CineTestimoniando #15: «Los Domingos»


Spagna 2025, Alauda Ruiz de Azúa, Buenapinta Media, Colosé Producciones, Sayaka Producciones, Encanta Films, Think Studio, Los desencuentros película AIE, Movistar Plus+, 1h55’.

 

Ultimamente ho sentito molto parlare del film Los Domingos, campione d’incassi in Spagna, capace di suscitare un vivace dibattito tra credenti e non credenti, ancora forte in un Paese che non smette di fare i conti con la memoria di molti martiri riconosciuti e che si appresta a ricevere la visita di papa Leone XIV il prossimo giugno.

Convinta da quelle considerazioni positive, nonché stimolata dall’interesse di alcuni miei comparrocchiani, sono andata a vederlo giovedì 16 aprile, in una proiezione del ciclo MetaCinema organizzata da Acec – Sale della Comunità nella Sala Gregorianum di Milano: sono intervenuti l’attore Miguel Garcés, in videocollegamento contemporaneo con ventitrè Sale della Comunità e, in presenza, il presidente di Acec don Gianluca Bernardini e l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini. Ecco quindi le mie riflessioni, giusto per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

 

La trama in breve

Ainara Alzaga (Blanca Soroa) è una diciassettenne che frequenta l’ultimo anno delle superiori in una scuola cattolica di Bilbao, in Spagna. Durante un ritiro spirituale con la sua classe, inizia a conoscere le monache che ospitano lei e i compagni, legandosi soprattutto alla priora, madre Isabel (Nagore Aranburu).

Alcuni giorni dopo il ritiro, chiede il permesso a suo padre Iñaki (Miguel Garcés), vedovo, di tornare nel convento per due settimane, nel tempo che i suoi compagni trascorreranno in vacanza-studio. Durante una conversazione con la zia, sorella del padre, Maite Alzaga Freire (Patricia López Arnaiz), la ragazza svela le sue reali intenzioni: sta vivendo un discernimento vocazionale e vuole verificare più direttamente se la vita monastica fa per lei.

La sua scelta viene presto svelata, ma non da lei direttamente, agli altri membri della famiglia: la nonna María Dolores Freire, detta Lila (Mabel Rivera), Pablo Bustos, il compagno della zia (Juan Minujín), Estíbaliz, la nuova compagna del padre (Leire Zuazua) e le due sorelline Nerea (Irina Robledo Espinosa) ed Eider (Nora Careaga Iglesias).

La zia, atea convinta, è decisa a fare in modo che la ragazza viva esperienze più adatte alla sua età, sostenuta in questo dalla migliore amica della nipote, Izaskun (María Rodríguez Maribona Delgado), mentre il padre la lascia scegliere, perché più preoccupato del ristorante che gestisce, oberato dai debiti.

 

Considerazioni di stile

 

La famiglia della protagonista a tavola (il padre è in piedi) (fonte)

Rispetto alla maggior parte delle produzioni che ho trattato in questa rubrica, questa è una realizzazione curata da professionisti in tutti i campi, dalla regia alla sceneggiatura, dalla colonna sonora alla scelta del cast. L’interpretazione di ciascun attore non è quasi mai esagerata, anzi, sorprende per i toni messi in campo, misurati quasi fino alla risoluzione finale della vicenda.

Tutta la vicenda parte dall’attrazione di Ainara per la vita contemplativa: ogni componente della famiglia ha il suo momento di confronto con lei. Si passa dalla scoperta da parte della zia all’indifferenza del padre, alla strampalata supplica di Pablo (uno dei pochi momenti divertenti del film) alla commozione della nonna; le sorelline, invece, sembrano capirci poco.

Le sequenze domestiche, prevalentemente dei pranzi familiari evocati dal titolo originale e chiariti nella locandina italiana (Le domeniche in famiglia non saranno più le stesse), sono sottolineate da inquadrature più strette, quasi a mezzo busto. Al contrario, le scene ambientate nel convento e nei suoi dintorni appaiono più ariose, soprattutto quelle in esterna.

Un discorso particolare merita il comparto sonoro, non solo perché l’attrice protagonista canta in un coro anche nella vita reale. La musica di sottofondo è assente: gli inserimenti sonori sono invece caratterizzati dalla canzone d’apertura, dal breve motivetto accennato sul pullman dall’amica di Ainara, ma soprattutto dai canti durante la preghiera liturgica delle monache, con un anticipo durante la scena della Prima Comunione.

Un discorso a parte meritano i brani eseguiti dal coro: l’Ave Verum corpus di Mozart, sovrapposto a una scena in cui Ainara è con altri giovani in discoteca, ma si sente come estranea a quel contesto, e Into my arms di Nick Cave, una singolare professione di fede favorita dall’incontro con l’altro, che per la protagonista segna una prima prova nella sua vocazione ancora in boccio. Per chi fosse interessato, in questa playlist sono presenti i brani musicali del film.


Considerazioni di fede

ATTENZIONE: da qui in poi le anticipazioni sono quasi d’obbligo, anche se avrei preferito evitarle


Ainara e padre Txema (no, l'Inutile Filarino Amoroso non è con lui) (fonte)


Concordo con quanti hanno riconosciuto in questo film un sostanziale rispetto delle realtà e degli argomenti di fede, anche se la regista non si dichiara credente. Non ci sono raffigurazioni caricaturali della Chiesa né dei suoi esponenti, anche se quella del direttore spirituale della protagonista, padre Txema (Víctor Sainz), il quale preferisce definirsi «compagno di viaggio» del suo discernimento, è quasi al limite, perché è un prete giovane e belloccio con un clergyman abbottonatissimo, e la sottopone a prove di fiducia molto singolari (nulla di osceno, beninteso) all’interno del gruppo di catechesi giovanile che lei frequenta.

