Padre Giorgio Maria Martinelli: un cuore unito nella missione al Cuore di Gesù

 

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Chi è?

Giorgio Maria Martinelli nacque a Brosino, attuale Brusimpiano, in provincia di Varese e diocesi di Milano, il 9 maggio 1655. Fu istruito da uno zio sacerdote, canonico della collegiata di Biasca: il suo esempio e quello di altri due zii, uno penitenziere nel Duomo di Milano e dottore della Biblioteca Ambrosiana e l’altro membro degli Oblati (sacerdoti alle dirette dipendenze dell’arcivescovo di Milano), contribuirono a indirizzarlo al ministero sacerdotale.

A quattordici anni entrò nel Seminario di Milano, precisamente nella sede di Arona. Il 25 luglio 1679, a ventiquattro anni, chiese di entrare tra gli Oblati di San Carlo. Non era ancora sacerdote: lo divenne il 22 settembre 1680.

Dopo i primi incarichi come docente, nelle sedi di Monza e di Milano (al Collegio Elvetico), fu incaricato della direzione spirituale nel Seminario Maggiore, a Milano: aveva trentun anni ed era sacerdote da sei.

Nel 1682 fu nuovamente mandato ad Arona, per seguire i lavori della colossale statua di san Carlo Borromeo, il “Sancarlone”. In quel modo, conobbe da vicino la religiosità popolare, buona in sé, ma anche caratterizzata da aspetti superstiziosi.

Diventato consapevole che parte di quegli atteggiamenti derivava da una scarsa formazione dei membri del clero, maturò il progetto di una famiglia interna agli Oblati di San Carlo, i cui aderenti dovessero dedicarsi interamente alla predicazione e alle missioni al popolo: si dimise quindi da direttore spirituale e iniziò a concretizzare quell’idea.

Il 3 gennaio 1715, ottenuto il permesso del cardinal Benedetto Erba Odescalchi, arcivescovo di Milano, si stabilì con tre compagni accanto al santuario della Beata Vergine Addolorata a Rho. Il 4 aprile 1721, giorno della nascita al Cielo di sant’Ambrogio, avvenne la formale erezione del Collegio degli Oblati Missionari.

Padre Giorgio (gli Oblati Missionari hanno l’appellativo di “padre” sin dalle origini) predicò numerose missioni, ma scrisse anche brevi opere indirizzate principalmente ai sacerdoti e al loro progresso spirituale. Morì il 2 novembre 1727, poco dopo aver terminato una missione e averne in programma un’altra.

La sua causa di beatificazione e canonizzazione è iniziata due secoli dopo la morte. Il 7 luglio 1977 il Papa san Paolo VI lo ha dichiarato Venerabile.

La sua tomba si trova nel santuario della Beata Vergine Maria Addolorata a Rho: inizialmente era collocata sotto il pulpito di sinistra, ma dal 1984 riposa nella cappella del Sacro Cuore.

 

Cosa c’entra con me?

Quando ho scoperto la storia di padre Giorgio avevo iniziato da parecchio tempo a considerare gli esempi di santità sotto una luce nuova, a partire da quelli della mia diocesi. Un grande aiuto mi era stato fornito dalla rubrica Santi di casa nostra, tenuta da monsignor Ennio Apeciti sul dorso domenicale di Avvenire, Milano Sette. Non ricordo l’anno preciso e il mio archivio non mi aiuta, ma suppongo che fosse intorno al 2010.

Sicuramente conoscevo già la sua storia quando ho appreso che la biblioteca della mia parrocchia di nascita veniva smantellata per fare spazio ai locali della Caritas (ora c’è uno studio medico), altrimenti non avrei preso il libro Un prete del settecento lombardo, del 1982, di padre Gianfranco Barbieri, Oblato Missionario, che parlava proprio di lui.

Ammetto che fu una lettura molto faticosa, forse perché si trattava di una tesi di “secondo ciclo” discussa alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, però mi venne l’idea di cavarne un profilo per l’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni, ovvero santiebeati.it. Proprio l’autore mi aiutò e corresse, dopo che l’avevo intercettato mediante i contatti presenti sul sito del santuario dell’Addolorata di Rho.

