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domenica 25 gennaio 2015

Filippo Gagliardi: uno che c’era (anzi, c’è)




La foto di Filippo Gagliardi
che si trova nel cortile
dell’oratorio San Vittore di Verbania
(fonte: sezione del sito dell’oratorio
dedicata a lui)

Chi è?

Filippo è nato a Verbania il 5 marzo 1983, figlio maggiore di Alberto ed Elisabetta Gagliardi e fratello di Alice. La sua formazione umana e spirituale si è svolta presso l’oratorio-circolo San Vittore, annesso all’omonima basilica di Intra-Verbania, dove ha vissuto anche gli incarichi di animatore (a partire dai quindici anni), educatore (dal 2006) e responsabile degli educatori più giovani, nonché di Ministro straordinario dell’Eucaristia.
Poco dopo la laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano, ha trovato lavoro presso uno studio professionale. Dopo una prima relazione, si è fidanzato con Anna Bonisoli, che conosceva fin dall’infanzia. Il loro matrimonio si è celebrato il 15 settembre 2012 nella basilica di San Vittore.
A metà dicembre dello stesso anno, a seguito di un’Adorazione Eucaristica, Filippo si è sentito pronto per diventare padre. Tuttavia, nell’agosto 2013, quando la gravidanza di Anna era ormai a buon punto, lui ha iniziato ad avvertire forti dolori all’addome: gli esami clinici hanno dimostrato che si trattava di un tumore. Accompagnato dalla moglie, dai familiari, dal suo prete d’oratorio don Fabrizio, dagli amici dei tempi dell’università e dai suoi giovani educatori, ha provato a vivere quella sua nuova condizione offrendola per tutti loro, senza lamentarsi. È morto presso l’ospedale di Verbania l’11 settembre 2013, a trent’anni.
Alla sua memoria è stato dedicato il cortile dell’oratorio-circolo San Vittore.

Cosa c’entra con me?

Come ho raccontato altre volte, gli argomenti per i miei articoli arrivano dalle circostanze più disparate: un santino trovato in chiesa o per terra, il passaparola sul web o, più comunemente, un articolo su qualche rivista. Quest’ultimo è il caso della storia di oggi, di cui ho appreso tramite un articolo su Credere uscito nel settembre 2013, a una settimana dalla morte del suo protagonista. Sono rimasta esterrefatta: era trascorso così poco tempo e già si meritava un articolo a doppia pagina su uno dei settimanali cattolici più diffusi!
Immediatamente mi è sorto il desiderio di occuparmene, sia per questo blog che per santiebeati.it: per una volta, non avrei trattato un fondatore o una fondatrice, o un seminarista scomparso senza vivere nemmeno il tempo della sua Prima Messa, o una madre che ha dato la vita fino in fondo (solo per citare le categorie principali di cui ho scritto). Ben presto, mi sono frenata: mi pareva necessario dover attendere ancora, il tempo di avere qualche dettaglio sulla vita precedente alla malattia o, comunque, di poter interpellare le persone interessate senza suscitare un eccessivo dispiacere in loro.
Non molti mesi fa, mi pare guardando le ultime novità sul sito delle Edizioni San Paolo, sono rimasta nuovamente a bocca aperta: il viso sorridente di Filippo campeggiava sulla copertina di un libro di prossima uscita. Ho provato a ricordare quanto tempo fosse trascorso dalla sua partenza da questo mondo: un anno. Ammetto di aver pensato che forse, perché uscisse, si sarebbe dovuto aspettare ancora, o le persone coinvolte avrebbero potuto essere accusate di anticipare il giudizio ufficiale della Chiesa nei riguardi del loro caro. Ripensandoci, ho riconosciuto che dovevano esserci dei buoni motivi: evidentemente, quel primo articolo doveva aver avuto una tal risonanza da spingere la stessa giornalista che ne era stata autrice ad approfondirne la storia che stava a monte.
In ogni caso, potevo avere del materiale da cui partire, ma non l’ho preso prima di lunedì scorso: neanche a farlo apposta, era il giorno di san Gaudenzio, patrono della città e della diocesi di Novara, sotto la quale cade Verbania. Tra un viaggio in tram e l’altro, l’ho finito a neanche ventiquattr’ore dall’acquisto, almeno per farmi una prima idea.
Decisamente, ho avuto un’impressione più che positiva. Filippo, dopotutto, era più grande di me di un anno e ha condiviso con me la formazione in un ambiente che, come disse il giornalista Vittorio Zucconi, non necessariamente produce santi da altare o personalità importanti, ma insegna a diventare uomini. Vedere poi che ha trascorso gli anni dell’università nella mia Milano, e che lo stesso è valso per Anna, me l’ha reso più vicino ancora, sebbene abbiamo scelto percorsi di studio differenti.
A dividerci, oltre a questo, erano gli ambiti di approfondimento della fede: a differenza sua, non ho mai seguito i corsi della Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea, non ho percorso il Cammino di Santiago (ma mi sa tanto che abbiamo fatto le stesse GMG), né aderito alle Sentinelle del Mattino. Quanto all’impegno in parrocchia, fare l’educatrice mi è stato da sempre precluso, a causa del mio carattere tendente alla facile collera e al lamento appena un minimo dettaglio non sia come dico io.
La sua vicinanza ai ragazzi in qualità di tutor, ossia di responsabile per la formazione degli educatori più giovani, mi ha fatto poi tornare alla mente quelle figure che, nella mia vecchia parrocchia, mi sono sempre state accanto, a volte con parole sferzanti mirate a farmi uscire dalle comodità, altre con il sorriso messo in campo durante rappresentazioni teatrali. Anche dove mi sono trasferita vedo che ci sono persone così e prego tanto che non manchino mai.
Dato che volevo presentare Filippo a voi lettori in occasione di quella che, nell’Arcidiocesi ambrosiana, è detta Settimana dell’educazione e va dalla memoria di sant’Agnese a quella di san Giovanni Bosco, ho recuperato i contatti di don Fabrizio, vicario parrocchiale a San Vittore, che erano presenti sul numero 98 di A Sua immagine settimanale, in un altro articolo sul suo caro amico (Credere se n’è nuovamente occupato dopo un anno). Nel giro di pochissime ore – potenza della tecnologia usata bene! – mi ha risposto con termini che già in altri casi, nelle risposte alle mie mail di natura prudenziale, ho trovato da parte delle persone che ho contattato: «La storia di Filippo è per tutti. Anna ed io siamo ben contenti se la sua testimonianza può portare luce alla vita di altre persone».
Alla fine, penso di essermi ricreduta circa le mie iniziali reazioni di stizza. Il fatto è che io stessa, nel raccontare di fatti recenti, sono stata rimproverata di scarsa prudenza, perciò non volevo che capitasse ad altri. In ogni caso, vale l’avvertenza che ho posto sotto la testata del blog, che ho predisposto proprio per pararmi le spalle di fronte ad accuse del genere.
Mi è venuto, però, un altro dubbio: e se un giorno nessuno si ricordasse più di Filippo? Se il suo libro, stampato e venduto in migliaia di copie, finisse preda degli insetti della carta? Ho posto la stessa domanda, riguardo però un altro giovane Testimone, a un sacerdote che conosco. La sua risposta è stata grossomodo questa: quello che più conta non è se una storia viene raccontata su giornali famosi e confluisce in testi che rientrano nella classifica dei più venduti stilata da Rebecca Libri, bensì che il nome di chi l’ha incarnata è scritto nei cieli. Non solo lì, aggiungo io, ma anche nelle vite che ha incrociato, più o meno direttamente.
Per comprendere ancora meglio quali segni ha lasciato questo giovane nei suoi comparrocchiani, suggerisco la visione del video qui sotto, tratto dalla puntata di A Sua immagine del 1° novembre 2014, la stessa dove si è parlato di san Ludovico da Casoria.

