Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

venerdì 9 gennaio 2015

Canti travisati (Le 5 cose più # 2)

Fonte per questa immagine

Per il secondo appuntamento con la sezione “scema” di questo blog ho pensato di rifarmi a una rubrica radiofonica, quella delle Canzoni travisate, che spopola su una famosa radio nazionale. In parecchie occasioni, infatti, mi è accaduto di sentire o mi è stato raccontato di canti religiosi o liturgici storpiati nel testo, per i più disparati motivi: ignoranza linguistica, errori di stampa o semplici fraintendimenti fonetici. Per ridurmi a cinque pezzi, come dalle regole che mi sono stabilita, escludo a priori Canta il merlo sul frumento per Tantum ergo Sacramentum e non mi limito a brani in lingua latina. Spero che almeno un ghigno venga anche a voi!

5) E Padre mio ti chiamerò (Paolo Paci – Duilio Preti)


(accordi a pag. 7 di questo documento PDF)

Sul libretto dei canti della mia parrocchia, questo brano è riportato come E Padre mio CHI chiamerò, esclusivamente nel titolo e non nell’indice generale. Suona quasi come un interrogativo: chi chiamare “Padre” con la maiuscola, se non Dio?


4) T’adoriam, Ostia divina (Giuseppe Caruana – monsignor Carmelo Psaila)

(qui uno spartito, qui un altro, diversi nell’armonizzazione: io le ho sentite entrambe)

Le prime volte che l’ho sentito cantare, già in età della ragione, mi era parso di udire che la seconda strofa facesse Tu che porti la dolcezza. Quando poi ho avuto sottomano un libro dei canti che riportava il testo, ho visto che recitava, invece, Tu dei forti la dolcezza, in contrasto con il successivo Tu dei deboli il vigor. Anche la mia travisata aveva il suo senso, in fondo. 
Facendo le mie ricerchine per dare la corretta attribuzione, ho scoperto che l’autore del testo, monsignor Psaila, noto come “Dun Karm”, ha firmato anche l’inno nazionale maltese. Nel 2013 questo canto ha compiuto cent’anni, come racconta quest’articolo del Malta Independent che ne descrive la genesi compositiva. Non potrà importarvi granché, ma a me andava di farlo sapere, ecco tutto.

3) Salve Regina (canto gregoriano, melodia popolare)


Mi sono accorta tempo fa che mia madre, quando cantava quest’antifona mariana al termine del Rosario, pronunciava Esules fili di Eden, al posto di Exules filii Evae. Va detto che ci era andata vicino, dato che Eva abitava, prima della caduta, nell’Eden. Da quando ho provato a correggerla, però, sembra aver migliorato.

2) Jesus Christ, you are my life (Marco Frisina)



Questo famosissimo brano della GMG del 2000 è entrato, grazie ai giovani partecipanti, nel repertorio di numerose parrocchie. Il brutto è quando viene adoperato, come ogni canto del resto, fuori da un contesto che non gli compete, come ad esempio una processione eucaristica.
Una mia amica, che si trovava in un paese dalle parti di Salerno, ha udito le vecchiette del posto cantare, proprio durante una processione col Santissimo, una loro personalissima versione del ritornello in inglese: per loro faceva Gizz’, craj, iurananai, alleluia alleluia. Craj, in molti dialetti del sud, vuol dire “domani”, dal latino cras. Ma usare la versione italiana, Cristo vive in mezzo a noi, pareva brutto?

1) Ti ringrazio, o mio Signore (musica di don Cesáreo Gabaráin)


Per concludere, ecco uno dei pezzi che non sfigurerebbe in un’ipotetica classifica dei 10 canti più “da panca”, ossia tanto conosciuti che perfino le panche delle chiese potrebbero intonarli. Il punto è: con quale versione del testo?
Una delle strofe, infatti, ha due varianti significative:
Quando il cielo si vela (o si tinge) d’azzurro,
io ti penso (o ti cerco), e tu vieni a me (o e tu sei con me).
Non lasciarmi cadere (o vagare) nel buio,
nelle tenebre che la vita mi dà.
Proprio la terza riga ha creato qualche imbarazzo ai miei parrocchiani, abituati a cantare “cadere”, quando sul libretto dei canti rinnovato era stato mutato con “vagare”, forse perché l’idea di un Dio che lasci cadere i fedeli è decisamente lontana dal messaggio evangelico. Insomma, alla gente capitava di sentire, i primi tempi: Non lasciarmi ca… gare nel buio!
Indagando sulle varianti, ho trovato anche, in un post sulla pagina Facebook lontanodalmiopaese, questa che riporto pari pari: NON LASCIARMI VAGARE NEL BUIO,NEI PROBLEMI CHE LA VITA MI DA. Decisamente più prosastico!
Ancora più terra terra, la variante che mi ha riferito il fidanzato di una mia amica: sul libretto dei canti della loro parrocchia, è riportata come Non lasciarmi lottare da solo.

Considerazioni

Persone più esperte di me hanno espresso il loro parere sulla necessità di fornire un repertorio il più possibile unitario, sia a livello diocesano sia nazionale. Nei fatti, invece, i libretti dei canti sono l’esatta concretizzazione del vecchio adagio per cui “ogni sacrestia ha la sua liturgia”.
Penso proprio che, se fossi un parroco, richiederei almeno che i testi vengano uniformati in base a versioni attendibili e ufficiali, tratte dai repertori in vigore o anche da quelli di associazioni e movimenti, non copincollate da chissà quale sito parrocchiale.
Una volta che il testo è esatto, bisogna essere consapevoli di ciò che si canta: cuore, mente e intenzione devono essere il più possibile d’accordo, anche se la melodia può sembrare troppo vecchio stile o eccessivamente moderna, o se i termini adoperati paiono stucchevoli o necessitano di una spiegazione più approfondita. Se poi capitasse ugualmente di sbagliarsi, producendo travisazioni simili a quelle elencate sopra, pazienza.
Mi sono limitata a cinque brani, ma ho come l’impressione che ne troverò altri, prima o poi.

Nessun commento:

Posta un commento