Monsignor Guglielmo Giaquinta: la santità è un dono per tutti
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Chi è?
Guglielmo Giaquinta nacque a Noto, in provincia di Siracusa e diocesi di Noto, il 25 giugno 1914, ma fu registrato all’anagrafe tre giorni dopo coi nomi di Guglielmo Paolo Salvatore; era il terzo figlio di Gaetano Giaquinta, al tempo Maresciallo maggiore dell’Arma dei Carabinieri, e Maria Avorio.
Ricevette
la sua prima educazione religiosa a Noto, nel Collegio Ragusa, dov’era alunno
interno col fratello Rocco; nel 1925 si riunì ai genitori, che vivevano a Roma
dopo il congedo del padre dai Carabinieri.
L’anno
dopo fu iscritto nel Seminario Romano Minore come semiconvittore, diventando
interno dopo un altro anno; il 15 dicembre 1928 compì la vestizione clericale.
Il 24 ottobre 1933 passò al Seminario Romano Maggiore. A causa della morte di
papa Pio XI, la sua ordinazione sacerdotale e quella di altri nove diaconi fu
rimandata al 18 marzo 1939.
Dopo
l’ordinazione, don Guglielmo fu inviato alla Pontificia Università S.
Apollinare, per intraprendere gli studi giuridici; il 20 febbraio 1947 conseguì
la laurea in Diritto Canonico e Civile. Dal 1940 era confessore temporaneo
nella chiesa di Santa Maria ai Monti, dove si stabilì definitivamente quattro
anni più tardi, come Assistente della Gioventù Maschile di Azione Cattolica e,
successivamente, anche di quella Femminile.
Il 1°
dicembre 1946 divenne Promotore di Giustizia e Difensore del Vincolo nel
Tribunale del Vicariato di Roma, dove già lavorava dal maggio 1946, nella III
Sezione; nel marzo 1948 fu nominato monsignore, mentre l’11 febbraio 1949 fu
nominato pro-Rettore, quindi Rettore, della chiesa della Madonna di Loreto.
Ebbe altri incarichi di responsabilità nel Vicariato, culminati con la nomina a
Segretario, l’11 agosto 1961.
Ad
alcune delle giovani di Azione Cattolica di Santa Maria ai Monti, monsignor
Giaquinta aveva iniziato a parlare di un Istituto o di un’Opera che intendeva
fondare. Il 1° maggio 1947 presero dunque vita le Oblate Apostoliche Pro
Sanctitate e il Movimento Pro Sanctitate, con lo scopo di far riscoprire la
vocazione alla santità per tutti. Nel 1957 organizzò la prima Giornata della
Santificazione Universale.
Il 23
settembre 1968 monsignor Giaquinta ebbe la nomina vescovile: ricevuta
l’ordinazione il 1° novembre seguente, entrò solennemente, il 17 dello stesso
mese, nella diocesi di Tivoli, come amministratore apostolico; dal 18 marzo
1974 fu vescovo residenziale.
Cercò
di creare uno spirito di famiglia nella diocesi e di favorire l’unità del
clero. Fece parte della Commissione per il Clero della Conferenza Episcopale
Italiana e continuò a seguire il Movimento Pro Sanctitate nelle sue varie
articolazioni: le Oblate Apostoliche, gli Apostolici Sodales, sacerdoti, e gli
Animatori Sociali, laici.
Nel
1987, terminato il mandato, tornò a Roma, ma già dall’agosto 1979 aveva
manifestato i primi sintomi dell’AREB, una grave forma di aplasia midollare,
ossia una malattia del sangue. Ricoverato d’urgenza al Policlinico Gemelli di
Roma il 3 giugno 1994, morì il 15 giugno, poco prima di compiere ottant’anni.
L’inchiesta
diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione, per indagare
l’eroicità delle sue virtù, si svolse nel Vicariato di Roma, concludendosi il
12 febbraio 2021. I suoi resti
mortali, inizialmente sepolti nel cimitero del Verano, riposano dal 31 ottobre
2016 nella terza cappella della navata sinistra della chiesa di Santa Maria ai
Monti a Roma.
Cosa c’entra con
me?
La mia scoperta di monsignor Giaquinta è avvenuta in stretto collegamento con le vicissitudini vocazionali della mia migliore amica, che era stata consigliata di rivolgersi a un sacerdote molto esperto.
Mentre
facevo anticamera fuori dall’ufficio di quel monsignore, ho scorto alcune
riviste. Una in particolare mi colpì: era l’inserto al numero 10 (di ottobre
2007) della rivista Aggancio, mensile del Movimento Pro Sanctitate, che
conteneva alcuni sussidi per la solennità di Tutti i Santi. Prima di allora non
sapevo fosse la Giornata della Santificazione Universale, o più probabilmente
non lo ricordavo; di certo, non avevo mai sentito parlare di lui. Comunque, dato
che l’opuscolo era a disposizione, ho pensato di portarlo con me.
