CineTestimoniando #15: «Los Domingos»
Ultimamente ho
sentito molto parlare del film Los Domingos, campione d’incassi in
Spagna, capace di suscitare un vivace dibattito tra credenti e non credenti,
ancora forte in un Paese che non smette di fare i conti con la memoria di molti
martiri riconosciuti e che si appresta a ricevere la visita di papa Leone XIV
il prossimo giugno.
Convinta da
quelle considerazioni positive, nonché stimolata dall’interesse di alcuni miei
comparrocchiani, sono andata a vederlo giovedì 16 aprile, in una proiezione del
ciclo MetaCinema organizzata da Acec – Sale della Comunità nella Sala
Gregorianum di Milano: sono intervenuti l’attore Miguel Garcés, in
videocollegamento contemporaneo con ventitrè Sale della Comunità e, in
presenza, il presidente di Acec don Gianluca Bernardini e l’arcivescovo di
Milano monsignor Mario Delpini. Ecco quindi le mie riflessioni, giusto per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.
La trama in
breve
Ainara Alzaga (Blanca Soroa) è una diciassettenne che frequenta l’ultimo anno delle superiori in una scuola cattolica di Bilbao, in Spagna. Durante un ritiro spirituale con la sua classe, inizia a conoscere le monache che ospitano lei e i compagni, legandosi soprattutto alla priora, madre Isabel (Nagore Aranburu).
Alcuni giorni
dopo il ritiro, chiede il permesso a suo padre Iñaki (Miguel Garcés), vedovo,
di tornare nel convento per due settimane, nel tempo che i suoi compagni
trascorreranno in vacanza-studio. Durante una conversazione con la zia, sorella
del padre, Maite Alzaga Freire (Patricia López Arnaiz), la ragazza svela le sue
reali intenzioni: sta vivendo un discernimento vocazionale e vuole verificare
più direttamente se la vita monastica fa per lei.
La sua scelta
viene presto svelata, ma non da lei direttamente, agli altri membri della
famiglia: la nonna María Dolores Freire, detta Lila (Mabel Rivera), Pablo
Bustos, il compagno della zia (Juan Minujín), Estíbaliz, la nuova compagna del
padre (Leire Zuazua) e le due sorelline Nerea (Irina Robledo Espinosa) ed Eider
(Nora Careaga Iglesias).
La zia, atea
convinta, è decisa a fare in modo che la ragazza viva esperienze più adatte
alla sua età, sostenuta in questo dalla migliore amica della nipote, Izaskun
(María Rodríguez Maribona Delgado), mentre il padre la lascia scegliere, perché
più preoccupato del ristorante che gestisce, oberato dai debiti.
Considerazioni
di stile
| La famiglia della protagonista a tavola (il padre è in piedi) (fonte) |
Rispetto alla
maggior parte delle produzioni che ho trattato in questa rubrica, questa è una
realizzazione curata da professionisti in tutti i campi, dalla regia alla
sceneggiatura, dalla colonna sonora alla scelta del cast. L’interpretazione di
ciascun attore non è quasi mai esagerata, anzi, sorprende per i toni messi in
campo, misurati quasi fino alla risoluzione finale della vicenda.
Tutta la vicenda
parte dall’attrazione di Ainara per la vita contemplativa: ogni componente
della famiglia ha il suo momento di confronto con lei. Si passa dalla scoperta
da parte della zia all’indifferenza del padre, alla strampalata supplica di
Pablo (uno dei pochi momenti divertenti del film) alla commozione della nonna;
le sorelline, invece, sembrano capirci poco.
Le sequenze
domestiche, prevalentemente dei pranzi familiari evocati dal titolo originale e
chiariti nella locandina italiana (Le domeniche in famiglia non saranno più le stesse), sono sottolineate da inquadrature più strette, quasi a mezzo
busto. Al contrario, le scene ambientate nel convento e nei suoi dintorni
appaiono più ariose, soprattutto quelle in esterna.
