Quello che ho imparato al convegno «Non c’è amore più grande – Martirio e offerta della vita» (Le 5 cose più #32)

 

Foto di Ciro Fusco

Come avevo anticipato nell’ultimo post, ho partecipato fino a ieri al convegno di studio Non c’è amore più grande – Martirio e offerta della vita, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi al Pontificio Istituto Augustinianum di Roma. Tengo a precisare di essermi iscritta pagando la regolare quota d’iscrizione, a scanso di facili equivoci.

A quello dello scorso anno, che aveva come tema La dimensione comunitaria della santità, avrei voluto prendere parte, ma proprio in quei giorni stavo affrontando una dura delusione nel mio cammino, tanto che avevo iniziato a pensare che, se anche fossi andata, non sarebbe cambiato nulla per me, neanche lavorativamente.

Stavolta, però, non intendevo mancare, sperando, tra l’altro, di avere argomenti utili sia per i miei articoli e post, sia per la revisione del libro Nuovi Martiri, che procede molto bene e sulla quale mi sono confrontata con i due autori, Luigi Accattoli e Ciro Fusco.

Anche in questi quattro giorni di convegno ho imparato moltissimo e non sono ancora riuscita a metabolizzare tutto. Tento ugualmente, però, di fissare cinque punti che mi avevano colpito all’interno degli interventi di teologi, esperti e giornalisti.

 

I martiri suscitano domande e sono contemporanei

L’introduzione del dottor Alessandro Gisotti, che ha moderato la prima giornata del convegno, conteneva un ricordo personale e una domanda. Il Vice Direttore Editoriale del Dicastero per la Comunicazione ha affermato che sin da ragazzino le storie dei martiri hanno posto in lui una domanda: “Io sarei capace di dare la vita per Gesù Cristo?”. Mentre per noi è quasi teorica, tale domanda, per molti altri cristiani, è qualcosa di assai più concreto.

Ho un vago ricordo di me che, da piccola, scrivevo sul mio diario dell’epoca che desideravo il martirio, proprio come le Sante vergini e martiri Lucia, Cecilia, Agnese, ma soprattutto come Maria Goretti. Quindi, per me, il martirio è stato da subito un concetto quasi contemporaneo; in fin dei conti, erano passati più o meno novant’anni quando ho sentito per la prima volta il racconto di quell’ultima Santa.

Invece il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ha sottolineato che la celebrazione ecumenica del 7 maggio 2000 ha avuto il merito di ricordare che il secolo appena concluso ha avuto un gran numero di martiri, molti dei quali rischiavano veramente di cadere nell’oblio.

 

I martiri non sono indifferenti né stoici

Nel suo intervento del primo giorno e nelle conclusioni dell’ultimo, il Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, il cardinal Marcello Semeraro (col quale ho avuto un breve scambio di battute: non credo si ricordasse di me, ma dell’essere stato a Milano per la beatificazione di Armida Barelli e don Mario Ciceri sì), ha rimarcato più volte che i martiri non sono persone indifferenti alle prove della vita, quasi fossero eredi dello stoicismo classico. Li differenzia un criterio fondamentale della loro esperienza: il fatto che danno la vita per amore.

Invece comunemente si pensa che il martire sia, appunto, un essere distaccato, che avanza verso la morte con noncuranza, proprio come in certe raffigurazioni medievali che ogni tanto compaiono sui social, accompagnate da commenti più o meno ironici, quando non beffardi. Una di esse era anche sul materiale che accompagnava il convegno: una miniatura da un manoscritto conservato al Trinity College di Dublino, che raffigura il supplizio di sant’Anfibalo, leggendario martire a cui è attribuita la conversione di sant’Albano d’Inghilterra.

 

I martiri, nella cultura popolare, non sono protagonisti

Tra gli interventi che aspettavo con più curiosità c’era quello del regista e produttore cinematografico Krysztof Pius Zanussi. Pensavo che avrebbe esaminato alcuni casi di film o sequenze di opere in cui venivano rappresentate storie di martiri: penso a Silence di Scorsese (che comunque ha citato), o a Un Dio negato e Poveda – Amico forte di Dio della Contracorriente Producciones, o al suo Vita per vita – Maximilian Kolbe.

Invece ha riferito, con parecchio rammarico, che nella cultura popolare i martiri sono raramente protagonisti della cultura di massa. Per un racconto che funzioni, anche al cinema, è necessario un elemento di drammaticità, che manca nel caso si sappia già come la storia va a finire.

In Vita per vita, invece, ho riconosciuto che la drammaticità c’era eccome: non tanto nella vicenda di padre Kolbe, quanto nella cornice, ossia nella storia di un giornalista che, nell’imminenza della canonizzazione, voleva capire perché lui venisse dichiarato Santo.

