelo

Anche se i miei detrattori possono pensare il contrario, penso che la fisionomia spirituale di Alessandro possa far sorgere numerosissimi spunti di riflessione. Se devo sceglierne uno, tuttavia, penso che il più rilevante sia, senza dubbio, la sua tenacia nel voler diventare sacerdote.
L’ho riscontrata in tanti altri, più o meno giovani, che lo sono stati unicamente “di desiderio” o, se vogliamo prenderla dal lato della sofferenza, “di sangue”: a volte, parlando di lui, mi venivano menzionati casi analoghi, oppure ne sono andata deliberatamente in cerca. Nel suo, tuttavia, c’è qualcosa di speciale: la consapevolezza che il dono della propria vita nella consacrazione o nel ministero rimanda a Gesù stesso, esattamente come il profumo versato sui suoi piedi da Maria sorella di Lazzaro, di cui parla il brano di Vangelo che gli era divenuto tanto caro da trasformarlo nella preghiera Barattolo di nardo.
Dato che quel suo testo è ormai arcinoto, tanto che l’ho inserito in calce al profilo già citato, prendo un altro estratto da quelli che lui stesso intitolò Scritti d’ignorante saggezza, di cui è uscita la prima pubblicazione ufficiale, se come tale non va considerato l’opuscoletto che era stato allegato al DVD del film.
Si tratta di una frase che gli amici di Lissone hanno fatto incidere sulla mensa dell’Altare nel Cielo, costruito da loro stessi nel corso di un campeggio in montagna, nell’anniversario dell’erezione di una croce monumentale voluta da don Ambrogio, lo zio prete di Alessandro e don Davide, che fu coadiutore nella loro parrocchia d’origine. Penso che riassuma alla perfezione, per quanto ne so, il cammino percorso dal semplice testimone che forse prediligo in assoluto:

«Ho cercato di portare il mio sguardo al di là del mondo, ho cercato di vedere come la vita nasce nelle profondità della terra, ho camminato. E poi mi sono seduto ai piedi della croce: per cercare me stesso nel silenzio. Ho trovato la gioia».

E, mentre tanti immaginano che in Seminario avvengano le peggiori nefandezze o si appassionano alle vicende, raccontate nei telefilm, di immaginari “uomini di fede”, io preferisco continuare a indagare storie come questa perché la loro verità m’interpella da vicino. È questo il motivo per cui, come ho da tempo anticipato, quest’anno darò molto spazio a raccontare cosa c’entrino con me tanti seminaristi e giovani sacerdoti, non necessariamente deceduti.

Per saperne di più

Don Ennio Apeciti (cur.), Voglio essere come profumo di nardo, Velar – Marna 2014, 224 pp., € 15,00.
La prima raccolta organica degli scritti di Alessandro, curata, in collaborazione coi familiari, dal professore del Seminario che ne intuì per primo le potenzialità.

Su Internet

Sito ufficiale dell’Associazione Culturale Alessandro Galimberti di Lissone, che da lui ha tratto il nome e l’ispirazione.

Un racconto della sua vita fatto da monsignor Ennio Apeciti ai microfoni di Radio Mater nella rubrica Il bene della famiglia il 3 marzo 2012 (file audio).

4 commenti:

  1. Volevo commentare questo post, anzi ci tenevo proprio, ma a volte mi sembra di non esser più capace di scrivere una sola riga.
    Sarà per la prossima.
    In ogni caso, ho letto pressoché ogni link che hai messo e nel post sul film; ho visto trailer e soprattutto spezzone (quello di nove minuti), e sono ancora più interessata di prima. Questo qui (Alessandro) non lo mollo.

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    1. È la stessa cosa che ho pensato io, quando le suore mi hanno passato il primo materiale su di lui.

      Colgo l'occasione per segnalare che, a pagina 164 del libro, il pensiero riportato sull'Altare nel Cielo è citato come segue:
      «Ho cercato di portare il mio sguardo al di là del mondo. Ho cercato di vedere come la vita veniva creata nelle profondità della terra. Ho cercato di vedere nel volto di due che si amano la gioia del Cristo che era con loro. Ho cercato. E poi mi sono seduto: dovevo nel silenzio cercare me stesso. Ed è gioia».

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  3. Ho scoperto due giorni fa che monsignor Apeciti ha, dallo scorso ottobre, una rubrica mensile su "Radio Mater", intitolata "Testimoni di Cristo" e dedicata alle figure esemplari della nostra Diocesi. Alessandro è stato oggetto della puntata di gennaio, che credevo fosse presente al link che avevo inserito nel commento precedente.
    Con mio gran dispiacere, invece, proprio quella trasmissione è l'unica assente nell'archivio del sito. Pazienza!

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