Avrei voluto chiedere anche delle sue immaginette per la mia collezione, ma pensavo che, prima o poi, sarei passata per Rho, magari per qualche pellegrinaggio sul finire del mese di maggio, come mi era successo prima di cambiare casa. Alla fine le ho trovate frugando in uno scatolone pieno di altri santini, in una bancarella allestita nel Seminario di Venegono, durante la Festa in Seminario del 1° maggio 2017.

L’occasione di tornare a Rho è arrivata quando, quest’estate, il Consiglio Diocesano della Rete Mondiale di Preghiera del Papa – Apostolato della Preghiera, di cui faccio parte come segretaria diocesana, ha annunciato che il primo Convegno diocesano si sarebbe tenuto proprio là, ovviamente d’accordo col superiore degli Oblati Missionari.

Non ricordo chi, tra i membri del Consiglio, avesse commentato, durante quella riunione, di aver letto proprio nella scheda di santiebeati scritta da me che padre Giorgio fu il primo divulgatore in diocesi, anzi in Italia, del culto al Sacro Cuore di Gesù. Considerato che ho perso il conto di quante siano le schede, tra scritte e corrette, a cui ho lavorato, sembrerebbe naturale che io non ne ricordi i dettagli, ma forse non lo è.

Più precisamente, scrive padre Barbieri, padre Giorgio tradusse nel 1698 l’opera del gesuita padre Jean Croiset La dévotion au Sacré-Cœur de N. S. Jésus-Christ, edita a Lione appena sei anni prima. Tuttavia, l’11 marzo 1704, quell’opera venne messa all’Indice: forse è per questo che i biografi tacciono su questo lavoro. In spirito di obbedienza, padre Giorgio smise di parlare apertamente della devozione al Sacro Cuore, ma non di alimentare il suo amore per Cristo.

In ogni caso, a ridosso del convegno, ho iniziato a rileggere il libro. Ho anche riesaminato la scheda e l’ho divisa in paragrafi, come faccio da un po’ per i testi più lunghi, così da agevolare la lettura. Neppure ricordavo il coinvolgimento di padre Giorgio nei lavori del Sancarlone di Arona, sennò l’avrei riferito a mia sorella e a mio cognato, quando ci sono andata con loro nel 2019.

Il 12 ottobre, giorno del Convegno diocesano, non mi sentivo per niente bene di salute. Almeno durante la Messa, però, ho resistito: è stata celebrata proprio nella cappella del Sacro Cuore, sotto il cui pavimento sono state sepolte le spoglie di padre Giorgio.

La stessa cappella ospita anche una reliquia ex corpore (precisamente, una ciocca di capelli) del Beato Carlo Acutis, dono del vescovo di Assisi. Ho apprezzato molto questa scelta, perché è accertato che Carlo aveva voluto che la sua famiglia si consacrasse al Sacro Cuore. Penso però che ci sia un’altra ragione: in questo modo, quanti si accostano a quella cappella vedendo il volto del famosissimo Beato adolescente possono, guardandosi intorno, scoprire anche la storia del fondatore degli Oblati Missionari, quasi sconosciuto rispetto a lui (anche se so che non dovrei istituire confronti). In effetti, quella è anche la cappella più visitata, mi hanno raccontato gli Oblati.

Dopo la visita a Rho, avevo iniziato a pensare di parlare qui di padre Giorgio, magari senz’aspettare il 2027 e il terzo centenario della morte. In fin dei conti, anche quella degli Oblati di Rho era, anzi, è una missione: non vanno all’estero, ma risollevano la vita spirituale dei fedeli e curano gli Esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e laici.

La decisione è arrivata tre giorni fa, con l’annuncio della pubblicazione della Lettera Enciclica Dilexit nos di papa Francesco, uscita proprio oggi dopo l’anticipazione dello scorso giugno. Avrebbe potuto essere un’occasione per darmi da fare sul post su santa Margherita Maria Alacoque, a cui stavo pensando da tempo, ma poi ho cambiato idea.