 

Donare la vita esige un ordine nell’amore

Lodovica Maria Zanet, a cui sarò per sempre grata per i suoi saggi e per i consigli che mi diede in un’intervista che ancora oggi vado a rileggere, ha portato un punto di vista antropologico sul dono della vita portato all’estremo.

Spero di poter rileggere presto l’integrale del suo contributo, oltre quelli degli altri: intanto, però, ho trattenuto il punto in cui ha ricordato che oggi ci vuole anche un ordo amoris, ossia regolare le proprie priorità in base all’amore, non al dovere.

A me invece accade più spesso di agire perché devo compiere un certo incarico o servizio e di dare priorità non tanto alla ricerca di un impiego regolare e retribuito, ma a tante piccole collaborazioni.

 

L’offerta della vita va dimostrata con prove concrete

Chi era accanto a me durante l’intervento di monsignor Fabio Fabene, Segretario del Dicastero delle Cause dei Santi, avrà visto che prendevo forsennatamente appunti, soprattutto nella seconda parte. 

Speravo proprio che chiarisse se ci sono cause in corso per offerta della vita, a partire dalla Lettera apostolica in forma di motu proprio Maiorem hac dilectionem, dell’11 luglio 2017. Inoltre, auspicavo che precisasse quali sono le storie in questione, così da aggiornare le relative schede per santiebeati.it o di crearne di nuove.

Mi rifaccio allora alle cifre indicate da monsignor Fabene e riportate da Mimmo Muolo di Avvenire, che ha anche moderato la giornata di mercoledì:

«Di esse, 4 provengono dagli Usa, 3 dall’Italia, 2 dall’Ecuador e 2 dalla Spagna, 1 dalla Polonia e 1 altra dal Brasile. Il numero complessivo è di 17 Servi di Dio: 1 cardinale, 10 sacerdoti (2 religiosi, 8 diocesani), 1 religiosa e 5 fedeli laici di diverse età. Sette cause provengono da un cambiamento di lemma, sei sono originali».

Inoltre è diventato più chiaro che l’offerta della vita dev’essere collegata a scelte verificabili, quali quelle di coloro che continuano a portare i Sacramenti ai malati anche in tempo di pestilenza (come i Servi di Dio Isidore Quémerais, Jean Pierre e Jean-Marie Biler, Louis Gergaud e François Le Vézouët, detti, a questo punto impropriamente, “martiri di Shreveport”, o il Servo di Dio Lodovico Altieri, predecessore ad Albano di Semeraro, il quale aprì la sua fase diocesana ma per virtù) o di quanti si espongono a un rischio sapendo di essere prossimi a morire (come l’unico finora Venerabile per offerta della vita, Franz de Castro Holzwarth).

Finalmente, mi viene da dire, è stato esplicitato che per il Servo di Dio Salvo D’Acquisto ora si segue questa via: il 12 febbraio 2022 è stato concesso il cambio di lemma, come si dice tecnicamente, ossia si è cambiato l’indirizzo della causa, mentre il 19 settembre 2024 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi.

Mi risulta quindi evidente che un caso come quello della Beata Laura Vicuña, che si offrì perché la madre si liberasse della situazione di peccato in cui viveva (oggi diremmo che era anche una “relazione tossica”) e poi si ammalò e morì, o della Beata Maria Gabriella Sagheddu, offertasi per l’unità dei cristiani e di lì a poco malata di tubercolosi, o di suor Kinga della Trasfigurazione, giovane carmelitana scalza di cui avevo scritto qui, non sono esempi ravvicinabili: la loro è più un’offerta spirituale, legata all’esercizio eroico delle virtù (ma per suor Kinga la causa non c’è).

Riguardo alle gestanti che affrontano le cure per forme di malattie gravissime chiedendo che non si danneggi il nascituro, invece, sembra più probabile pensare a quella via. Se avessi avuto a che fare con qualcuno della Postulazione generale dei Frati Minori, avrei chiesto se sia quindi il caso di cambiare lemma alla causa di Chiara Corbella Petrillo, ora che è in fase romana.

Mi domandavo se anche per il Servo di Dio Gino Pistoni non si fosse proceduto a chiederlo. La sua postulatrice, che avevo accanto a me martedì, mi ha risposto che a breve pubblicherà un articolo in cui racconterà nel dettaglio le fasi in corso della sua causa, comunque non menzionata da monsignor Fabene.

Seguendo i criteri chiariti nell’intervento, mi viene da capire che per Gino l’offerta non sarebbe quella firmata letteralmente col sangue sul suo tascapane, ma la scelta di mettere in salvo un nemico ferito, anche se avrebbe potuto morire lui stesso.

 

Nel post che conto di pubblicare domani, invece, racconterò gli incontri, gli scambi, le gioie e i piccoli sconforti che ho vissuto in questi giorni, insieme alla nuova possibilità che mi è stata offerta per parlare con papa Francesco e se io l’abbia sfruttata bene o meno.

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