San Giuseppe Allamano – Formatore di missionari, ma diceva: «Prima santi e poi missionari» (Cammini di santità #50)
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Immagine dell'arazzo della canonizzazione (fonte: libretto della celebrazione) |
Non ricordo affatto come e quando ho sentito
parlare di lui per la prima volta: forse in quell’atlante di storia della
Chiesa che mi ero regalata dopo aver passato uno dei primi esami
all’università.
Di sicuro, un legame tra me e lui si è creato
quando mi è arrivato, insieme ai santini di Rolando Rivi (ancora Servo di Dio)
che avevo richiesto, un biglietto che aveva l’immagine della sua tomba: la
ragione era che i Missionari della Consolata, da lui fondati, sono stati
presenti a San Valentino di Castellarano, parrocchia d’origine di Rolando, come
custodi, fino al 2011, della sua memoria.
Ho poi incrociato il nuovo Santo in vari
modi, pur senza approfondirlo del tutto. Mi ero anche procurata una piccola
biografia, giusto per sapere l’essenziale sul suo conto. Ho commesso invece un
piccolo errore immaginando che fosse sepolto nel santuario della Consolata a
Torino, quando sono andata a visitarlo.
Già avevo avuto notizia, nel frattempo, del
miracolo per la canonizzazione, tramite alcuni lanci dell’agenzia Sir, con
tanto di dettagli. Questo mi aveva sorpresa, data la Nota del Dicastero delle
Cause dei Santi sul fatto che non bisogna dare per scontate le tappe di una
causa, soprattutto nella parte sul presunto miracolo per la beatificazione o
per la canonizzazione.
A miracolo confermato, mi era venuta un’idea:
avrei potuto dedicargli un articolo sulla mia rubrica della rivista dei
Salesiani di Bologna, dando rilievo al periodo che, da ragazzo, l’Allamano
aveva trascorso a Valdocco, quando san Giovanni Bosco era ancora vivo.
Dopo l’assenso del direttore, ho iniziato a
consultare qualche pagina web, ma proprio il sito ufficiale, con scritti e
studi vari, mi risultava bloccato dall’antivirus del mio computer. Ho risolto
la questione (sicuramente lui ha interceduto) consultando quello stesso sito da
un dispositivo mobile. Intanto ho provato a controllare se la biblioteca del
Pime avesse qualcosa su di lui: non mi ero sbagliata.
Ho lavorato all’articolo tra giugno e luglio scorsi, ma la prima stesura non è andata bene: il direttore voleva che mettessi più in luce le ragioni che avevano portato don Giuseppe a fondare i Missionari e le Missionarie della Consolata.
Per non sprecare il lavoro, nel quale sono
stata aiutata dal postulatore uscente dei Missionari della Consolata, e lo
ringrazio, ho riutilizzato la prima stesura e le aggiunte che lui mi aveva
fornito, facendole diventare il nuovo testo biografico presente sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni.
Anche su di un piano più personale è stato un
lavoro molto utile. Mi ha permesso di ammirare e di cercare di fare un po’ mie
alcune caratteristiche di colui che, da oggi, può essere chiamato Santo
ufficialmente e solennemente: la tenacia nel perseguire il progetto di
fondazione, l’obbedienza quando non sembrava vedere sbocchi, la pazienza con
cui ha affrontato gli ultimi tempi della vita. Avrei voluto parlarne più
diffusamente, nell’articolo che riporto qui sotto, ma ho dovuto glissare per
motivi di spazio.
In più, a pochi giorni dalla canonizzazione, ho avuto l'idea d'intervistare il superiore dei Missionari della Consolata presenti nella mia diocesi per farmi raccontare quale, secondo lui, sia il messaggio del suo fondatore per la Chiesa di oggi.
* * *
Rivoli, 6 aprile
1900. Il canonico Giuseppe Allamano, rettore del santuario della Consolata, è
in convalescenza dopo essere guarito dalla polmonite. Sta scrivendo al
cardinale Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino e suo amico dagli anni del
Seminario, per riferirgli un pensiero che da tempo lo sta preoccupando:
riguarda l’Istituto della SS. Annunziata, un pensionato per maestre che gli è
stato affidato dal fondatore, monsignor Angelo Demichelis, con gravi questioni
amministrative in sospeso.
