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lunedì 18 luglio 2016

Mercy Challenge: il punto della situazione



Mi ero ripromessa di documentare su queste pagine i miei tentativi di vivere un’opera di misericordia spirituale e una spirituale al mese, sulla scorta di quanto papa Francesco aveva suggerito ai giovani per prepararsi alla Giornata Mondiale della Gioventù.
Purtroppo mi sono lasciata vincere dalla pigrizia, sia per quanto riguarda il racconto, sia per la concretizzazione delle opere. Provo quindi a compensare adesso, a una settimana dalla mia partenza per Cracovia.
Opere di misericordia corporali

Finora, come scrivevo, mi è accaduto di vivere solo lopera corporale che invita a vestire gli ignudi. Ho poi inteso, forse in maniera troppo superficiale, la partecipazione a una colletta alimentare in parrocchia come tentativo di dare da mangiare agli affamati.
A maggio, approfittando dell’invito di un cappellano carcerario, sono andata a incontrare qualcuno di quelli che affettuosamente lui chiama «i miei tesorucci». Non era la prima volta, visto che ero stata in quella struttura dopo la Pasqua di tre anni fa; come allora, ero di servizio canoro.
C’è stata però una sostanziale differenza: dopo la Messa, infatti, io e gli altri partecipanti siamo stati divisi in due gruppi, guidati uno dal cappellano, l’altro dal diacono permanente che lo affianca; in ciascuno erano presenti anche alcuni detenuti. Di quelli che ho visto ricordo soprattutto il desiderio di raccontarsi che avevano (soprattutto uno), ma anche la tristezza per avere rapporti troncati con i familiari, in alcuni casi.
Lultimo giorno di febbraio ho visitato un’ammalata, la suora cui avevo dedicato il post su santa Francesca Saverio Cabrini, sua fondatrice. In seguito, incontrando una nostra comune conoscente, ho saputo che era morta proprio un mese dopo il nostro ultimo incontro. Mi ha lasciato un impegno, che ho trascinato tanto che lei, in vita, non ha potuto vederne la realizzazione. Quando avrò il coraggio, entro un anno, lo completerò in sua memoria.
Settimana scorsa, infine, mentre ero alle prese con un colloquio di direzione spirituale, ho notato che il sacerdote che mi guida aveva una tosse un po’ stizzosa. Gli ho chiesto se volesse bere, così gli ho dato la bottiglietta d’acqua che avevo con me, visto che eravamo nell’ufficio parrocchiale. Ovviamente, visto che non avevamo bicchieri, gli ho lasciato il resto dell’acqua e non ho ricomprato una bottiglia per me. Insomma, penso proprio di aver dato da bere a un assetato.

Opere di misericordia spirituali

Eravamo rimasti ai miei tentativi di consolare i miei parenti dalle perdite di due nostri congiunti e d’incoraggiare un amico indeciso fornendogli qualche consiglio. Nel periodo non coperto dalla mia cronaca, sento comunque di aver compiuto altre opere di questo genere.
Gli attentati terroristici di Parigi (ma anche quello di Nizza) sono stati per me un’occasione per pregare sia per i vivi, in particolare per i parenti delle vittime e per chi le ha uccise, sia per i morti.
Più di una volta, invece, mi è accaduto di fornire piccoli insegnamenti di catechesi spicciola a mia madre, o a qualche altro mio conoscente che si consultava con me in quanto più addentro alle questioni religiose. La sfida, in questo caso, è consistita nello spiegare come stessero le cose senza irritarmi.
Mi è successo di arrabbiarmi non poco, invece, quando mi sono incaricata di aiutare due sposi che avevano chiesto al coro della mia parrocchia di cantare per loro: il loro libretto, infatti, era davvero carente, impaginato male e scritto peggio, con un carattere illeggibile. Sbollita la collera, mi sono data a rifarlo daccapo, esponendo alla sposa in un file a parte le mie motivazioni. Il giorno delle nozze, con mio dispiacere, ho riscontrato che il mio tentativo d’insegnare come si svolgesse correttamente il rito era stato completamente disatteso.
Sulla fine dello scorso mese, invece, ho tentato di sopportare un mio vecchio amico, che mi ha vomitato addosso tutta una serie d’insulti rivolti a nostri comuni conoscenti. Mi sono trattenuta finché non l’ha sparata davvero grossa, portandomi sull’orlo delle lacrime e facendomelo superare nel giro di un attimo.
Per essere sincera, quest’ultima opera non capisco proprio a chi faccia del bene, se alla persona che sopporta o al molestatore. Nel primo caso, chi la compie aiuta se stesso, non l’altro; evidentemente, quindi, dev’essere di giovamento alla seconda persona. A parte la mia reazione, causata dal dolore per le notizie che l’amico mi aveva riferito, credo comunque di averlo sostenuto nell’ascoltare le sue esternazioni.

Sfida compiuta?

# MercyChallenge
Opere di misericordia corporale

dare da mangiare agli affamati
x
dare da bere agli assetati
x
vestire gli ignudi
x
accogliere i forestieri

visitare gli ammalati
x
visitare i carcerati
x
seppellire i morti

Opere di misericordia spirituale

consigliare i dubbiosi
x
insegnare agli ignoranti
x
ammonire i peccatori

consolare gli afflitti
x
perdonare le offese

sopportare pazientemente le persone moleste
x
pregare Dio per i vivi e per i morti
x

Sì e no, mi viene da dire. Il Papa suggeriva di compiere due opere per ciascuno dei primi sette mesi del 2016, ma mi mancano ancora quelle di perdonare le offese e di ammonire i peccatori da una parte, di alloggiare i pellegrini e di seppellire i morti dall’altra (a meno che i funerali dei miei parenti non vadano considerati un’applicazione di questa).
è stato comunque un esercizio utile, che mi ha permesso di capire come l’amore di Dio possa incarnarsi anche attraverso di me, così da non essere qualcosa di teorico, ma vicino, vivo e attivo. Perché fosse stata una vera challenge, forse avrei dovuto sfidare a mia volta uno dei miei amici e invitarlo a scegliere un’opera da compiere. Potrebbe essere una buona idea per il dopo-Cracovia, no?
 

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