Perfino tra le monache non ci sono i classici stereotipi del genere, come la superiora acida e rigida, la consorella invidiosa e così via. Forse risulta leggermente comica la figura della monaca anziana, ma non è mai una macchietta.

Non viene specificato a quale ordine appartengano queste religiose, che sono chiamate con un nome quasi popolare, Betinas: come fa notare questo critico spagnolo, sembra un gioco di parole tra “benedettine” (nel dialogo tra il padre, la zia e due monache è evocato l’ora et labora di san Benedetto da Norcia) e “beghine”, ovvero le proto-consacrate secolari delle Fiandre medievali.

La preghiera monastica mi sembra riprodotta con cura, anche se nel doppiaggio italiano c’è qualche leggerissima svista, forse per ragioni di labiale. Ho invece notato uno svarione liturgico nella celebrazione della Prima Comunione: una bambina recita un discorso di ringraziamento ai genitori, a cui segue immediatamente lo scambio della pace. Sarebbe forse stato più adatto collocarlo come discorso finale prima della benedizione, o al posto della preghiera dei fedeli (che però, come insegnano i liturgisti esperti, sarebbe bene non affidare ai comunicandi, per evitare di caricarli di ulteriori pressioni)

Non ho invece apprezzato per nulla l’inserzione del personaggio di Mikel (Guillermo Zani), il compagno di coro per il quale Ainara sembra provare qualcosa. Avrebbe potuto restare evocato e basta, invece assume qualche minimo contorno: a mio parere, esiste solo per rappresentare la prima crisi nel suo percorso. Infatti, invece di prenderlo a schiaffi e di gridargli: «Lasciami stare, sono del Signore!», la ragazza ricambia il suo bacio, anzi, è sul punto di andare ancora più a fondo, se non fosse sorpresa dalle sorelline e dalla compagna del padre.

In sostanza, questo ragazzo incarna pienamente le teorie di zia Maite, per la quale la nipote non deve prendere subito la via del convento, ma fare esperienze della vita prima di compiere una scelta tanto drastica. Personalmente, non sono molto d’accordo: collezionare esperienze su esperienze può ritardare la decisione per la vita consacrata o per il matrimonio, col risultato di finire come un anziano prete mi aveva ricordato, ossia diventare un osso spezzato nel Corpo Mistico della Chiesa.

Il faccia a faccia tra padre, zia e monache (fonte)

Il discernimento intensivo mi sembra descritto molto bene, tra tempi di preghiera e di lavoro e il confronto sia con le monache (madre Isabel, giustamente, si arrabbia perché non ha saputo da lei dell’approccio di Mikel, ma dalla zia, la quale però ha calcato la mano nel descriverlo), sia con un’altra postulante. 

In tutta sincerità, però, trovo che le battute messe in bocca ai personaggi più marcatamente credenti suonino come prese da un libro stampato, non recitate con convinzione: è un rischio che succede spesso, in storie dove la fede è in primo piano. Vale anche per alcune frasi di Ainara medesima: «È Gesù che accende i desideri nei cuori della gente […]. L’unica cosa che faccio ora è lasciarmi guardare», oppure: «Mi sento amata da Lui: è un amore così bello che è facile arrendersi».

A proposito di parole prese dai libri, il momento decisivo per la giovane protagonista avviene dopo il funerale di nonna Lila, quando, nella chiesa semivuota, recita per due volte di fila le parole della Preghiera d’abbandono di san Charles de Foucauld (anche questa non segue pari pari la traduzione italiana più diffusa), ma poi ripete tre volte il finale, «Perché sei mio Padre», fino a esplodere, tra i singhiozzi, in una preghiera più personale e veramente accorata.

Sempre a proposito di storie vocazionali, quando le vedo al cinema o in qualche opera di finzione, tendo a domandarmi se sia più giusto, per le ragioni della trama, che il o la protagonista perseveri o che lasci perdere. Nella vita reale, invece, a causa di troppe storie andate a finire male, sto diventando cinica: leggo la gioia nelle parole e nei volti di questi più o meno giovani, ma poi penso che lasceranno quel cammino nel giro di poco tempo, oppure che quelle testimonianze finiranno presto nei loro necrologi.

Di conseguenza, anche quando, nel finale, Ainara prende il velo da novizia - dev’essere passato circa un anno, perché Estíbaliz è in prima fila con un neonato in braccio – mi è venuto spontaneo domandarmi se persevererà o se non avrà invece ragione la zia, assente al rito perché impegnata a firmare l’atto notarile con cui disereda lei e suo padre.

Segnalo poi la menzione della medaglietta della Madonna, regalo della madre di Ainara, morta quando lei era bambina. Dato che, nelle scene domestiche, quel piccolo segno è al centro di almeno una conversazione, pensavo che avrebbe avuto un ruolo importante nella trama, ma viene lasciato cadere. Forse questa è anche una considerazione di stile, a ben vedere.

 

Consigliato a...

Il pubblico a cui si rivolge questo film è decisamente trasversale: i credenti ci trovano le proprie ragioni, i non credenti le loro.

Ha l’indubbio merito di presentare una storia di vocazione con tutte le sue luci e le sue ombre: come ha ricordato monsignor Delpini nel dibattito finale dopo la proiezione a cui ho partecipato, però, la vocazione è un tema tanto delicato quanto personale, per cui un’opera di finzione va incontro a semplificazioni pressoché inevitabili.

 

Valutazione finale

 

1/2

La realizzazione generale è ottima, gli aspetti di fede sono trattati quasi senza prese in giro o luoghi comuni, ma l’inserzione dell’esperienza amorosa mi pare forzata, oltre ad allungare il minutaggio del film.

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