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venerdì 21 ottobre 2016

Curare l’umanità ferita – La missione di Annalena Tonelli (Cammini di santità #5)

Fonte
Non potevo trovare occasione migliore della Giornata Missionaria Mondiale, che cade domenica prossima, per riproporre su queste pagine l’articolo che mi è stato commissionato per il numero di ottobre della rivista Sacro Cuore dei Salesiani di Bologna.
Conoscevo di fama Annalena Tonelli e la sua morte – che in molti chiamano martirio – avvenuta mentre curava gli ammalati in Somalia, ma non avevo mai approfondito la storia che precedeva la sua vocazione missionaria. È stata proprio un’occasione positiva, ma rimando ad altri momenti, se ci saranno, il racconto del legame che sento di avere con lei.
Ecco quindi l’articolo; stavolta, titolo e sottotitoli sono proprio quelli scelti da me.

* * *
È il 1° dicembre 2001. L’Aula Nervi, in Vaticano, ospita un convegno indetto dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute. Tra i partecipanti c’è una donna, con una tunica che le copre l’esile figura. Quando è il suo turno di parlare, si presenta: «Mi chiamo Annalena Tonelli. Sono nata in Italia, a Forlì, il 2 aprile 1943». Ma non è di sé che intende riferire, quanto del profondo motivo che ha animato ogni sua azione: «Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Cristo e i poveri in Cristo».

Missionaria con gioia

Anche se sta parlando a un uditorio composto da operatori sanitari, Annalena non è un medico: ha studiato al liceo classico e, dopo un anno di stage a Boston in America, si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Bologna. Dotata di un carattere allegro ed espansivo, ha anche un altro dono: riesce ad aggregare le persone per creare iniziative di bene. Si fa promotrice, tra l’altro, del “Comitato contro la fame nel mondo”, uno tra i primi in Italia a rendere consapevoli specialmente i giovani su quel problema.
Si laurea nel 1968, ma ha un sogno in cuore: l’India, che desidera raggiungere dopo essersi appassionata alla lettura dei libri di Gandhi. I familiari non vogliono che parta né per l’India né per altri Paesi, ma lei decide di cogliere la prima occasione possibile. Così, indirizzata da un’amica, decide di andare a Nairobi, capitale del Kenya.
Riceve l’incarico d’insegnare l’inglese nelle scuole dei Missionari della Consolata e, intanto, si mantiene lavorando come ragazza alla pari. È convinta che la sua strada passi da lì, come racconta a un amico sacerdote, don Adriano Raineri, in una lettera del 24 agosto 1969: «Sono certa che alla fine scoprirò che anche la vita qui è grazia, perché tutto è grazia, se io dovunque mi trovo, vivo semplice, nello sforzo umile ma potente e continuamente rinnovato di imitare il Cristo».

Il Vangelo con la vita, anche tra i contrasti

Nel 1970 passa a insegnare nella scuola governativa di Wajir, nel nord-est del Kenya. Raggiunta da Maria Teresa Battistini e da altre missionarie laiche, dà vita a una piccola comunità. Unica regola: «Gridare il Vangelo con la vita», secondo gli insegnamenti di un altro dei suoi maestri spirituali, Charles de Foucauld, oggi Beato.
In un paese esclusivamente musulmano, la loro presenza è non poco ostacolata: spesso Annalena è raggiunta dalle pietre lanciate dai bambini del luogo, che l’apostrofano come “pagana”. Un’altra volta viene aggredita e picchiata, ma resiste. Con gli aiuti che arrivano da Forlì, porta avanti un orfanotrofio, poi inizia ad occuparsi dei malati di tubercolosi, sviluppando perfino un nuovo sistema di cura. Tuttavia, per aver denunciato il massacro avvenuto il 10 febbraio 1984 all’aeroporto di Wagalla, viene espulsa dal Paese come “persona non gradita”; la comunità di laiche missionarie si disperde.
Si ferma per un po’ in Italia per curare suo padre in fin di vita, poi riparte. Destinazione: la Somalia, dove di lì a poco scoppia la guerra civile. «Il cuore è sgomento», scrive a suor Laurentia, Missionaria della Consolata, «il mio essere tutto come accartocciato, stretta in una morsa che non concede respiro eccetto che nei rari momenti in cui mi immergo beata nel sorriso di un bimbo, negli occhi buoni e mansueti di un adulto […], nel sorriso timido di un piccino tubercoloso che già torna alla vita».

Tra eremo e missione

Annalena sa quale sia la radice di quest’attività, a volte logorante: la preghiera contemplativa, la meditazione, l’adorazione eucaristica... quando possibile. Nei suoi ritorni in Italia frequenta l’eremo di Cerbaiolo, tra Toscana e Romagna, o quello di Spello, o ancora a Campello sul Clitunno. Sente costantemente la tensione verso una vita più ritirata, ma il pensiero dei suoi somali la spinge a tornare da loro.
Fonda un ospedale a Merka, che dall’agosto 1994 passa alla Caritas Italiana. Due anni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità le affida un progetto a Borama: lì organizza scuole, ma inizia anche a lottare contro le mutilazioni genitali femminili, sostenuta da alcune donne, ma anche da qualche capo religioso musulmano. Gli altri continuano a guardarla con sospetto, mentre le minacce continuano.

Il martirio in preventivo

Col tempo, Annalena ha imparato a tenere in conto la prospettiva di una morte violenta. Ne sono prova alcune sue parole in un’altra lettera: «La mia morte, la mia malattia, il mio dolore non sono assolutamente diversi dalla morte, dalla malattia, dal dolore di uno di questi adulti e dei bambini che muoiono sotto i nostri occhi ogni giorno, sul gradino di casa nostra. […] Potessi io vivere e morire d’amore. Mi sarà dato?».
Questo suo desiderio si è concretizzato domenica 5 ottobre 2003, verso sera. Gli infermieri che l’accompagnano, durante l’ultima visita della giornata agli ammalati dell’ospedale di Borama, sentono uno sparo: lei è a terra, riversa nel suo sangue. I tentativi per salvarla non servono a nulla: muore alle 21.15. Ha 60 anni, vissuti per quelli che chiamava “brandelli di umanità ferita”.

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore» 6 (ottobre 2016), pp. 16-17 (sfogliabile qui

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