Il suo Vangelo

Speravo proprio che uscisse una biografia completa e documentata per poter andare oltre lo stereotipo del «Poverino, così giovane...», sempre in agguato di fronte a vicende del genere. Grazie ad essa, ho capito che per trovare il messaggio universale incarnato da Filippo, o meglio, del suo modo di vivere il Vangelo, dovevo andare oltre il racconto della sua sofferenza, che pure ha fatto parte della sua vita.
Ho letto con attenzione, quindi, le pagine in cui si raccontava il suo modo di rapportarsi con gli educatori più giovani a lui affidati, ricordandomi che, già nel primo articolo, era riferito che ai suoi funerali molti ripetevano con sicurezza: «Pippo c’è!». Ne erano consapevoli perché avevano visto coi loro occhi la sua capacità di esserci per chi potesse aver bisogno di lui per dare loro fiducia.
Lo dimostra Federica Mininni, una dei suoi ragazzi, nel descrivere come le sia stato accanto per superare il disagio seguito a un’esperienza di ritiro spirituale. Mentre lei, di ritorno dal ritiro, scendeva dalla sua macchina per entrare in casa, si sentì rivolgere questa frase:
«Se non ti fidi ti te stessa, almeno fidati di me... tu sei in gamba!».
Da quello che ho capito, nella mia esperienza personale, un educatore dev’essere capace di far capire ai suoi ragazzi che valgono più di quello che credono. Se i giovani di Filippo diventeranno uomini e donne veri, cioè pienamente riusciti, penso che un pochino di merito lo avrà anche lui.

Per saperne di più

Ilaria Nava, «Volevo dirgliene quattro...» – Storia di Filippo Gagliardi, San Paolo 2014, pp. 130, € 10,00.
La prima biografia, formata dai racconti di chi gli ha voluto bene, ma anche dai messaggini, dalle e-mail e dai messaggi su Facebook che lui scambiava con loro.

Su Internet

Pagina Facebook ufficiale dell’Oratorio San Vittore
Pagina Facebook ufficiale del libro «Volevo dirgliene quattro...»

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