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sabato 19 maggio 2018

Squarci di testimonianze #22: i nuovi Santi e l’“effetto Bakhita”


Piazza San Pietro il 17 maggio 1992, giorno della beatificazione di Josemaría Escrivá de Balaguer e Giuseppina Bakhita
Fonte: Vita Più Speciale, n. 5, luglio-settembre 1992, p. 7
C’è una data per le prossime canonizzazioni: il 14 ottobre 2018, durante il Sinodo dei Vescovi sui giovani. Così ha decretato papa Francesco, nel Concistoro Ordinario Pubblico di oggi. Le supposizioni degli ultimi giorni sono quindi state cancellate da una notizia che, a ben vedere, ha del sorprendente: non solo i Beati Paolo VI e Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, ma anche i Beati Francesco Spinelli, Vincenzo Romano, Maria Caterina Kasper e Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù verranno iscritti nell’albo dei Santi lo stesso giorno.La facciata di San Pietro ha posto per gli arazzi di tutti, ma non tutti sono allo stesso modo conosciuti. In effetti, sui mezzi di comunicazione anche cattolici, quando c’è una cerimonia di canonizzazione per più personaggi ha maggiore risalto il nome di quello che ha fama – non nel senso tecnico di “fama di santità” – maggiore.
Personalmente, spero che per gli altri si realizzi quello che mi è venuto da chiamare “effetto Bakhita”. Leggendo la biografia di santa Giuseppina Bakhita, religiosa delle Figlie della Carità Canossiane, in vista del post che volevo dedicarle, mi è risultato evidente un fatto che conoscevo, ma su cui non avevo riflettuto attentamente: il 17 maggio 1992 fu beatificata con Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.
Scrive il biografo, Roberto Italo Zanini:

Un’accoppiata di santi, se così si può dire, che lascia perplessi coloro che hanno seguito le procedure per la beatificazione di madre Giuseppina. Ancora oggi Monsignor Antonio Casieri, all’epoca membro della Congregazione delle cause dei santi, ricorda che erano in molti a giudicare azzardata l’unione delle due beatificazioni. Il timore era che il grande e universalmente noto Fondatore dell’Opus Dei finisse per relegare nell’anonimato l’elevazione agli altari della sconosciuta schiava africana.
Invece accade qualcosa di straordinario. Il monsignore di origini nobili conosciuto in tutto il mondo, che il giorno della beatificazione riempie di gente piazza San Pietro, dà un “passaggio” a Bakhita e la fa conoscere al mondo. La folla che quel giorno giunge a Roma da tutti i continenti (duecentocinquanta mila persone) è quasi tutta per lui, ma Bakhita compie un altro dei suoi “miracoli dell’umiltà”. La sua storia entra nei cuori della gente dell’Opus, e quei cuori la portano nei loro Paesi d’origine. Bakhita, senza che nessuno organizzi un’opera di “promozione” della sua “immagine” (se ci sono consentiti i termini pubblicitari) raggiunge in questo modo i luoghi più remoti del pianeta così come le città più affollate.

Da Roberto Italo Zanini, Bakhita – Inchiesta su una santa per il 2000, San Paolo 2009, pp. 105-106.

Spero proprio, dunque, che questa scelta non metta in ombra i vissuti esemplari di questi due sacerdoti e di queste due religiose e fondatrici. Anzi, auspico che contribuisca a far capire che anche loro, come papa Montini e colui che a ottobre sarà ufficialmente “san Romero delle Americhe”, hanno mostrato un aspetto del volto di Cristo nella Chiesa e nella società del loro tempo.
Don Francesco Spinelli, ad esempio, mise al centro del suo operato il mistero dell’Eucaristia adorata, vissuta e celebrata. Anche quando questioni economiche lo allontanarono dal governo delle suore che aveva fondato, seppe rifarsi con la “vendetta dei santi”, ovvero perdonando. Oggi le Suore Adoratrici del SS. Sacramento lo considerano loro fondatore, ma immagino che sia una figura importante anche per le Suore Sacramentine di Bergamo, la cui fondatrice è santa Geltrude Comensoli, che fu sua stretta collaboratrice.
Don Vincenzo Romano, invece, non si è mai mosso dalla sua Torre del Greco, dove fu prima economo curato della parrocchia di Santa Croce, poi parroco. Eppure, è stato ugualmente missionario, attuando tecniche di evangelizzazione che non hanno nulla da invidiare all’“evangelizzazione di strada” portata avanti da alcuni movimenti religiosi, specie per i giovani. Curiosamente, come anche madre Maria Caterina Kasper, è stato beatificato proprio da Paolo VI: lui il 17 novembre 1963, lei il 16 aprile 1978. Prometto che quando andrò a trovare i miei parenti andrò a pregare nella sua parrocchia: in fondo, Torre del Greco non è lontana da Portici, dove alloggio quando sono in vacanza.
Madre Maria Caterina, invece, di umile famiglia tedesca, fu una lavoratrice instancabile sin dall’adolescenza. Era certa di volersi consacrare a Dio, ma non in una congregazione già esistente. Con l’appoggio dei suoi parrocchiani, costituì nel 1845 una comunità religiosa, le Povere Ancelle di Gesù Cristo, che ancora oggi curano anziani e malati. Anche una volta diventata superiora generale, non smise di avere uno stile di vita sobrio: per visitare le case della congregazione, in cui arrivava a sorpresa, si spostava in treno, ma nelle classi economiche, oppure a piedi. Fino a tarda età continuò a svolgere i servizi più ordinari, come se fosse ancora una contadina.
Infine, madre Nazaria Ignazia appartiene a quei Santi “dalla fine del mondo” che hanno contribuito a far circolare il Vangelo in America Latina tra Otto e Novecento, ispirandosi agli insegnamenti della Compagnia di Gesù. Già quand’era religiosa delle Piccole Suore degli Anziani Abbandonati, lei aveva iniziato a immaginare una schiera di fedeli che lottassero, al fianco del Papa e dei vescovi, per sostenere la Chiesa. La sua ispirazione divenne realtà il 16 giugno 1925, quando iniziò la vita comune con nove compagne, primo seme di quello che oggi è l’istituto delle Missionarie Crociate della Chiesa (in spagnolo, Misioneras Cruzadas de la Iglesia).
Beatificando Clelia Barbieri il 27 ottobre 1968, Paolo VI ha dichiarato:

Ma questa esatta impressione di piccolezza non dice tutto della nuova Beata, anzi non dice le ragioni dell’esaltazione, che meritamente la Chiesa oggi le tributa. Un’altra impressione succede, quella della scoperta. Avviene spesso nella vita dei Santi. I titoli della loro vera personalità bisogna scoprirli, e perciò bisogna cercarli. Quelli che credono che la santità abbia come manifestazione ordinaria il miracolo spesso si illudono. Il miracolo potrà verificarsi, e costituire il segno di virtù e di carismi straordinari, e quindi santità meritevole di speciale onore e di fiducioso credito. Ma questa santità dev’essere cercata in altre sue manifestazioni, le quali esigono nell’osservatore particolari condizioni di spirito, che sono poi quelle che da un lato rendono a lui benefico il culto dei Santi e dall’altro lo giustificano; cioè dev’essere cercata nella somiglianza, che il Santo riflette su di sé, di Cristo, il modello, il maestro, il vero Santo. Il culto dei Santi è una ricerca di Cristo in alcuni suoi seguaci, più fedeli e più favoriti.

Questo vale per tutti i Santi, non solo per coloro che, insieme a lui, verranno dichiarati tali il prossimo 14 ottobre.

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