È indeciso se
cambiare interamente il personale o se chiudere tutto e assecondare «un antico
mio desiderio», come lo definisce: la fondazione di un istituto piemontese per
le missioni estere, così da aiutare i giovani sacerdoti a partire senza andare
allo sbaraglio. Il 24 aprile, prima di spedire la lettera, don Giuseppe la
mette sull’altare su cui celebra la Messa.
Tornato a Torino,
riceve dall’arcivescovo un vero e proprio ordine: «Eh, nella tua lettera hai
messo più contro che in favore della fondazione. Tuttavia devi farla tu, perché
Dio lo vuole». Prontamente replica: «Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti».
Quattro
anni a Valdocco
Giuseppe Allamano
nasce a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851, penultimo di cinque figli. Sua
madre Maria Anna affronta con coraggio la perdita del marito e vive la carità
anche al di fuori della famiglia. Il piccolo Giuseppe, a sei anni, incontra don
Giuseppe Cafasso, zio materno, famoso a Torino perché assiste i condannati a
morte fino al loro ultimo respiro: da grande farà di tutto perché la Chiesa
riconosca la santità di suo zio.
A conclusione
delle elementari, viene inviato all’Oratorio di don Giovanni Bosco, a Valdocco,
dove già studia suo fratello Natale. Durante la giornata, s’incontra spesso con
il fondatore dei Salesiani: ha quasi l’impressione che gli legga nella mente.
La sera, invece, ascolta con gli altri compagni la “buonanotte” sotto i portici
dell’Oratorio.
Proprio a
Valdocco, nel giugno del 1864, arriva in visita monsignor Guglielmo Massaja,
vicario apostolico dei Galla e futuro cardinale. I suoi racconti
sull’evangelizzazione dell’Etiopia, a cui si è dedicato per decenni, lasciano
il segno nel giovane Giuseppe.
Tutti si aspettano
che questo bravo giovane resti all’Oratorio: invece, il 19 agosto 1866, dopo il
quarto e ultimo anno del ginnasio, torna a Castelnuovo, senza salutare nessuno.
La sua intenzione si palesa nei giorni seguenti: proseguirà gli studi nel
Seminario diocesano. Anni dopo, incontrandolo, don Bosco gli muoverà un bonario
rimprovero: «Me l’hai fatta grossa...».
Sotto lo
sguardo della Madonna Consolata
Nonostante la
salute cagionevole e le frequentissime emicranie, Giuseppe s’impegna negli
studi verso il sacerdozio. Viene ordinato prete il 20 settembre 1873: quasi
subito viene nominato rettore del Convitto Ecclesiastico di Torino, struttura
per l’approfondimento della formazione dei giovani sacerdoti. Lì comincia a
mettere in pratica quanto l’altro zio prete, don Giovanni Allamano, gli indica
prima di morire nel 1876: deve fare il bene senza alcuna riserva.
All’impegno nel
Convitto Ecclesiastico, dove in seguito è incaricato anche d’insegnare Teologia
Morale come lo zio don Cafasso, si aggiunge un altro compito: sul finire
dell’estate 1880 è nominato rettore del Santuario della Beata Vergine Consolata
a Torino. È un luogo da sempre caro ai torinesi di ogni ceto sociale e stato di
vita, ma da tempo versa in un abbandono quasi totale. Lui accetta, ma chiede di
essere aiutato da don Giacomo Camisassa, compagno di Seminario e suo grande
amico.
Al restauro della
chiesa, don Giuseppe affianca la cura per le associazioni di lavoratori e
lavoratrici già legate al santuario. In più fonda il Laboratorio della
Consolata, per educare le giovani sarte alla sobrietà nella moda e al rispetto
del giorno festivo. Per sé riserva un piccolo angolo, nel coretto interno alla
chiesa, da cui può contemplare il Tabernacolo.
Nei primi mesi del
1900 si ammala di polmonite doppia: tutta Torino prega per lui. Guarisce
improvvisamente nella notte tra il 28 e il 29 gennaio: a vegliare su di lui c’è
un quadretto con l’immagine della Consolata. È il segno che stava aspettando:
Dio e la Madonna vogliono che lui fondi un nuovo istituto missionario.