Ero
appena agli inizi della mia riscoperta di cosa significano i Santi per la
Chiesa e per me, avvenuta dopo essere tornata sana e salva dalla GMG di Colonia
ed essere sopravvissuta, nel dicembre del 2005, a un grave incidente stradale.
Pensavo quindi che facesse proprio al caso mio, ma non ricordo quali
impressioni mi avesse lasciato.
I
frutti del Movimento Pro Sanctitate mi hanno accompagnata negli anni seguenti,
quasi a singhiozzo: ad esempio, quando sono capitata sul sito della rivista Aggancio,
che però ha chiuso qualche anno fa, o quando ho sentito parlare della raccolta I
santi ci sono ancora, che comprendeva gli articoli firmati dal gesuita
padre Domenico Mondrone e pubblicati, a volte dietro sua insistenza, su La
Civiltà Cattolica.
Lo
scorso febbraio, il direttore della rivista Sacro Cuore VIVERE mi ha
chiesto di scrivere un articolo per la mia rubrica Cammini di santità,
su Bruno Cornacchiola,
il presunto veggente della Vergine della Rivelazione alle Tre Fontane di Roma.
Mentre
affrontavo la lettura del libro che il direttore stesso mi aveva spedito, vi ho
ritrovato monsignor Giaquinta: in quanto Promotore di Giustizia e Difensore del
Vincolo nel Tribunale del Vicariato di Roma, era stato incaricato di esaminare
Cornacchiola e i suoi tre bambini, che dichiaravano di aver visto, il 12 aprile
1947, una “bella Signora” in una delle grotte naturali della località Tre
Fontane.
Di
fronte a lui e agli altri due monsignori (titolo che lui non aveva ancora; lo
ebbe nel 1948) che facevano parte del Tribunale Ecclesiastico, uno dei bambini,
Gianfranco, ha affermato che la figura che aveva avuto davanti era «de
ciccia» (ovvero in carne e ossa), che «masticava la cicca americana»
(ovvero parlava, ma lui non udiva il suono delle sue parole) e «faceva il
compito» (perché aveva con sé, sul petto, un piccolo libro). Espressioni così
ingenue l’hanno portato a formulare un giudizio di credibilità sull’accaduto.
Alcuni
giorni dopo aver terminato il libro sulla storia di Cornacchiola, mi sono
ritrovata a partire per Roma: come ho raccontato qui, il vaticanista in pensione Luigi
Accattoli mi aveva coinvolta nella revisione del suo libro Nuovi Martiri
e aveva concordato un incontro con monsignor Giuseppe Baturi, Segretario
generale della Conferenza Episcopale Italiana, a cui avrebbero partecipato lui,
il collega Ciro Fusco e io.
La
mattina della mia partenza per tornare a casa, mercoledì 28 febbraio, sono
stata accompagnata da Accattoli a visitare la chiesa di Santa Maria ai Monti,
la sua parrocchia. Mentre aspettavo che finisse di parlare col viceparroco, ho
iniziato ad aggirarmi per le navate: a metà di quella sinistra, mi sono fermata
perché avevo visto una stele in metallo col volto di monsignor Giaquinta; a
breve distanza, c’era la sua tomba. Dato che di lui sapevo poco o nulla, mi è
venuto naturale chiedermi perché fosse sepolto lì. Ho preso un paio di
foglietti con la preghiera per chiedere la sua intercessione, pensando che
magari, tornata a casa, avrei chiesto altre immaginette.
Di lì a
poco, ha fatto la sua comparsa una signora, Maria Luisa, che Accattoli mi ha
presentato come una delle Oblate Apostoliche Pro Sanctitate che custodiscono la
casa in cui morì san Benedetto Giuseppe Labre, del quale sapevo qualcosina in
più. Le ha chiesto di poterci accompagnare là, così lei ha provato a vedere se
in casa ci fosse una delle altre Oblate.
Qualche
istante più tardi, è tornata da noi: aveva in mano una biografia del suo
fondatore e altri santini da darmi, senza nemmeno che glieli chiedessi. Ho
raccontato qui come quella visita abbia rinsaldato il mio legame con Labre; a ben vedere, è
stata anche il tramite perché approfondissi la vicenda di monsignor Giaquinta e
m’interrogassi su cosa essa potesse dire alla mia vita.
Ho
aspettato tre mesi prima di cominciare la lettura della biografia, sia per i
miei altri impegni, sia perché mi ero accorta degli anniversari tondi sia della
morte, sia della nascita. Per il secondo avevo programmato un altro post,
quindi ho puntato sul primo, ma anche quello è saltato. A quel punto, dato che
il post era comunque in bozza, anche se incompleto, l’ho spostato al 1°
novembre.
La
lettura della biografia mi ha dato un assaggio della sua personalità
multiforme, delle varie modalità con cui si è concretizzato il suo impegno
nella Chiesa, ma anche le circostanze in cui ha sofferto perché incompreso e
frainteso soprattutto a causa del suo carattere, che molti percepivano come severo
(non l’avrei mai detto: nelle foto del libro sorride molto spesso).
