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lunedì 6 ottobre 2014

Io c’ero #7: infiltrata speciale alla Missione Vocazionale


Ormai penso sia noto ai miei lettori più fedeli, soprattutto da quando ne ho svelato le reali motivazioni, che sento un legame speciale col Seminario della mia Diocesi e con chi vi abita, tanto da essere stata definita “collezionista di preti” e “ultras del Seminario”. Non potevo, quindi, farmi sfuggire l’occasione di prender parte, per quanto possibile, alla Missione Vocazionale di quest’anno, tornata dopo tanti anni nella mia città, Milano.

Uno spiegone (che non guasta mai)

Per i non ambrosiani, spiego che la Missione Vocazionale è organizzata dal Seminario per fare in modo che i fedeli riconoscano la necessità di stare vicini ai probabili futuri sacerdoti, ma anche perché loro stessi (o meglio, quelli che frequentano il Quadriennio teologico), incontrando varie comunità e realtà ecclesiali, possano maturare nuove intuizioni per la propria vita. Dal 1999 ad oggi sono state toccate parecchie zone della mia Diocesi: per limitarmi agli ultimi sei anni, ha avuto come mete Erba, Pioltello, Bollate e Garbagnate, Melegnano e Vizzolo Predabissi, Cesano Maderno e, lo scorso anno, Arcore. Essendo Milano molto più vasta di questi paesi, l’azione è stata circoscritta al Decanato Città Studi, nella periferia est della città.
Io abito ormai da due anni nel quartiere di Gratosoglio, che invece sta a sud rispetto al centro, ma mi sentivo ugualmente interpellata a partecipare. Certo, non potevo accogliere in casa mia nessuno e neppure partecipare alle Messe con testimonianze da parte dei seminaristi, figurarsi all’incontro per i 18/19enni e i giovani. Ciò nonostante, mi sono imbarcata per un viaggio di un’oretta o poco meno per arrivare, ieri sera, alla Basilica dei SS. Nereo e Achilleo, sul cui piazzale si sarebbe svolto un concerto dei ParRock, il gruppo musicale di cui avevo già scritto.

Un’accoglienza luminosa

Appena scesa dall’autobus, sono stata raggiunta dalle note di un brano musicale. Mi sono allarmata subito, mettendomi a correre: ero certa, per aver consultato il programma, che l’esibizione sarebbe iniziata alle 21, ma ci volevano ancora venti minuti. Appena varcato il cancello d’ingresso alla Basilica, mi sono tranquillizzata: erano solo le prove!
Uno dei seminaristi fissa un braccialetto luminoso
a un piccolo amico (foto mia)
Il tempo di riprendermi dalla corsa e mi sono voltata verso un banchetto dove altri ragazzi, compagni di studi dei musicisti, si occupavano di vendere articoli a marchio parrockiano, ossia braccialetti di gomma e magliette. A tutti coloro che entravano veniva inoltre distribuita una starlight, ovvero un sottile tubo di plastica ripieno di una sostanza fluorescente, adoperabile a mo’ di braccialetto. Mi sono avvicinata per prenderlo, venendo riconosciuta da uno degli addetti al banco, che mi era stato presentato lo scorso giugno.
Mentre frugavo nella borsetta per trovare il mio portamonete, ho visto arrivare una faccia nota: il nuovo Rettore, don Michele. Anche lui mi aveva presente per avermi più volte incrociata nei corridoi della Curia, dove mi recavo per commissioni parrocchiali. Gli ho rivolto le mie congratulazioni, poi, per evitare fraintendimenti, gli ho spiegato cosa mi avesse spinta ad attraversare la città pur di essere presente almeno a quel momento. Già che c’ero, mi sono un po’ confidata con lui, ricevendo il consiglio di continuare a voler bene ai suoi nuovi allievi.
Man mano che cominciava ad arrivare gente, continuavo a notare facce già viste: ragazzi che seguo da più tempo, lettori di queste pagine, il mio vecchio don del nuovo oratorio e un giovane prete con cui avevo familiarizzato tre giorni dopo la sua ordinazione, residente proprio in quella parrocchia. Ho domandato come stesse procedendo la Missione, ricevendo risposte decisamente positive.
Non c’erano solo portatori (sani, spero) di colletto, ma anche – anzi, erano la maggior parte – le famiglie ospitanti presso le quali gli studenti del Quadriennio alloggeranno fino a domani e moltissimi ragazzini. Vedere come molti dei missionari dimostrassero una certa familiarità con loro, sia adulti sia giovanissimi, mi ha fatto sorgere una lieve invidia, a cui è subentrato un pensiero più sereno: chi si prepara a diventare prete, sempre se riconoscerà che quella è la strada su cui Dio lo vuole, deve imparare a voler bene a tutti. Come mi diceva un attimo prima don Michele, sta alla libertà di ciascuno come indirizzare rettamente la propria necessità di amare.

