Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

lunedì 1 settembre 2014

Terra Santa 2014 #9: a Betlemme, dove il Verbo si fa ancora carne (terza parte)


Il Caritas Baby Hospital (foto di Maria Tardini)
Riprendo il mio racconto di viaggio con la descrizione di una delle giornate più convulse del nostro percorso, dove ho visto personalmente e, in un certo senso, vissuto il dolore di molti. C’è una novità: dato che quel giorno avevo la macchina fotografica scarica, le foto di questo articolo sono tutte di altri miei compagni.


Giovedì 14 agosto
Un sorriso fra i dolori

Per una volta, la Messa del mattino è stata celebrata nella cappella della “Società Antoniana”, così io e gli altri che vi alloggiavamo abbiamo potuto far colazione in tutta calma. Nella sua omelia, don Bortolo ci ha suggerito come prepararci agli impegni del giorno, ovvero l’esecuzione di alcuni nostri canti nella cappella del Caritas Baby Hospital e un concerto-meditazione più corposo presso l’auditorium dell’Azione Cattolica.
Il tragitto verso l’ospedale non era molto lungo. Appena arrivati abbiamo visto venirci incontro una giovane religiosa, che ho visto chiamarsi suor Lucia Corradin dalla targhetta che portava. Ero convinta che lì ci fossero le Suore di Maria Bambina, ma devo essermi confusa con Nazaret: a operare in quel luogo, infatti, sono le Terziarie Francescane Elisabettine di Padova, fondate dalla Beata Elisabetta Vendramini e a me vagamente note (avevate qualche dubbio?).
I piccoli pazienti hanno svariate patologie, in particolare causate dal muro di separazione eretto nel 2004: per via della difficoltà degli spostamenti, i giovani di Betlemme faticano a trovar moglie, quindi vengono costretti a prenderla nel proprio nucleo familiare. Il fatto causa molte nascite con malformazioni o malattie congenite, ovviamente.
Dai bambini, ha detto, lei e il personale medico stanno imparando molto, in particolare che ciò che resta, che è eterno è la nostra umanità. Inoltre, avvertono un vero e proprio “scambio nella vita eterna” in base alle relazioni che hanno ricevuto da loro.
Anche questa foto è di Maria Tardini
Terminato il suo racconto e dopo averci fatto un piccolo dono (del quale riferisco in chiusura di post), ci ha guidati in un rapido giro tra i reparti. Attraverso dei finestroni, potevamo scorgere gli infermieri al lavoro e alcuni casi particolarmente delicati. Dire che non mi sia sentita smuovere qualcosa dentro di me sarebbe inesatto, eppure non mi è affatto venuto da piangere.
Il tempo di sistemarci nella cappella e subito abbiamo visto arrivare degenti e dottori, molti dei quali con un’espressione tirata in volto. Non molto tempo dopo, mi è parso che fossero un po’ più rilassati, anche perché erano stati volutamente scelti i pezzi del nostro repertorio di carattere più allegro.

«Un muro chiude la strada al futuro»

Foto di Roberto Latella
Il famigerato muro di separazione sorge proprio a brevissima distanza dal Caritas Baby Hospital. Tappezzato di dipinti e di manifesti, non si può affatto far finta di non vederlo. Davvero, per riprendere il verso del nostro canto Per fare festa con te che ho scelto come titolo di questo paragrafo, ostacola il futuro di tanti, specialmente dei giovani. Nei primi giorni a Betlemme, infatti, io e i miei compagni eravamo un po’ infastiditi dai clacson che suonavano in continuazione e dalla guida spericolata di molti automobilisti. Solo in seguito abbiamo compreso che è l’unico divertimento che i ragazzi del posto hanno, non potendo andare liberamente a Gerusalemme, per esempio.
Per passare a qualcosa di molto più piacevole, il pranzo è stato a base di pollo con salsina, contenuto nell’immancabile pita, e patate fritte. È stata un’occasione di ascoltare i progetti immediati e i sogni di bene dei miei compagni che erano a tavola con me e di rammaricarmi perché loro vivono i famosi “grandi ideali” presentati dal Papa, mentre io ne perseguo altri. Ho scacciato subito quei pensieri deprimenti, ricordandomi ciò che avevo scritto all’inizio del viaggio e impegnandomi a fare del mio meglio nel concerto che mi attendeva.



