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martedì 5 luglio 2016

Antonio Maria Zaccaria, ardente riformatore nello spirito di san Paolo



Chi è?


Antonio Maria Zaccaria nacque a Cremona nella prima metà del dicembre 1502, da Lazzaro Zaccaria e Antonia (detta Antonietta) Pescaroli, che si dedicò alla sua educazione alla morte del marito. Nel 1520 si trasferì a Padova per completare gli studi universitari e si laureò in Medicina quattro anni dopo.
Più che all’esercizio della professione medica, si diede all’insegnamento della catechesi dapprima ai bambini, poi anche agli adulti. Orientato al sacerdozio, fu guidato dai padri Domenicani negli studi ecclesiastici e venne ordinato il 20 febbraio 1529. Ancora un Domenicano, fra Battista Carioni da Crema, fu il tramite perché Antonio Maria conoscesse Ludovica Torelli, contessa di Guastalla, e si trasferisse nel suo castello come cappellano.
Nel 1530, insieme alla contessa e a fra Battista, partì per Milano, entrando in contatto con l’Oratorio dell’Eterna Sapienza, un circolo che mirava alla riforma della Chiesa a partire dai propri membri. Entrato in contatto con due di essi, Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari, progettò con loro di organizzare una nuova formazione religiosa composta da tre “Collegi”: uno di sacerdoti, uno di religiose e uno di laici.
Il ramo di sacerdoti fu approvato il 18 febbraio 1533 e due anni successivi ottenne la qualifica di chierici regolari (sacerdoti che vivono sotto una Regola comune). Quando la loro sede venne fissata presso la chiesa di San Barnaba nel centro di Milano, furono popolarmente detti Barnabiti. Il Collegio femminile, le Angeliche di San Paolo (le prime suore senza clausura), sorse invece nel 1535, con sede nel monastero di San Paolo Converso. Il terzo Collegio, i Maritati di San Paolo, era associato agli altri due nella spiritualità.
Antonio Maria fu messo duramente alla prova, insieme ai suoi associati, specie durante i processi che dovette subire da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche di Milano, dai quali uscì pienamente assolto. Nel 1539 tornò a Guastalla per risolvere alcune questioni politiche e religiose, ma era già ammalato: chiese quindi di essere riportato a Cremona, nella sua casa natale. Circondato dai suoi discepoli e assistito dalla madre, morì nel primo pomeriggio del 5 luglio 1539.
Popolarmente venerato come Beato subito dopo la sua morte, ottenne la conferma di culto il 3 gennaio 1890. Venne canonizzato il 27 maggio 1897 da papa Leone XIII, insieme a Pietro Fourier. I suoi resti mortali, inizialmente conservati nel monastero di San Paolo Converso (poi soppresso) e rinvenuti l’8 maggio 1891, sono venerati dal 1990 nell’urna posta sotto l’altare maggiore della chiesa dei SS. Paolo e Barnaba, in via Commenda 5 a Milano.

Cosa c’entra con me?

