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sabato 30 gennaio 2016

Mercy Challenge #2: vestire gli ignudi

Continuo la mia sfida alle opere di misericordia, nonostante qualcuno mi abbia fatto presente che, così facendo, mi metto in mostra, quando invece Gesù nel Vangelo suggerisce ben altro comportamento (cfr. Mt 6, 2-4). Avevo messo in conto osservazioni del genere, ma intendo continuare e descrivere sia i miei sforzi per applicarle, sia fornire dei suggerimenti ad altri. È il caso della prima opera di misericordia corporale che mi è stato dato di compiere e che ora presento.
Non mi sono mai posta il problema di cosa fare dei miei abiti smessi, almeno finché non ho dovuto traslocare. Un’operazione del genere comporta, dopotutto, dover mettere ordine nei propri beni, incluso il vestiario.
Ho quindi iniziato a portare nella mia vecchia parrocchia valigie intere piene di pantaloni, magliette, camicie e quant’altro; non solo miei, ma anche del resto della famiglia. Una volta compiuto il trasloco, ho pensato di portarli nella nuova comunità di residenza, anzi, in una delle mie due parrocchie, quella che mi sembrava aver più bisogno (alla fine il guardaroba parrocchiale è stato unificato).
In una di quelle visite, ricordo che avevo portato un maglione molto bello e praticamente nuovo. La volontaria che ha tirato fuori i capi d’abbigliamento dalla borsa in cui li avevo trasportati ne è rimasta meravigliata, al che ho commentato che era di mio padre. Sul viso della signora si è dipinta un’espressione di cordoglio, ma aveva frainteso tutto: io intendevo dire che era suo ma non gli andava più, mentre lei ha creduto che fosse morto!
Questo mese ho ripetuto l’operazione, ma con uno spirito diverso. Non intendevo più liberare spazio nel mio armadio, ma fare in modo che, attraverso i tessuti, arrivasse anche un pochino del mio calore. Sono quindi andata alla Caritas parrocchiale, trovandomi in un momento parecchio confuso: da una parte c’erano i volontari del guardaroba, dall’altra quelli del deposito alimentare, dall’altra le persone che, invece, avevano bisogno di ricevere qualcosa. Uno degli incaricati ha preso il mio borsone e, dopo averlo svuotato, me l’ha restituito, mentre una sua compagna controllava il contenuto.
Mentre mi allontanavo, ho provato almeno a guardare le persone che erano in attesa. Non so se proprio i miei vestiti siano andati in mano loro, ma almeno sono sicura che potranno servire a qualcun altro.

SFIDA COMPIUTA!

# MercyChallenge
Opere di misericordia corporale

dare da mangiare agli affamati

dare da bere agli assetati

vestire gli ignudi
X
accogliere i forestieri

assistere gli ammalati

visitare i carcerati

seppellire i morti

Opere di misericordia spirituale

consigliare i dubbiosi

insegnare agli ignoranti

ammonire i peccatori

consolare gli afflitti
X
perdonare le offese

sopportare pazientemente le persone moleste

pregare Dio per i vivi e per i morti


Per contribuire a “vestire gli ignudi” ci sono almeno due modi: questo e quello che consiste nell’inserire i capi, chiusi in sacchetti di plastica, in appositi contenitori (a Milano sono gialli, non so altrove come siano). Personalmente, però, preferisco rivolgermi direttamente alle parrocchie, visto che aumentano sempre di più i poveri che bussano alle porte dei Centri d’ascolto. Se volete agire anche voi così, non avete che da rivolgervi alla vostra Caritas diocesana, che v’indirizzerà al più vicino centro di raccolta.
[EDIT 18/7/2016] In verità, ho appreso che la prima modalità vale solo se gli abiti sono rifiuti veri e propri, mentre con la seconda si veste effettivamente chi è nudo.
 
E con questo ho compiuto le due opere per il mese di gennaio. Dal prossimo post tornerò alle rubriche più classiche, quelle per cui ho aperto questo spazio che, piaccia o no, serve anzitutto a me.

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