Una nuova intenzione per cantare

Anche quella volta siamo arrivati in larghissimo anticipo sul luogo del concerto, per le ultime prove veloci e prepararci a dovere. Per l’occasione avevo deciso di truccarmi, o meglio, di nascondere qualche imperfezione cutanea, ma quando ho visto che una mia compagna aveva portato degli ombretti, mi è venuta l’idea di prenderli in prestito. Dopo avermi dato un’occhiata, lei mi ha chiesto se potevo farmi aiutare: nel giro di pochi minuti mi aveva letteralmente rimessa a nuovo, con un lavoro tanto riuscito da ottenere, da parte di altre di noi, la richiesta del medesimo trattamento.
Anche da questo ho imparato, o meglio, mi è servito per ricordare qualcosa che già sapevo e che con Shekinah dovrei vivere già da parecchio: prendersi un po’ cura del proprio aspetto deve servire per fare felici gli altri e per dare risalto agli aspetti gioiosi della nostra fede.
Foto di Simone Clementi
Stavolta a presentare ogni brano non era don Bortolo, come abitualmente succede, bensì il nostro amico Charlie, il quale, per farsi meglio comprendere dall’uditorio, si esprimeva in arabo. Mentre cantavo, mi sono resa conto di qualcosa che altre mie compagne avrebbero in seguito espresso all’incirca così: non mettevamo più noi al centro delle invocazioni e delle promesse di fedeltà messe in musica, ma la gente che avevamo di fronte, le sue difficoltà, la consapevolezza di vivere in un luogo non facile ma benedetto dalla presenza di Dio.
Finito tutto, eravamo veramente entusiasti, soprattutto nel vedere i bambini con cui avevamo giocato i giorni precedenti. Il mio umore, tuttavia, è precipitato poco dopo: mi è stato impedito di offrirmi volontaria per una breve intervista ad opera di alcuni giornalisti di Canção Nova, mi pare per il programma televisivo Terra Santa News. Ho cercato di prendere anche quello come una prova: eppure, poco prima, avevo intuito che non dovevo pormi al centro dell’attenzione.

