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sabato 2 gennaio 2016

Sulla scia di… don Fabrizio De Michino

La copertina del libretto
fatto stampare in ricordo di don Fabrizio
Mi è venuta l’idea di aprire l’ennesima rubrica, dedicandola alle mie visite sui luoghi dei Testimoni nei quali mi sono imbattuta. Precisamente, è sorta quando mi sono decisa ad andare alla Basilica di Maria SS. della Neve a Ponticelli, il quartiere di Napoli dove ha trascorso il suo ministero don Fabrizio De Michino, deceduto appena due anni fa per una rara forma tumorale, diventato famoso per una lettera indirizzata a papa Francesco.
Come scrivevo il giorno dopo aver saputo della sua morte, avrei voluto approfondire la sua storia per due motivi: anzitutto, per il mio particolare interesse circa le vite dei sacerdoti e seminaristi scomparsi in giovane età, poi per il fatto che il paese dove passo le vacanze, Portici, non è tanto distante da Ponticelli, dove lui fu vicario parrocchiale. Lo scorso 20 agosto, accompagnata da mia madre, mi sono quindi diretta lì coi mezzi pubblici, ma pubblico solo ora il resoconto, scritto a caldo, della mia visita. Mi scuso se non ci sono fotografie, ma l’idea di scrivere il post mi è venuta una volta giunta a casa.

Il tragitto è durato appena venti minuti, ma ho cercato di arrivare in tempo utile per partecipare alla Messa. Passando di fronte a uno spiazzo a destra della chiesa, ho notato una targa di ottone con la dicitura “Largo don Fabrizio De Michino”. Ammetto che la mia prima reazione è stata allibita: è morto da così poco e già gli hanno dedicato un tratto di strada!
Ho quindi fatto il mio ingresso nella basilica, passando accanto a un gruppetto di giovani. Mi è venuto spontaneo domandarmi come il don abbia provato a farli passare dai gradini dell’edificio all’interno, se gli sia accaduto di sedersi accanto a loro, se qualcuno di loro l’avesse mai incontrato.
Appena entrata, ho salutato il Padrone di casa e mi sono fermata un momento a pregare, poi mi sono alzata per girare tra le navate. In verità, ero lì per un altro scopo: mentre ero ancora a casa mia, nel tentativo di capire come fare per arrivare, avevo letto sulla pagina ufficiale Facebook della parrocchia che era stato da poco aperta la fase diocesana del processo di beatificazione di don Agostino Cozzolino, parroco del luogo fino alla sua morte, avvenuta nel 1984. Di conseguenza, ho prelevato alcuni dei santini collocati nel punto in cui immagino si trasleranno i suoi resti (dico così perché la cappella era chiusa da un lenzuolo, quindi non vedevo nulla oltre a quello).
Mentre proseguivo la visita, ho notato che c’era un sacerdote intento a leggere il Breviario: era il parroco, don Ciro. L’iniziale confessione si è trasformata in un colloquio, appena il reverendo ha sentito che ero lì per vedere il luogo dove aveva operato il suo vicario. Non penso che, nel periodo sinora trascorso, sia accaduto tanto spesso che venisse gente da fuori o comunque dal Nord Italia per saperne di più, anche in seguito alle trasmissioni che TV2000 ha dedicato a lui, compresa una breve menzione durante Bel tempo si spera dello scorso 11 giugno, che riporto volentieri.