Per lei ho tempo fino al prossimo 27 dicembre, giorno in cui si conclude il Giubileo del Sacro Cuore di Gesù (in occasione del trecentocinquantesimo anniversario delle prime apparizioni appunto a santa Margherita Maria). Su padre Giorgio, invece, ho la memoria più fresca; inoltre, volevo farlo conoscere a quelli, tra i miei pochi lettori, che non sanno chi sia. Mi dispiace solo che da parecchio non tratto figure femminili.

Dalla documentazione raccolta da padre Barbieri (che ho intervistato per il sito della diocesi) non si evince molto circa la sua personalità o il suo carattere, ma invece è possibile capire quale fosse la sua idea del sacerdozio: un dono dato da Dio per una missione specifica, come recitano le Institutiones degli Oblati di San Carlo. Il suo studio dei Padri della Chiesa lo aveva condotto a ricordare che un buon sacerdote deve anche curare la propria cultura personale, così da essere in tutto un esempio per gli altri.

Raccomandava poi che ogni sacerdote doveva essere animato da zelo per la salvezza delle anime, espressione leggermente desueta, ma che, nella sostanza, non passa di moda: indica la predicazione frequente e ardente della Parola di Dio, l’impegno a riportare a Lui i peccatori, l’esortazione a una vita esemplare e l’insegnamento spirituale dei poveri o di chi, comunque, vive nell’ignoranza della religione. Valeva lo stesso per lui, che, prima d’intraprendere la fondazione del Collegio degli Oblati di Rho, si era ritirato nei pressi della chiesa di San Sepolcro, adiacente alla Biblioteca Ambrosiana, per prepararsi alla nuova missione attraverso la preghiera, la penitenza e lo studio.

 

Il suo Vangelo

Padre Giorgio si è sentito spinto a fondare gli Oblati Missionari perché aveva sperimentato le mancanze della Chiesa del suo tempo: sacerdoti sciatti e trascurati nel contegno e nel celebrare, popolazioni che compensavano la distanza tra loro e i ministri con una serie di pratiche buone in sé, ma con rischi di superstizione. Fatte le debite proporzioni, sono situazioni che continuano ancora oggi.

Per lui le devozioni, su tutte quella al Sacro Cuore, che negli ultimi anni ha avuto una riattualizzazione culminata con l’Enciclica Dilexit nos, avevano lo scopo di orientare all’amore di Dio rivelato in Gesù. Voleva impegnarsi ad amarlo lui per primo, attraverso i mezzi che aveva a disposizione e che voleva condividere con quanti lui e gli Oblati Missionari incontravano nelle loro missioni al popolo, o nella confessione: in questo modo, avrebbe ricordato che tutti sono stati redenti dalla Croce di Cristo.

Una sua affermazione, riportata nella primissima biografia scritta da Mazzoleni appena quattro anni dopo la sua morte, ci mostra quale fosse la sua principale invocazione quando si accingeva a fondare il Collegio degli Oblati Missionari. Risale alle ultime vacanze di quando era ancora direttore spirituale nel Seminario di Milano, precisamente al ritiro del 5-9 maggio 1701:

«Pregai Dio, offrendomi a Lui tutto senza riserva a darmi lo spirito necessario, e darmelo ben buono in unione del mio piccolo cuore col suo».

In lingua corrente (secondo quanto aveva scritto Apeciti in uno degli articoli sopra citati):

«Offrii tutto me stesso a Dio e lo pregai di darmi lo spirito necessario, e a darmene molto e a darmelo buono, unendo il mio piccolo cuore con il Suo».

Ci sono tanti modi per unire il cuore a quello di Gesù: gli Oblati Missionari di Rho continuano a indicarli, fedeli alla loro Norma di vita e all’esempio del loro fondatore.

 

Per saperne di più [aggiornato 11/02/2025]

Gianfranco Barbieri, Venerabile Padre Giorgio Maria Martinelli – Missionario delle periferie e riformatore del clero, Velar 2025, pp. 48, € 5,50.

La storia di padre Giorgio Maria raccontata con l’accento sugli aspetti che la rendono maggiormente attuale.

 

Su Internet

Sito del santuario degli Oblati Missionari e del Santuario di Rho 


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