Missionari
di prima classe
Le prime mosse per
concretizzare questa ispirazione avvengono nel 1888: durante un viaggio a Roma,
don Giuseppe avvicina il prefetto e il segretario della Congregazione di
Propaganda Fide, che coordina i missionari cattolici in tutto il mondo,
ottenendo un’approvazione informale. In realtà, Torino non riesce ancora ad
attuare il rinnovamento missionario che si sta compiendo in altre diocesi
italiane: molti sacerdoti non hanno il coraggio di lasciar partire i giovani
confratelli per terre lontane.
Don Giuseppe non
demorde: il 6 aprile 1891 invia a padre Calcedonio Mancini, dei Preti della
Missione conosciuto a Propaganda Fide, la bozza del progetto di fondazione.
Anche questo fatto indispettisce le autorità diocesane, che si sentono come
scavalcate. Solo dieci anni più tardi, con la nomina a Vescovo di Richelmy, si
apre uno spiraglio per la fondazione dell’istituto.
Il 29 gennaio
1901, proprio un anno dopo l’imprevista guarigione di don Giuseppe, il
cardinale firma il Decreto di fondazione dei Missionari della Consolata:
inizialmente sacerdoti diocesani votati alla missione, si trasformeranno poi in
congregazione religiosa autonoma e apriranno case fuori dal Piemonte. Nove anni
esatti dopo, con l’incoraggiamento di papa Pio X, a loro si associano le Suore
Missionarie della Consolata. I primi missionari raggiungono i Kikuyu, popolo
del Kenya, nel 1909. Sbarcano in Etiopia nel 1913, anno in cui le prime suore
sono inviate in Kenya; nel 1924 arrivano in Somalia.
Don Giuseppe si
tiene aggiornato grazie ai diari che i missionari gli spediscono periodicamente
e continua a sollecitare un interesse più ecclesiale per le missioni: il 12
agosto 1912 invia una lettera ai superiori generali degli Istituti missionari
italiani, nella quale chiede sostegno per «un atto pubblico del S. Pontefice»,
ovvero un documento per favorire le vocazioni missionarie.
Di frequente tiene
delle conferenze per quanti vivono in casa madre e si preparano a partire:
vuole che siano «missionari di prima classe», secondo una sua espressione
ricorrente. Se da una parte cura la loro formazione, incoraggiandoli anche a
imparare lavori manuali (evidente eredità della sua vita all’Oratorio, ma non
solo), dall’altra li mette in guardia dall’attivismo. Lo fa anche il 12
dicembre 1920, in occasione della partenza di padre Carlo Re e padre Giovanni
Borello: «Per prima cosa si crede che per essere missionari si esiga una grande
attività. Anch’io lo ammetto. Ma questa attività deve partire dal Signore.
Quindi per prima cosa è necessaria l’orazione».
La sua
missione continua oggi
Don Giuseppe non
partirà mai per le missioni, ma si sente ugualmente missionario, convinto com’è
che «l’apostolato agli infedeli è il grado superlativo del sacerdozio», come
dichiara in un’altra conferenza. Anche in tempi travagliati per l’Istituto,
raccomanda a missionari e missionarie di vivere come in famiglia, portando
l’amore, se occorre, alle estreme conseguenze: «Amare il prossimo più di noi
stessi: questo il programma di vita del missionario. Se non si arriva al punto
di amare il bene degli altri più della propria vita, si potrà avere il nome,
non la sostanza dell’uomo apostolico».
Il 1° febbraio
1926 si mette a letto: è la sua ultima malattia. A quanti lo circondano
mormora: «Sì, sì, pregate per me. Vedete, questo poco di vita che ancora mi
resta è per voi. Vi ho dato tutto». Muore alle 4.10 del 16 febbraio 1926, nella
sua stanza vicina al Santuario della Consolata.
Don Giuseppe
Allamano è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990 in
piazza San Pietro. Nel Concistoro del 1° luglio 2024, papa Francesco ha
decretato che la sua canonizzazione sia celebrata domenica 20 ottobre 2024: la
Giornata Missionaria Mondiale, che ricorre proprio quel giorno, è la “festa
speciale della Propagazione della Fede” auspicata da lui e dagli altri
superiori degli istituti missionari nella lettera del 1912.
Originariamente pubblicato su Sacro Cuore VIVERE ottobre 2024, pp. 18-19, consultabile qui
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