Don Antonio Spalatro: il lavoro interiore del piccolo curato di Vieste
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Chi è?
Antonio Spalatro (all’anagrafe, Domenicantonio, come il nonno paterno; il cognome si pronuncia con la prima “a” accentata) nacque a mezzogiorno del 2 febbraio 1926 a Vieste, in provincia di Foggia e oggi in diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, terzogenito di Michele Spalatro e Domenica Demaria. La sua famiglia non era particolarmente ricca, ma lo sostenne nelle sue decisioni.
Da poco
terminate le scuole elementari nella sua città, entrò nell’aprile 1937 nel
Seminario Arcivescovile di Manfredonia, anche per seguire le orme di don
Salvatore Latorre, suo maestro spirituale. Proseguì la formazione nel Seminario
Regionale di Benevento, per gli anni degli studi filosofici e teologici.
Fu
ordinato sacerdote il 15 agosto 1949 nella cattedrale di Vieste. La sua prima
nomina arrivò dopo oltre un anno dall’ordinazione, il 26 novembre 1950: fu
quindi incaricato di essere sostituto parroco della parrocchia del Santissimo
Sacramento di Vieste, di recente fondazione. Il 10 agosto 1951 fu nominato vicario-economo della stessa parrocchia.
Don
Antonio si gettò immediatamente nell’impegno pastorale, a discapito della sua
fragile salute. Organizzò associazioni e gruppi nella parrocchia, per
rivitalizzare un territorio impoverito dopo la conclusione della seconda guerra
mondiale. Affrontò crisi personali e incomprensioni anche con i confratelli,
ricorrendo all’aiuto divino e intensificando la sua preghiera.
Una
malattia devastante, contro la quale le cure non poterono nulla, cominciò a
manifestarsi negli ultimi mesi del 1953; fu poi diagnosticata come infezione
cronica dell’epididimo metastatizzata agli organi genitourinari fino al rene
destro. Don Antonio morì il 27 agosto 1954, nella sua casa di Vieste, tra le
braccia dell’amico e confratello don Mario dell’Erba, mentre recitava le
litanie della Madonna; aveva ventott’anni.
L’inchiesta
diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione si svolse nella
diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo dal 19 gennaio 2015 al 14
settembre 2019, ma la Congregazione delle Cause dei Santi chiese, il 18 maggio
2020, un’inchiesta suppletiva, conclusa il 12 dicembre 2020. Il 10 febbraio
2021 la Congregazione delle Cause dei Santi emise il decreto di validità
giuridica.
I resti
mortali di don Antonio riposano dal 27 febbraio 2013 nella concattedrale di Santa Maria
Assunta a Vieste, precisamente nella cappella del Rosario.
Cosa
c’entra con me?
Ieri avevo tutt’altri piani, anzi, non pensavo proprio di scrivere. Una notizia, che immagino tutti abbiate letto, mi ha gettata in una profonda prostrazione, togliendomi la voglia di fare alcunché, a causa del legame che sento di avere col protagonista di quella faccenda, tanto più che ho fatto più volte cenno a lui qui sul blog. O meglio, avevo pensato a un editoriale o a un commento da pubblicare qui, ma poi ho pensato che quella storia non meritasse ulteriore spazio nell’informazione ecclesiale.
Per non
sprecare la giornata, stavo riprendendo e aggiornando la mia lista di articoli
pubblicati su Avvenire, mentre seguivo la puntata di ieri di Verso
gli altari su Padre Pio TV. Ho messo quel canale in leggero ritardo
sull’inizio del programma, così non mi sono accorta subito che si parlava di
una storia che già conoscevo, ovvero quella di don Antonio. Mi domandavo perché
proprio lui, ma poco dopo ho appreso che ieri ricorrevano i cent’anni esatti
dalla nascita.
Non
vorrei sbagliarmi, ma il mio primo contatto con lui è avvenuto guardando gli
ultimi inserimenti della Lista dei Siti Cattolici Italiani, più di
sedici anni fa. Mi aveva colpito quel poco che diceva al tempo il sito, circa
il suo desiderio di santificarsi e di portare a Dio il prossimo, insieme al suo
viso giovanile, che mi ricordava tanto quello di un prete arrivato da qualche
tempo nella mia parrocchia.
