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sabato 7 gennaio 2017

Squarci di testimonianze #17: il ritorno di monsignor Giuseppe Negri (per gli amici “Peppime”)


Monsignor Giuseppe Negri
imparte la benedizione
(foto di Roberto Comizzoli)

La mia parrocchia ha una particolarità: tra le ultime vocazioni al sacerdozio che vengono da lì ce ne sono due orientate alle missioni estere e operanti in Brasile. Prima di don Lorenzo Nacheli del Sermig, infatti, e prima ancora di un sacerdote diocesano, era stato il turno di padre Giuseppe Negri: entrato nel Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), è stato ordinato sacerdote nel 1986 e quindi inviato in quel Paese sudamericano.


Vent’anni dopo è stato consacrato vescovo e dal 2015 è vescovo titolare di Santo Amaro. Da sempre i miei comparrocchiani di San Barnaba lo chiamano “Peppime”, un gioco di parole tra il diminutivo del nome Giuseppe, Peppino, e la sigla dell’Istituto missionario di cui fa parte.
Avevo letto sui media parrocchiali i suoi racconti e ascoltato i ricordi di chi l’aveva conosciuto, ma per me rimaneva una figura remota e speravo, prima o poi, di poterlo incontrare. L’occasione avrebbe potuto concretizzarsi lo scorso settembre, ma per un disguido è stata annullata.
Pochi giorni fa è arrivata la notizia che monsignor Negri sarebbe passato per la sua vecchia comunità proprio in una solennità dove l’aspetto missionario ha una rilevanza particolare: quella dell’Epifania del Signore. Dato che quest’anno non sono partita per le vacanze, sono stata molto felice di poter essere presente.
Giunta la mattina di ieri, ho iniziato a pensare di potergli fare qualche domanda per la mia rubrica d’interviste, ma ho subito cambiato idea: di certo i suoi vecchi amici, che non vedeva da anni, l’avrebbero circondato con il loro affetto, quindi non avrebbe avuto tempo per darmi retta. Una signora del coro, però, mi ha convinta a raggiungerla per andare a salutarlo nel salone dell’oratorio, prima della Messa.
Nonostante il suo atteggiamento affabile, ho spiccicato poche parole, spiegando che ormai sono in questa parrocchia da quattro anni. Una sua risata ha spezzato la tensione che provavo, così ho promesso al vescovo che avrei fatto del mio meglio nel cantare durante la celebrazione. In particolare, mi premeva mettere tanta intenzione nell’esecuzione di Ti basta la mia grazia, un canto composto per la sua ordinazione episcopale.
La sua omelia (qui l’audio) è cominciata con un saluto ai presenti: i confratelli concelebranti, i parenti, gli amici venuti anche dalla comunità dove prestava servizio come seminarista. Sintetizzando la sua esperienza da missionario e da vescovo missionario, ha commentato: «Il Signore non ci lascia mai tranquilli: lui ci offre sempre delle ulteriori opportunità per metterci alla prova». Per lui ha consistito stare tre anni a Florianópolis, poi in un’altra diocesi, poi è stato inviato nella grande San Paolo, che conta 23 milioni di abitanti. Santo Amaro, affidata alla sua cura pastorale, occupa da sola il territorio periferico di San Paolo e comprende, al suo interno, trecento favelas.
Ricollegandosi poi alle letture del giorno e al contesto del Natale, ha dichiarato: «Ciò che ha spinto i Magi, ciò che ha spinto queste persone che venivano da lontano era una stella, la luce» proveniente da Dio per indicare il cammino da compiere; per i Magi, ma anche per tutti. Come la luce ha condotto quei sapienti ad arrivare in una casa, in una famiglia dove si vive l’amore, «Noi abbiamo bisogno di queste luci che c’illuminino, per farci vedere che l’amore esiste, che l’amore c’è; solo che bisogna cercarlo».
In uno scenario positivo, però, si affacciano anche figure come quella di Erode, che cercava Gesù per farlo fuori. Nel suo personaggio, monsignor Negri ha riscontrato quanto ha visto in Brasile poche settimane fa: per avviare una missione specifica nelle favelas, ha dovuto abbassarsi a chiedere il permesso ai narcotrafficanti che dominano quelle zone. L’accoglienza delle persone è stata di estrema gioia e l’ha ripagato delle umiliazioni provate prima, ma anche dopo, quando ha dovuto ringraziare questi capi di fatto.
In situazioni rischiose come quella, immagino che gli torni alla mente il motto episcopale che ha scelto: Sufficit tibi gratia, «Ti basta la [mia] grazia». Cantare il balbettio dell’uomo di fronte alla chiamata divina e la consolazione che nasce dalla presenza costante delle luci che rischiarano l’esistenza è servito anche a me. Avrei voluto rivelarlo a monsignor “Peppime”, ma è stato letteralmente preso d’assalto dai fedeli, senza nemmeno che si concludesse la processione finale.

P. S. Ti basta la mia grazia, con parole e musica di Fabio Peri, è incluso nella raccolta Terra buona per Te (Rugginenti 2007). L’esecuzione dal vivo del Coro San Barnaba alla Messa di ieri si può ascoltare qui in formato MP3, mentre la partitura originale in PDF è in questo file, alle pagine 8-11, che comprendono anche il testo.

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