Un discorso
particolare merita il comparto sonoro, non solo perché l’attrice protagonista
canta in un coro anche nella vita reale. La musica di sottofondo è assente: gli
inserimenti sonori sono invece caratterizzati dalla canzone d’apertura, dal
breve motivetto accennato sul pullman dall’amica di Ainara, ma soprattutto dai
canti durante la preghiera liturgica delle monache, con un anticipo durante la
scena della Prima Comunione.
Un discorso a parte meritano i brani eseguiti dal coro: l’Ave Verum corpus di Mozart, sovrapposto a una scena in cui Ainara è con altri giovani in discoteca, ma si sente come estranea a quel contesto, e Into my arms di Nick Cave, una singolare professione di fede favorita dall’incontro con l’altro, che per la protagonista segna una prima prova nella sua vocazione ancora in boccio. Per chi fosse interessato, in questa playlist sono presenti i brani musicali del film.
Considerazioni
di fede
ATTENZIONE: da
qui in poi le anticipazioni sono quasi d’obbligo, anche se avrei preferito
evitarle
![]() |
| Ainara e padre Txema (no, l'Inutile Filarino Amoroso non è con lui) (fonte) |
Concordo con
quanti hanno riconosciuto in questo film un sostanziale rispetto delle realtà e
degli argomenti di fede, anche se la regista non si dichiara credente. Non ci
sono raffigurazioni caricaturali della Chiesa né dei suoi esponenti, anche se
quella del direttore spirituale della protagonista, padre Txema (Víctor Sainz),
il quale preferisce definirsi «compagno di viaggio» del suo discernimento, è
quasi al limite, perché è un prete giovane e belloccio con un clergyman abbottonatissimo,
e la sottopone a prove di fiducia molto singolari (nulla di osceno, beninteso)
all’interno del gruppo di catechesi giovanile che lei frequenta.
Perfino tra le
monache non ci sono i classici stereotipi del genere, come la superiora acida e
rigida, la consorella invidiosa e così via. Forse risulta leggermente comica la
figura della monaca anziana, ma non è mai una macchietta.
Non viene
specificato a quale ordine appartengano queste religiose, che sono chiamate con
un nome quasi popolare, Betinas: come fa notare questo critico spagnolo, sembra un gioco di
parole tra “benedettine” (nel dialogo tra il padre, la zia e due monache è evocato l’ora et labora di san Benedetto da
Norcia) e “beghine”, ovvero le proto-consacrate secolari delle Fiandre
medievali.
La preghiera
monastica mi sembra riprodotta con cura, anche se nel doppiaggio italiano c’è
qualche leggerissima svista, forse per ragioni di labiale. Ho invece notato uno
svarione liturgico nella celebrazione della Prima Comunione: una bambina recita
un discorso di ringraziamento ai genitori, a cui segue immediatamente lo
scambio della pace. Sarebbe forse stato più adatto collocarlo come discorso
finale prima della benedizione, o al posto della preghiera dei fedeli (che però,
come insegnano i liturgisti esperti, sarebbe bene non affidare ai comunicandi,
per evitare di caricarli di ulteriori pressioni)
Non ho invece
apprezzato per nulla l’inserzione del personaggio di Mikel (Guillermo Zani), il
compagno di coro per il quale Ainara sembra provare qualcosa. Avrebbe potuto
restare evocato e basta, invece assume qualche minimo contorno: a mio parere,
esiste solo per rappresentare la prima crisi nel suo percorso. Infatti, invece
di prenderlo a schiaffi e di gridargli: «Lasciami stare, sono del Signore!», la
ragazza ricambia il suo bacio, anzi, è sul punto di andare ancora più a fondo,
se non fosse sorpresa dalle sorelline e dalla compagna del padre.