Immagino che a parecchi capiti di non sapere nel dettaglio chi siano i santi venerati nella propria parrocchia, o perfino di non conoscerne i nomi. Nel caso del personaggio di oggi, a me è successo qualcosa del genere.
Nella mia parrocchia di nascita, infatti, c’è un altare nella navata di destra, opposto a quello che un tempo era del Sacro Cuore, coi dipinti di altri tre santi. Sulla cancellata che lo protegge sono riportate tre scritte: Spiritu Pauli eruditus (“Istruito nello spirito di Paolo”), Pauperum amator (“Amante dei poveri”) e Eremi robustus habitator (“Forte abitante dell’eremo”). Sin da bambina, sapevo benissimo che quello del pannello centrale era sant’Antonio di Padova, perché era quasi uguale alle raffigurazioni che avevo visto in casa mia.
Non capivo, invece, chi fossero il vecchietto col bastone e la lunga barba rappresentato nella tela a destra e neppure il tizio più giovane col giglio in mano, nel quadro di sinistra. Non poteva essere san Luigi Gonzaga perché aveva la barba e la stola sacerdotale, però mi pareva che gli somigliasse. Forse avevo chiesto al mio prete d’oratorio chi fossero, ma non ricordo con esattezza: so che a un certo punto ho capito che quello più anziano era sant’Antonio abate.
Una domenica del 2002, alla Messa dei ragazzi che frequentavo, si presentò un sacerdote diverso dagli altri, dicendo di essere un Barnabita e che il suo fondatore aveva un quadro nella mia chiesa: così ho identificato con sant’Antonio Maria Zaccaria il terzo santo. Rammento che ci disse che quell’anno si festeggiava il cinquecentesimo anniversario della sua nascita e che ci sarebbe stata un’enorme torta offerta a tutti i ragazzi, non ricordo dove.
Pur avendo frequentato le superiori nella stessa via della Casa madre dei Barnabiti, non mi ero mai avventurata oltre l’isolato della mia scuola. Tempo dopo, ormai universitaria, mi sono trovata a passare di nuovo di lì, ma stavolta ho attraversato la strada: non sapevo che il fondatore fosse venerato proprio a due passi sia dal liceo, sia dall’università. Riflettendoci, credo sia stato il primo santo che abbia deciso di conoscere meglio, dopo la crisi di rigetto verso esempi simili di cui ho più volte raccontato. Insomma, ho fatto incetta di santini e ho preso una sua breve biografia e il volume degli scritti, ma, come spesso accade, li ho lasciati a prendere polvere, almeno finché non ho traslocato.
Il mio interesse è riemerso dopo essere stata in ritiro spirituale all’Eremo di Eupilio, ma è definitivamente tornato alla luce quando sono tornata alla chiesa dei SS. Paolo e Barnaba due settimane fa, per ascoltare un concerto. È stato allora che, mentre avevo davanti le reliquie dello Zaccaria, mi è venuta l’ispirazione di presentarlo a queste coordinate. Ho quindi parlato col superiore di Casa Madre e mi sono procurata un libro che, chissà perché, non avevo acquistato in precedenza.
A dirla tutta, credo che il padre che venne a parlare a noi ragazzi fosse mio comparrocchiano, quello stesso che, in occasione di anniversari significativi o solo perché di passaggio a Milano, aveva poi celebrato altre volte nella stessa chiesa.
Grazie a lui, un suo giovane confratello prossimo all’ordinazione sacerdotale ha prestato tirocinio nei mesi estivi nel mio vecchio oratorio: per fortuna sua, non gli sono stata addosso come faccio di solito, semplicemente perché non abitavo più lì, ma l’ho incontrato brevemente. Mi sono limitata a segnarmi il suo nome sulla mia agenda, così da gioire quando avessi saputo che sarebbe diventato sacerdote, come in effetti è successo alcuni mesi fa.
Mentre scrivevo, è riemerso un altro ricordo nella mia mente. Un sabato, mentre andavo in un centro commerciale insieme ai miei genitori, mi sono trovata a passare per una via dove c’era un segnale che indicava la chiesa di Sant’Antonio Maria Zaccaria; ingenuamente, ho supposto che fosse retta dai Barnabiti. Mi sbagliavo: lì nei pressi ce n’era un’altra, dove però ora non hanno più una loro presenza, e che da tre anni a questa parte è diventata una delle mie due parrocchie. Davvero, la vita è proprio strana!