Il 15
giugno 2010 ho scritto all’indirizzo riportato sul sito, chiedendo un po’ di
materiale per far conoscere don Antonio ad altre persone: il suo Diario, i
santini (compresi quelli con le note biografiche) e magari una reliquia ex
indumentis, che pensavo di regalare al prete di cui dicevo sopra.
La
busta da Vieste mi è stata spedita il 7 settembre 2010: conteneva quello che
avevo chiesto, ma non la reliquia. Nella lettera che era acclusa al materiale,
datata 5 settembre, don Tonino Balbi (ovvero uno dei vicepostulatori) mi
rispondeva che non era possibile inviarmela, essenzialmente perché don Antonio
è morto giovanissimo e poverissimo; in più, quel poco che era rimasto non
poteva essere distribuito.
Non
ricordo le impressioni immediate che avevo avuto leggendo il piccolo libro
compreso nel pacco, ma avevo sicuramente avvertito la stessa sensazione che mi
aveva colta accostandomi agli scritti di altri seminaristi e giovani sacerdoti,
alle cui storie mi andavo appassionando proprio in quel periodo, con un
interesse da cui tanti hanno provato, riuscendoci solo in parte – altrimenti
non starei qui a scrivere di questo caso in particolare – a distogliermi.
Allo
stesso tempo, sentivo di pensare che non tutti i preti erano come quelli di
cui, proprio in quell’Anno Sacerdotale, erano emerse le bassezze, le
nefandezze, gli abusi. O meglio, mi sforzavo di crederci, cercando storie ed
esempi che mi dimostrassero il contrario.
Nel
2014 ho visto l’uscita di un nuovo libretto su don Antonio. Non ho tardato a
procurarmelo, così da essere aiutata a riflettere sugli aspetti della sua vita
che già conoscevo e su quelli che invece mi erano sfuggiti. Di fatto, la sua
causa in fase diocesana si era fermata alle fasi preliminari: come ho scritto
sopra, la prima sessione dell’inchiesta diocesana si è svolta il 19 gennaio
2025.
Non
ricordo più dove, ma ho poi trovato un testo che riproduceva alcuni scritti
autografi di don Antonio. Anche quello mi è stato molto utile, se non per
decifrare il suo carattere attraverso il modo in cui scriveva, perché
riproduceva documenti a cui non avevo sicuramente accesso.
Dopo il
mio approdo su Instagram, ho incrociato il profilo dedicato alla causa di don
Antonio. Ho deciso subito di seguirlo, così da essere aggiornata sulle tappe
future. Ho quindi ritrovato i suoi desideri, i suoi impegni, le preghiere
accorate che tanto mi avevano commosso.
Allo
stesso tempo, ha iniziato a insinuarsi un pensiero negativo, ossia che tutto
quello che lui aveva scritto fosse un esercizio di stile e che non lo pensasse veramente.
Ho rinnovato il mio atto di fiducia in lui ma anche in quelli che, dopo settant’anni,
continuavano a reputarlo esemplare. Anzi, mi sono dispiaciuta di non aver
rispettato proprio il settantesimo della morte.
Quindi,
dopo che la trasmissione è finita, ho cercato la busta coi santini – ne ho
ancora parecchi: dovrò distribuirli tenendone solo un paio, oppure potrebbe
accadermi, come altre volte, di ritrovarmi con delle monete fuori corso! –
insieme alla lettera, da cui ho evinto i dati che ho riportato.
Ho
riletto anche il piccolo libro che avevo comprato, ritrovandomi a riflettere
sugli aspetti più faticosi della sua storia. Per primo, la sofferenza per
essere considerato un “bambino” dai compagni e dai superiori in Seminario:
cercava però di correggersi dagli atteggiamenti che lo facevano sembrare tale.