In sostanza, questo
ragazzo incarna pienamente le teorie di zia Maite, per la quale la nipote non
deve prendere subito la via del convento, ma fare esperienze della vita prima
di compiere una scelta tanto drastica. Personalmente, non sono molto d’accordo:
collezionare esperienze su esperienze può ritardare la decisione per la vita
consacrata o per il matrimonio, col risultato di finire come un anziano prete
mi aveva ricordato, ossia diventare un osso spezzato nel Corpo Mistico della
Chiesa.
![]() |
| Il faccia a faccia tra padre, zia e monache (fonte) |
Il discernimento intensivo mi sembra descritto molto bene, tra tempi di preghiera e di lavoro e il confronto sia con le monache (madre Isabel, giustamente, si arrabbia perché non ha saputo da lei dell’approccio di Mikel, ma dalla zia, la quale però ha calcato la mano nel descriverlo), sia con un’altra postulante.
In tutta sincerità, però, trovo che le battute messe in bocca ai personaggi più marcatamente credenti suonino come prese da un libro stampato, non recitate con convinzione: è un rischio che succede spesso, in storie dove la fede è in primo piano. Vale anche per alcune frasi di Ainara medesima: «È Gesù che accende i desideri nei cuori della gente […]. L’unica cosa che faccio ora è lasciarmi guardare», oppure: «Mi sento amata da Lui: è un amore così bello che è facile arrendersi».
A proposito di
parole prese dai libri, il momento decisivo per la giovane protagonista avviene
dopo il funerale di nonna Lila, quando, nella chiesa semivuota, recita per due
volte di fila le parole della Preghiera d’abbandono di san Charles de
Foucauld (anche questa non segue pari pari la traduzione italiana più diffusa),
ma poi ripete tre volte il finale, «Perché sei mio Padre», fino a esplodere,
tra i singhiozzi, in una preghiera più personale e veramente accorata.
Sempre a
proposito di storie vocazionali, quando le vedo al cinema o in qualche opera di
finzione, tendo a domandarmi se sia più giusto, per le ragioni della trama, che
il o la protagonista perseveri o che lasci perdere. Nella vita reale, invece, a
causa di troppe storie andate a finire male, sto diventando cinica: leggo la
gioia nelle parole e nei volti di questi più o meno giovani, ma poi penso che
lasceranno quel cammino nel giro di poco tempo, oppure che quelle testimonianze
finiranno presto nei loro necrologi.
Di conseguenza,
anche quando, nel finale, Ainara prende il velo da novizia - dev’essere passato
circa un anno, perché Estíbaliz è in prima fila con un neonato in braccio – mi
è venuto spontaneo domandarmi se persevererà o se non avrà invece ragione la
zia, assente al rito perché impegnata a firmare l’atto notarile con cui
disereda lei e suo padre.
Segnalo poi la
menzione della medaglietta della Madonna, regalo della madre di Ainara, morta
quando lei era bambina. Dato che, nelle scene domestiche, quel piccolo segno è
al centro di almeno una conversazione, pensavo che avrebbe avuto un ruolo
importante nella trama, ma viene lasciato cadere. Forse questa è anche una
considerazione di stile, a ben vedere.
Consigliato a...
Il pubblico a cui si rivolge questo film è decisamente trasversale: i credenti ci trovano le proprie ragioni, i non credenti le loro.
Ha l’indubbio merito di presentare una storia di vocazione con tutte le
sue luci e le sue ombre: come ha ricordato monsignor Delpini nel dibattito
finale dopo la proiezione a cui ho partecipato, però, la vocazione è un tema
tanto delicato quanto personale, per cui un’opera di finzione va incontro a
semplificazioni pressoché inevitabili.
Valutazione
finale
La realizzazione
generale è ottima, gli aspetti di fede sono trattati quasi senza prese in giro
o luoghi comuni, ma l’inserzione dell’esperienza amorosa mi pare forzata, oltre
ad allungare il minutaggio del film.




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