Ha testimoniato la misericordia perché…

Rispolverando i libri che avevo e leggendo quello nuovo, ho appurato che l’anno prossimo cadranno i 120 anni dalla canonizzazione di sant’Antonio Maria. Ho pensato di rimandare ad allora il post, ma ho preferito seguire l’ispirazione che mi aveva colta.
Come sto facendo dall’inizio dell’Anno Santo straordinario, ho pensato di abbinare un’opera di misericordia anche a lui, ma, visto che ricordavo poco i suoi tratti biografici, mi sono fatta aiutare dal superiore di Casa Madre, cui avevo promesso quest’articolo. Insomma, il suo suggerimento è stato quello di collegarlo all’opera che consiste nell’insegnare agli ignoranti. Con mio stupore, gli ho domandato se forse non gli fosse più congeniale quella di visitare gli ammalati – almeno mi ricordavo che era laureato in medicina – ma lui mi ha suggerito di stare attenta a quell’elemento, leggendo la biografia.
In effetti, aveva ragione: da quando lo Zaccaria si fece indirizzare a una vita cristiana più seria, si diede all’insegnamento delle verità di fede, ed era ancora laico. Da sacerdote, poi, improntò la sua predicazione a una vera lotta contro la tiepidezza spirituale, da lui ritenuta la causa dei mali della Chiesa del suo tempo: non va dimenticato che era l’epoca in cui numerosi movimenti puntavano alla riforma della religione, non ultimi quelli che portarono allo scisma protestante.

Il suo Vangelo

Detto questo, si potrebbe pensare che il nostro Santo sia principalmente un educatore, ma non perché abbia fondato istituti o scuole: solo nel XVII secolo i suoi figli spirituali si aprirono a questa missione. Il suo stile ha due riferimenti fondamentali, che poi a ben vedere sono riassumibili in uno: come dice san Paolo, «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso».
Lo si capisce se si pensa che e i suoi compagni percorrevano Milano con il solo Crocifisso in mano, o a quando comprese che il “Crocifisso vivo” millantato da un predicatore in Duomo si poteva incontrare nella Presenza eucaristica. Per questo motivo, pensò d’introdurre l’uso di far suonare le campane alle tre del pomeriggio del venerdì e di rimettere al centro l’Eucaristia tramite l’adorazione solenne e prolungata, le cosiddette Quarantore.
La sua opera riformatrice, però, partì dalla sua stessa persona, come dimostra, ad esempio, la sua scelta di rinunciare ai propri beni prima di trasferirsi a Padova, o l’impegno alla castità contenuto nei suoi appunti (ecco il perché del giglio come suo attributo iconografico). Dopo averla sperimentata personalmente, poteva quindi scrivere, nell’abbozzo delle Costituzioni che furono approvate dopo la sua morte:
Vuoi tu ben riformare i costumi? Cerca sempre di aumentare quello che hai incominciato in te e negli altri, perché la sommità della perfezione è infinita. Così, fuggi di pensare che ti basti mai quello che avrai incominciato.
Dopo un periodo di “normalizzazione”, i tre Collegi da lui voluti hanno potuto riprendere il cammino che lui aveva immaginato uniformando il proprio pensiero a quello del Signore crocifisso, che non fa mai mancare nella Chiesa riformatori autentici perché ubbidienti e radicati in una fede sincera.

Per saperne di più

In occasione dei cinquecento anni dalla nascita di sant’Antonio Maria, sono uscite numerose pubblicazioni, ma ora sono tutte fuori catalogo. Si possono però richiedere direttamente ai Barnabiti di via Commenda o in Casa generalizia.

Angelo Montonati, Fuoco nella città – Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), San Paolo 2002, pp. 208.
La più recente biografia divulgativa.

Andrea M. Erba – Antonio M. Gentili, Il riformatore– Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), Ancora 2001, pp. 128.
Uno studio breve ma documentato dove, oltre ai tratti biografici, è delineato il suo progetto di riforma nella Chiesa.

Sant’Antonio Maria Zaccaria, Gli Scritti, Edizioni dei Padri Barnabiti 1975, pp. 432.
L’ultima edizione di tutti gli scritti, ovvero Lettere, Sermoni e Costituzioni.

Interroga il tuo cuore – Pensieri di sant’Antonio Maria Zaccaria, Ancora 2001, pp. 80.
Un libretto che contiene brevi estratti dagli scritti.

Su Internet

Sito dell’Archivio Storico
Sito dei Laici di San Paolo, incarnazione moderna dei Maritati

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