A un
vescovo, in effetti, basta poco per essere oggetto di critiche: lui le ha
affrontate restando fedele alla Chiesa di Tivoli come sua “sposa”, anche se
avrebbe potuto benissimo chiedere un trasferimento, magari a una sede
considerata più prestigiosa.
Ora che
conosco un po’ di più della sua spiritualità, mi pare di trovarla molto affine
a quella dei padri Vocazionisti e delle Suore Vocazioniste fondati da san Giustino Russolillo,
del quale fu contemporaneo, anche se con qualche divergenza: don Giustino
partiva dal sostegno alle vocazioni povere per arrivare alla comune chiamata
alla santità, don Guglielmo dalla santificazione universale vista come mezzo
per salvare il mondo. So che la Storia, nemmeno quella delle persone sante, non
si fa con i “se”, ma sarebbe stato bello se loro si fossero conosciuti; o
meglio, magari è successo, ma non ne ho notizia.
Sono
invece certi i legami di don Guglielmo con due futuri Santi, proprio quando non
sapeva se fondare la Pro Sanctitate o meno: scrisse a san Giovanni Calabria,
che gli rispose positivamente, e incontrò san Pio da Pietrelcina, dal quale
ricevette analoghi incoraggiamenti. La biografia attesta poi che ebbe contatti
anche con la Beata Speranza di Gesù.
Pochi
giorni fa, parlavo con una mia amica ricordando il mio ultimo passaggio per
Roma. Non ricordo più come ci sono arrivata, ma ho finito per menzionare le
Oblate Apostoliche; credendo che non le conoscesse, ero sul punto di spiegarle
chi fossero, ma lei mi ha risposto di averne conosciute alcune, nel corso dei
suoi studi. Mi è parso un ulteriore aggancio – non uso un termine a caso – tra
me e questo Testimone, che tanti considerano profeta della santità universale.
Il suo Vangelo
L’annuncio evangelico nella vita del Servo di Dio passa necessariamente per quello della comune chiamata alla santità di ogni fedele, indipendentemente dallo stato di vita. È un concetto che ha avuto autorevoli conferme magisteriali, dal quinto capitolo della Lumen Gentium alla Gaudete et exsultate, ma che in lui si è fatto pressante in tempi veramente non sospetti, ma nei quali c’era qualche fermento (come il caso di don Russolillo di cui sopra).
Da quel
che ho capito, per lui la santità non si traduceva in qualcosa da ottenere a
colpi di sforzi e di pratiche penitenziali: invece, era un dono dell’amore di
Dio, a cui il cuore umano era chiamato a rispondere. In questo modo, anche la
società sarebbe stata rinnovata, se tutti gli uomini si fossero riconosciuti
fratelli tra loro.
Inoltre,
proprio negli anni in cui pareva che il suo ministero si limitasse a impegni di
Curia e agli incarichi parrocchiali, aveva intuito, incontrando tante giovani
con i loro sogni e i loro desideri, che per molte di loro poteva esserci una
via nuova da esplorare e che non consistesse necessariamente nel prendere il
velo.
Anche
se poteva apparire rigido, nel fondo del suo animo sentiva compassione e
tenerezza anche per chi gli faceva del male, come i preti che firmarono un
documento anonimo nel quale riportavano critiche aspre al suo episcopato.
Scelse
proprio la solennità di Tutti i Santi del 1987 per annunciare – era già malato
– la fine del suo ministero episcopale a Tivoli. Pronunciò una frase che può
valere come la sintesi del suo programma spirituale:
Nel donarci, nel
servire, nel lasciarci condurre dallo Spirito, in questo contatto dolce con il
Padre che è nei cieli, troviamo la santità.
Con una
battuta, che spero non suoni irriverente, mi viene da esclamare: parole sante!
Per saperne di più
Maria Mazzei, Una vita di luce - Biografia di Guglielmo Giaquinta Vescovo e Fondatore, Pro Sanctitate Edizioni-Tau Editrice 2014, pp. 256, € 15,00.
La
biografia uscita per il centenario della nascita e il cinquantesimo della
morte, con molte testimonianze e citazioni dalle sue meditazioni, dalle
preghiere e dagli scritti.
Guglielmo
Giaquinta, Il Cenacolo, Pro Sanctitate Edizioni 2009, pp. 240, € 12,00.
Opera
che costituisce il vertice del suo itinerario teologico-spirituale, sulla
missione della Chiesa nel mondo.
Guglielmo
Giaquinta, Preghiere, Pro Sanctitate Edizioni 2006, pp. 148, € 5,00.
Raccolta
delle sue preghiere.
Su Internet
Sito ufficiale della sua causa
Sito del Movimento Pro Sanctitate
Sito delle Oblate Apostoliche Pro Sanctitate
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