Quindi
la frustrazione per l’anno di attesa, superata con tante piccole esperienze e iniziative, fino all’inizio del ministero vero
e proprio. Da sostituto parroco e poi da economo ha messo in piedi tanto: seguiva i chierichetti
e i pueri chorales, curava le celebrazioni e le processioni, promuoveva
l’Azione Cattolica, ha avviato una peregrinatio Mariae per sottolineare
che la Madonna doveva essere la Regina della parrocchia.
Insomma,
aveva realizzato il sogno di cui aveva parlato col Rettore del Seminario
Regionale di Benevento il 5 maggio 1948, dopo una chiamata improvvisa nel suo
studio: vivere il suo sacerdozio avendo un campanile e un oratorio. Nel Diario,
a più riprese, sottolinea però di non curare abbastanza quella che un tempo si
chiamava vita interiore.
Per
questa ragione si affidava agli esempi dei Santi e dei Testimoni, come faccio
io. Mi ero proprio dimenticata d’inserirlo nella lista dei candidati agli
altari che hanno seguito la via della fiducia in Dio indicata da santa Teresa
di Gesù Bambino. Inoltre, nella nota del Diario in cui raccontava l’udienza col
Rettore, afferma di aver taciuto un altro sogno, forse perché gli sembrava
irrealizzabile: essere un Curato d’Ars in miniatura.
Il suo
modello sacerdotale fondamentale, insieme appunto al Curato d’Ars ossia san
Giovanni Maria Vianney, era però don Edward Poppe, molto poco noto attualmente
alle nostre latitudini, beatificato nel 1999: lo cita dodici volte nel Diario e
si rifà anche al suo “metodo educativo eucaristico”, come dimostrano gli
appunti per le Ore Sante e per i ritiri predicati ai bambini della Prima
Comunione.
Appaiono
simili anche i loro percorsi sacerdotali: don Edward fu viceparroco in un
quartiere operaio di Gand, lui, invece, sostituto parroco nella Vieste del
dopoguerra, dove la gente non era sempre incline ad accogliere l’insegnamento
della Chiesa. Sarebbe interessante approfondire questo legame e come don
Antonio arrivò ad avere in mano i suoi scritti, anche se immagino che sia
avvenuto negli anni del Seminario.
Nell’intervento
televisivo di ieri, ho appreso il fitto programma di eventi per il centenario
della nascita, che proseguono oggi secondo questo calendario. Il momento finale sarà l’inaugurazione del museo rinnovato, con paramenti e altri
oggetti di don Antonio. Suppongo allora che non esistano reliquie ex
indumentis perché gli abiti rimasti sono conservati lì.
Quanto
alla fama di santità, a giudicare dalla piccola raccolta pubblicata lo scorso 31 gennaio sul sito
della diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, con firme di gente
proveniente perfino da Brescia, direi che è viva e attiva.
Riprendo
allora la puntata di Verso gli altari di ieri, con l’intervento di don
Tonino Balbi, perché, forse non a caso, i curatori del programma hanno
affiancato alla sua storia quella del Venerabile Gaspare Goggi, di cui ho parlato a
ridosso del decreto sulle virtù eroiche.
Entrambi
furono preti giovani e con grandi carichi di responsabilità, segnati da limiti
fisici: nel caso di don Gaspare, l’anemia perniciosa che lo portò alla
depressione, per don Antonio le febbri reumatiche di cui ha iniziato a soffrire
da ragazzo al Seminario Minore, fino all’infezione cronica che l’ha condotto
alla morte. In tutti e due, però, ho ravvisato l’onestà di sapersi guardare
dentro e di chiedere aiuto ad amici e confidenti (san Luigi Orione per don
Gaspare, don Mario dell’Erba per don Antonio), così da essere aiutati nelle
difficoltà del ministero.
Cosa
c’entra con san Francesco d’Assisi?
Pensavo che don Antonio non avesse molti legami con san Francesco, ma un’occhiata al Diario, agevolata dalla ricerca per parola nel file digitale, mi ha invece svelato che lo considerava molto vicino a sé.
