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martedì 3 gennaio 2017

Cardinal Ernest Simoni: testimone fedele (Cammini di santità #6)




Il neo-cardinal Simoni, appena ricevuta la berretta, viene salutato dagli altri cardinali (fonte)
Dopo la pausa delle feste natalizie, inauguro i post del 2017 con l’articolo che ho scritto a dicembre per la rivista Sacro Cuore dei Salesiani di Bologna.
Per una volta, il direttore mi ha chiesto di scrivere di un testimone vivente, perché la sua storia gli pareva molto interessante. Lo era anche per me, che già altre volte mi sono occupata di un tema affine, ossia la persecuzione dei credenti in Albania.
Ho quindi accettato volentieri di sunteggiare il lavoro di un giornalista più bravo di me per raccontare del cardinal Ernest Simoni, creato nel concistoro dello scorso 19 novembre, quasi due anni dopo il suo commovente incontro con papa Francesco.
Il titolo è redazionale, mentre i sottotitoli sono quelli che avevo pensato io.

* * *

Tirana, 21 novembre 2014, cattedrale di san Paolo. Un anziano sacerdote, dai capelli completamente bianchi, sta presentando a papa Francesco, in visita apostolica in Albania, la sua testimonianza. «Un giorno, mi legarono e mi portarono all’ennesimo interrogatorio. Il capo delle guardie mi disse: “Tu sarai impiccato come nemico perché hai detto al popolo che moriremo tutti per Cristo se necessario”. Mi strinsero i ferri ai polsi così fortemente che si fermarono i battiti del cuore e quasi morivo».
Al termine del suo racconto, va a baciare la mano del Pontefice, ma è lui a baciare la sua; poi l’abbraccia, e insieme piangono. È questo l’episodio che ha reso nota a tutto il mondo la straordinaria esperienza di fede di don Ernest Simoni.

Vocazione in tempi di persecuzione

Don Ernest è nato nel 1928 a Troshani, a trenta chilometri circa da Scutari, ed è stato battezzato il 18 ottobre; molto probabilmente, per l’uso della famiglia, quella dev’essere anche la sua data di nascita. I suoi genitori, Ndoja (albanese per Antonio) e Prenda (Veneranda) hanno in tutto sette figli: lui è il quarto. Il clima religioso in famiglia è molto vivo.
A 10 anni entra nel collegio dei Frati Minori a Scutari, un vero centro di cultura e di apostolato. Continua gli studi come novizio francescano, in vista del sacerdozio: è uno degli allievi più dotati, tanto da compiere due anni di studio in uno.
Intanto, però, dal 1944 vanno al potere in Albania i comunisti guidati da Enver Hoxha. Dopo un primo periodo di apparente tolleranza, iniziano le persecuzioni dirette, in ambito cattolico, soprattutto contro gesuiti e francescani: la loro opera è volta a consolidare la cultura popolare albanese e all’educazione delle future classi dirigenti.
La Sigurimi, ovvero la polizia segreta, finge di trovare un deposito di armi dentro l’altare di sant’Antonio nella chiesa di San Francesco a Gjudahol, quartiere di Scutari: tanto baste perché i frati vengano tutti condannati a morte e i trentasei novizi, incluso Ernest, espulsi.

Un’opera di evangelizzazione

Un conoscente del giovane lo segnala per un posto da maestro nel piccolo villaggio di Mali I Renshit. Lì e in altri quattro piccoli paesi l’ex novizio svolge una vera opera evangelizzatrice: non solo insegna a leggere e a scrivere, ma riprende le devozioni popolari, fa pregare il Rosario, è catechista.
Nel 1953 presenta domanda per essere ordinato sacerdote, ma l’amministrazione comunale gli ordina di compiere il servizio militare obbligatorio. Sono due anni particolarmente duri, con esercitazioni militari estenuanti, al freddo e sotto la neve, e la lettura forzata di libri del regime.
Tornato a casa e termina clandestinamente gli studi di teologia: sabato 7 aprile 1956 viene ordinato sacerdote da monsignor Ernest Çoba, che gli domanda di passare al clero diocesano. Don Ernest, quindi, per un anno è viceparroco a Scutari, poi viene nominato parroco dei villaggi di Kakarriq, Kukel e Barbullush. Il suo operato, intanto, viene tenuto d’occhio dai funzionari del regime.

Sacerdote in miniera e nelle fogne

La sera del 24 dicembre 1963, durante la Messa di mezzanotte, quattro poliziotti entrano nella chiesa di Barbullush. Senza neppure lasciargli deporre i paramenti liturgici, l’arrestano e lo conducono in carcere: per due giorni resta in cella d’isolamento. Subisce poi torture e pressioni psicologiche perché parli contro i comunisti, ma risponde: «Gesù ci ha insegnato ad amare ogni persona. Egli è amore infinito per tutti. Ci ha detto di amare e perdonare anche i nemici. Dio protegga il presidente e lo ispiri perché possa aiutare il popolo».
Viene dunque condannato a morte, ma la pena viene commutata in venticinque anni di lavori forzati, trascorsi inizialmente in miniera. Tra turni di lavoro massacranti e umiliazioni di ogni sorta, don Ernest non dimentica mai di essere un sacerdote: ogni giorno celebra la Messa, facilitato dal fatto che pregando in latino nessuno o quasi capisce quello che sta facendo. Lentamente diventa il padre spirituale degli altri detenuti, che si confidano a lui e ricevono, quando possibile, i sacramenti.
Quando viene trasferito alle fogne di Scutari, può tornare a casa la sera. È lì che, nelle ore più tarde, inizia ad affluire un numero sempre più crescente di persone per chiedere battesimi o far celebrare matrimoni: nonostante l’ateismo di Stato, la fede del popolo è rimasta.

La porpora inattesa

Il 5 settembre 1990 don Ernest viene chiamato dal capo della polizia segreta, che ha un annuncio per lui: le chiese verranno riaperte e il culto pubblico concesso. Da allora continua il suo ministero, finalmente senza pericoli. Per l’età non può più essere parroco, ma non va affatto in pensione: si dedica in particolare a riconciliare le famiglie che, secondo l’antica consuetudine del “kanun”, sono in lotta con altre famiglie per antichi torti subiti.
Lo scorso 9 ottobre è stato raggiunto da una notizia ancora più sorprendente: il suo nome faceva parte dell’elenco dei 17 cardinali che papa Francesco avrebbe creato il 19 novembre. «Questo dono del Santo Padre – ha dichiarato, come reazione a caldo, ad Avvenire – è per me uno stimolo ulteriore a farmi strumento della salvezza delle anime, nel suo nome. Solo in Cristo c’è la salvezza e oggi il mondo ha più che mai bisogno di questo annuncio».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore» 7 (dicembre 2016), pp. 16-17 (sfogliabile qui)

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