Dalle risate alle lacrime

Dall’auditorium ci siamo mossi per andare a cena. Elena aveva in mente di portarci in un non ben determinato ristorante, ma non riuscivamo a capire dove fosse. Abbiamo camminato per parecchio tempo, finché non siamo ritornati al punto di partenza. Grazie a Dio lì vicino c’era un altro locale, dove, finalmente, ci siamo fermati. Il motivo di tutto quel giro era che il posto era chiuso, se ho ben capito.
Foto di Maria Tardini
Il menu non era molto dissimile da quello della sera precedente, con carni d’agnello e montone, salsine di tutti i tipi e colori e patate all’insalata che, a dire il vero, erano lievemente diverse da quelle che consumo di solito. Sarà stata la fame, ma alla fine nel nostro piattino in comune ne era rimasta una sola: a quel punto, una delle mie commensali l’ha resa protagonista di un gioco nel quale chi la riceveva nel proprio piatto doveva rispondere a una domanda posta da chi gliel’aveva messa. Anche in quel caso, mi ha fatto molto piacere ascoltare parti della vita delle altre (eravamo solo donne), dal libro preferito a come hanno incontrato il proprio fidanzato.
Finita la cena, ci siamo nuovamente divisi nei due gruppi per il pernottamento. Tuttavia, mentre io e i miei compagni eravamo quasi a destinazione, è avvenuto un episodio spiacevole. Avevamo da poco attraversato un incrocio, quando una di noi ha gridato di coprirci gli occhi. Pur non capendone il motivo, l’ho fatto, ipotizzando che ci fosse qualcosa di brutto da non vedere. Immediatamente dopo, ho avvertito come un pizzicorino alle narici, per cui me le sono tappate e mi sono coperta la bocca con la sciarpa che avevo con me. Non c’è voluto molto per capire cosa fosse successo: un attacco a base di lacrimogeni all’altezza del muro, la cui scia era stata portata fino a noi dal vento forte.
Tutto il gruppo si è radunato sul marciapiede, mentre alcuni automobilisti di passaggio ci urlavano di tornare indietro. Nel frattempo, ho riaperto gli occhi: qualcuno tossicchiava, mentre altri continuavano a lacrimare involontariamente. Dopo qualche istante d’attesa, abbiamo deciso di tornare alla parrocchia greco-cattolica e di spiegare l’accaduto alle nostre guide.
Non appena ho messo piede nel salone dove ci radunavamo di solito, ho iniziato a piangere, ma non per colpa dei lacrimogeni. Tutto d’un tratto, mi si era fatta presente la drammaticità della situazione in cui la gente di Betlemme vive e ho capito che io e compagni, stando lì, la condividevamo in pieno. I miei buoni propositi di andare fino alla fine avevano subito un notevole scossone. A rimettermi in carreggiata è stato don Bortolo, il quale, dopo aver sentito un mio commento pessimistico al termine della preghiera serale, mi ha invitata ad avere fede anche in quel momento di prova, non solo quando vivo delle situazioni molto più gradevoli.

Extra: la Madonna del Muro

Come ci aveva raccontato suor Lucia sul finire della sua testimonianza, ogni venerdì alle 18:00 lei e le consorelle che operano al Caritas Baby Hospital, più chiunque voglia unirsi a loro, pregano il Rosario lungo il muro di separazione, fino all’immagine della cosiddetta Madonna del Muro, un’icona scritta proprio su quella muraglia d’odio.
Un sacerdote di Reggio Emilia, don Davide, si è ispirato alla loro iniziativa e ha composto la preghiera che lei ci ha regalato, dietro un santino con la riproduzione di quell’icona. La riporto come l’ho trovata sul blog di don Mario Cornioli, parroco di Beit Jala (per i suoi parrocchiani e lettori, abuna Mario), ritoccando solo le lettere che in originale avevano l’apostrofo al posto dell’accento.

Fonte

Madre di Gesù, Maria
ci rivolgiamo a Te invocando la pace per questa terra
benedetta dalle promesse e dalla fedeltà di Dio,
ma lacerata dalla paura e dalla durezza dell’uomo.
Ferita dolorosa, questo muro schiaccia la dignità dei tuoi figli
e uccide il futuro nel cuore delle donne e degli uomini
che posano su di esso lo sguardo: vieni in nostro aiuto, Vergine della Speranza!
Tu che hai percorso queste strade di Palestina custodendo
amorevolmente nel tuo grembo il Figlio dell’Altissimo,
consola tra le tue braccia i figli che piangono le vittime dell’ingiustizia e dell’odio.
Aurora di salvezza, Maria donna della pentecoste, insegnaci
ad essere docili alla voce dello Spirito e credere fermamente che  la potenza del perdono è capace di disarmare la vendetta e di sgretolare i cuori di pietra.
La fede nel tuo figlio Gesù, signore della storia, sia la nostra forza.
Regina della Pace, prega per noi!



La stessa suor Lucia, in un servizio di Terra Santa News, racconta com’è sorta quell’idea. Alcuni miei amici del coro hanno deciso di replicarla, secondo le possibilità di ciascuno: cosa ne dite di unirvi a noi?



GLI ALTRI POST SUL VIAGGIO IN TERRA SANTA

Nessun commento:

Posta un commento