Fa
espressamente riferimento a lui quando chiede, il 31 marzo 1947, di essere
dimenticato da tutti, invece di dispiacersi di non avere cariche in Seminario e
di essere poco stimato, o forse incompreso, dai compagni. Pensando a san
Francesco, capiva che anche lui voleva essere calpestato da tutti, ma non per
provare dolore, bensì per arrivare alla “perfetta letizia”.
Gli
rassomiglia anche per l’amore alla povertà, praticata fino a litigare a volte
con sua madre – come spesso accade anche oggi al Sud, don Antonio non viveva in
una canonica o in una fraternità presbiterale, ma in famiglia – perché regalava
biancheria o altri capi di abbigliamento.
Il
suo Vangelo
Ho riconosciuto come una combinazione della Provvidenza il fatto che proprio ieri mi sia stato ripresentato il suo esempio.
In don
Antonio, infatti, ho ravvisato un seminarista, e poi un giovane prete, di
quelli che piacciono a me: in sostanza, quelli che lavorano su sé stessi, che
sanno essere affabili e seri al tempo stesso, che curano la liturgia ma
soccorrono prontamente i poveri e che si tengono a debita distanza da donne,
bambini e giovani, pur avviandoli sulle vie del bene.
Il
sacerdozio di Cristo è però unico, anche se declinato a seconda delle
personalità e delle contingenze storiche. Don Antonio lo sapeva bene: per
questo, anche se si riconosceva difettoso e pieno di aspetti da cambiare,
invocava da Dio il modo per diventare più simile a come Lui voleva.
Sapeva che il popolo chiede molto dai suoi preti e li vorrebbe perfetti, modelli irreprensibili del gregge, spesso ignorando le preoccupazioni e le lotte che li abitano. Proprio per la sua gente, anche per quella che non lo capiva, voleva essere un prete santo, sfruttando ogni mezzo a sua disposizione, così da realizzare quanto scriveva nel Diario il 10 agosto 1947, durante una riflessione sul peccato dell’egoismo:
È evidente quindi che il prete per definizione deve essere l’uomo dal cuore immenso, sfondato dalla carità che supera ogni piccolezza umana, ogni umano risentimento, ogni grettezza.
In
attesa che l’autorità della Chiesa si pronunci ufficialmente sull’effettiva
esemplarità di don Antonio, so di non essere da sola a sperare che ogni prete,
specie quelli con cui ho più a che fare o con i quali ho incrociato il mio
cammino, possa seguire la via che lui ha indicato alla gente della sua
parrocchia.
Per
saperne di più
Valentino Salvoldi, Servo di Dio Don Antonio Spalatro – “Se il chicco di frumento non marcisce…”, Velar – Elledici 2014, pp. 48, € 3,50.
Una
riflessione teologica a partire dai dati essenziali della sua vita.
Lucia Benedos, C’era un ragazzo prete – Biografia grafologica di don Antonio Spalatro, Velar 2016, pp. 224, € 15,00.
Anche
se la grafologia non è universalmente riconosciuta come una scienza esatta,
questo volume ha il merito di riprodurre fotograficamente molti estratti dagli scritti autografi
di don Antonio.
Stefania Perna, Con tutto l’amore possibile – il desiderio senza tempo di don Antonio Spalatro, Effatà Editrice 2017, pp. 126, € 10,00.
Una
riflessione sul desiderio di santificarsi e di rendere santi gli altri, che ha
costantemente accompagnato don Antonio.
Giorgio Trotta, Don Antonio Spalatro – Una vita per la santità, Effatà Editrice 2018, pp. 378, € 19,00.
Una
biografia più completa, scritta dal sacerdote che pubblicò di sua iniziativa il
Diario di don Antonio e fu successivamente uno dei suoi vicepostulatori.
Non è
disponibile nel circuito librario, ma attraverso il servizio print on demand
sul sito dell’editore.
Don Giorgio Trotta (a cura di), Il seme caduto in terra – Diario spirituale e cronistoria della parrocchia SS. Sacramento, 2020, pp. 190.
L’ultima
edizione del diario di don Antonio, il quale aveva anche iniziato la
cronistoria della parrocchia, è disponibile sul suo sito ufficiale in formato PDF.
Su
Internet
Sito ufficiale della sua causa


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