ParRock versione 3.0

Circa verso le 21, come da programma, è iniziato il concerto vero e proprio. I più giovani sono stati invitati ad avvicinarsi a non più di quattro metri dal palco, mentre per gli anziani erano state predisposte alcune sedie. Mi sono quindi seduta per terra, mentre stava per prendere posto il complesso che, per la circostanza, si presentava rinnovato nel suo organico. Per una regola non scritta, infatti, una volta che i membri si avvicinano all’ordinazione sacerdotale devono cedere il posto a qualche compagno delle classi indietro.
Confermati Emmanuel Santoro alla batteria e Matteo Ferraretto alla chitarra, i membri ritirati sono stati sostituiti per il corrente anno pastorale come segue (tra parentesi la classe di studio): cantanti, Alessandro Bernasconi (III Teologia) e Michele Zoani (V); bassista, Giovanni Verza (IV). Membri di supporto per la scelta dei video proiettati sugli schermi accanto al palco, Davide Cardinale (III) e Daniele Battaglion (V).
A dirla tutta, nei giorni precedenti sono stata preoccupatissima per le condizioni metereologiche: se ci fosse stato maltempo, infatti, avrebbero suonato all’interno della basilica. Avevo paura che, in tal caso, i miei amici si sarebbero attirati le ire di coloro i quali preferirebbero che in chiesa suonasse solo l’organo e si eseguissero unicamente composizioni pensate per la preghiera e la liturgia; per traslato, avrei sentito quel rimprovero rivolto anche a me. Grazie a Dio, ieri il cielo era quasi sgombro dalle nuvole: fossi stata nei due nuovi cantanti, avrei citato il “discorso alla luna” di san Giovanni XXIII.
Per me era la quarta volta che sentivo dal vivo il gruppo, dopo alcune esibizioni dello scorso anno. Non sono molto ferrata sotto il profilo tecnico-musicale e mi lascio troppo trascinare dalle emozioni, ma posso ammettere che mi hanno convinta davvero. Le canzoni, non tutte tratte da un repertorio religioso reinterpretato per chitarra, basso e batteria, erano collegate le une alle altre da un monologo scritto e interpretato da Francesco Agostani (di III), ispirato dal brano di Vangelo da cui la Missione aveva tratto il proprio versetto-guida, ovvero l’incontro di Gesù con Zaccheo.
I racconti di altri tre giovani seminaristi, che seguivano le parti di monologo, mi hanno ricordato come non debba interessarmi il modo in cui mi guardano gli altri, ma la profondità dello sguardo del Signore sulla mia esistenza, che spinge a cambiare vita. Insomma, come ha sintetizzato il Rettore, Lui vuole fermarsi a casa mia, ma solo io posso aprire la porta.
Non so se i ragazzini ai quali mi sono mescolata abbiano afferrato un minimo di quanto ho compreso io oppure se, in modo molto più semplice, si siano goduti un paio d’ore di musica.

La Missione procede secondo un programma molto denso, che comprenderà, domani, un dibattito sul rapporto tra laurea, lavoro e vocazione. Quasi quasi mi era venuta voglia di confondermi tra gli universitari, particolarmente invitati a questo incontro, ma ho deciso di lasciar perdere. Tra le regole che mi sono imposta per far sì che né io, né i miei amici in Seminario siamo danneggiati dalla reciproca frequentazione ne ho fissata una, secondo cui mi è lecito andare a salutarli al massimo una volta al mese, salvo imprevisti, e mai durante Avvento e Quaresima: di conseguenza, per ottobre mi deve bastare la serata di ieri. Pregare per la buona riuscita dei loro incontri, tuttavia, non mi viene impedito; per sapere come andranno mi accontenterò di leggere il numero di novembre di La Fiaccola.

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