Don Ciro era interessato al mio racconto, ma ha dovuto interromperlo perché doveva prepararsi per esporre il Santissimo Sacramento: al giovedì, infatti, c’è un’ora di Adorazione Eucaristica, cui segue la Messa. Prima di andarsene, però, mi ha chiesto di poter tornare un’altra volta prima di partire, per poter ricevere un libretto sul giovane sacerdote, da poco pubblicato.
Mentre contemplavo Gesù nell’ostensorio, mi è tornato alla mente che proprio quel giorno, nel 2005, ero a Colonia per la GMG. Ricordando le parole di papa Benedetto XVI che tanto mi segnarono, ho riconosciuto che, in fin dei conti, mi trovavo là per adorare il Signore perché attirata dalla luce di due sacerdoti che si sono spesi per la gente di Ponticelli, né più né meno di come i Magi hanno seguito la stella fino a trovarsi davanti la Madonna col Bambino, che nel mio caso troneggiavano nella nicchia dell’altare maggiore.
Il Vangelo del giorno per il Rito Romano prevedeva la parabola degli invitati al banchetto di nozze. Prima di offrire la sua riflessione, don Ciro ha chiesto ai presenti di trovare un punto del brano su cui meditare, ma senza dirlo apertamente a tutti. Personalmente, ho pensato agli invitati non ritenuti degni e a quello espulso dal banchetto perché privo dell’abito bello. Nell’esegesi del parroco, quest’abito consiste nelle opere di giustizia che ogni credente, nel proprio stato di vita, può compiere. Ho quindi ripensato a don Fabrizio, ma una vocina nel cervello, che aveva lo stesso timbro di quella del mio direttore spirituale, mi ha ricondotta a badare a me stessa: dopotutto, lui non c’è più, a differenza di me, che sono ancora in tempo a compiere tante altre azioni giuste e misericordiose al tempo stesso.
Finita la celebrazione, mi sono avvicinata alla sacrestia, dove mi aspettava la signora a cui, prima dell’Adorazione, avevo chiesto di procurarmi qualche santino della Madonna lì venerata. Non ho tardato a rivelarle il motivo della mia visita, causando un certo stupore in lei.
Dopo averla ringraziata, sono entrata per salutare don Ciro, alle prese con un’altra parrocchiana. Gli ho detto arrivederci, ma, proprio mentre guadagnavo l’uscita, mi ha fermata dicendo alla sua interlocutrice: «Sai perché questa signorina è venuta qui? Perché voleva vedere la chiesa di Fabrizio!». Mentre lei si stupiva esattamente come la sacrestana, io mi sentivo sprofondare dalla vergogna; d’altronde, non potevo negare che era proprio come aveva detto lui.
Dopo quella presentazione, si è allontanato per tornare, pochissimo dopo, col libretto promesso. Nel frattempo, quasi come scambio, ho passato alla signora un santino di Alessandro Galimberti: i dieci anni dalla sua scomparsa cadevano proprio nel giorno in cui ho letto l’articolo che riportava la lettera di don Fabrizio al Papa. Appena don Ciro mi ha dato l’opuscolo, mi sono nuovamente vergognata, dichiarandomi indegna di tale gentilezza: in fondo, potevo sembrare solo un’impicciona fissata coi preti morti. «Sei una piagnucolona?», ha chiesto il sacerdote, che aveva capito male perché, quando mi viene da commuovermi, parlo più velocemente di quanto già faccia di solito. Quel piccolo fraintendimento ha avuto il merito di farmi tornare il sorriso, mentre mia madre, da fuori, incalzava perché uscissi. L’ho fatto, non prima di aver promesso al parroco e alla signora che avrei pregato per loro.
A dire il vero, mi sono ricordata che avevo mandato, un mese dopo l’accaduto, un messaggio di posta elettronica all’indirizzo che avevo trovato sul sito della parrocchia, dove, oltre a segnalare il mio post, domandavo di poter ricevere un’immagine ricordo di don Fabrizio. Né don Ciro né la parrocchiana hanno affermato di averlo mai letto, quindi mi hanno invitata a segnalarlo di nuovo. Ho promesso che l’avrei fatto e che, già che c’ero, avrei dedicato un altro articolo a lui, o meglio, al racconto di quel mio passaggio da loro. Avrei voluto dire “pellegrinaggio”, ma ero andata in forma privata, benché accompagnata da mia madre unicamente perché lei conosce meglio quei luoghi.
Ho atteso un’ora e tre quarti prima che arrivasse l’autobus che mi riportasse a Portici. Tuttavia, ero soddisfatta per aver ricevuto quello che cercavo e, ancor di più, per essere ritornata alle motivazioni del mio interesse per i veri Testimoni.
Il giorno dopo, quando sono andata a trovare un giovane sacerdote che conosco, ho notato sulla sua scrivania lo stesso libriccino che avevo ricevuto. È stata la conferma di un’ipotesi che avevo formulato sulla base di altri indizi: lui e il vicario di Ponticelli sono stati compagni di studio e di ordinazione. Avrei voluto chiedergli altri dettagli, ma il tono con cui mi ha riferito di averlo conosciuto bene aveva ancora troppe sfumature di rimpianto. Penso proprio che, un giorno, sarà più disposto a raccontarmi qualche fatto interessante.
* * *
A cinque mesi da quella visita, mi sono decisa ad aprire per la prima volta il libretto. Ho avuto la stessa reazione di quando ho letto altre testimonianze analoghe, ma ho anche trovato la caratteristica specifica di don Fabrizio: l’insistenza sul tema del cuore, presente anche nei brani di preghiere tratte dai diari, nelle meditazioni precedenti il diaconato e il presbiterato, ma anche nei messaggi che scambiava coi suoi giovani nel periodo di assenza forzata dalla parrocchia.
Qualcosa mi dice che presto, se la sua buona fama continuerà, potrebbe uscire una pubblicazione ancora più grossa, che troverà certamente posto nello scaffale della mia biblioteca dedicata a quei giovani che, come lui e tanti altri, stanno probabilmente celebrando Messa in Cielo. 
Intanto, se anche a voi interessasse avere l’opuscolo, provate a contattare la parrocchia di Maria SS. della Neve o direttamente l’Associazione intitolata a don Fabrizio, però non sono sicurissima che sia ancora disponibile.

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