Madre Maria Costanza Panas, come un canale della bontà di Dio (Corona d’Avvento dei Testimoni 2024 #3)

Immagine ricavata dal manifesto
del Convegno Madre Costanza e le donne del 1990
(autore fra Fabio Furiasse, OFM Cap)
(fonte)

Chi è?

Agnese Pacifica Panas nacque ad Alano di Piave, in provincia di Belluno e diocesi di Padova, il 5 gennaio 1896, da Antonio Benvenuto Panas e da Maria Biasotto, di professione tessitori. Per cercare un lavoro migliore, i genitori decisero di emigrare negli Stati Uniti: affidarono quindi la figlia a don Angelo Panas, fratello del padre e cappellano (viceparroco) ad Asiago e poi arciprete a Enego, nonché alle cure della nutrice Onorina; entrambi i coniugi rientrarono nel 1910.

Agnese studiò dalle Madri Canossiane a Feltre e a Vicenza, ma per le superiori dovette iscriversi all’istituto “Niccolò Tommaseo” di Vicenza, perché le Canossiane non garantivano, nel loro istituto vicentino, l’intero corso di studi. Si appassionò alla cultura e alla lettura, soprattutto degli autori italiani più noti al tempo, ma avvertì un vuoto nel cuore sempre più crescente, unito a una certa dose di pessimismo.

Nel 1913, dopo il diploma, divenne maestra a Conetta, in provincia di Venezia. L’incontro con don Luigi Fritz, Oblato della diocesi di Padova, venuto a predicare nella parrocchia dello zio don Angelo, contribuì a farle percepire l’importanza del rapporto con Dio e della preghiera: si affidò quindi alla sua guida spirituale e promise che, da quel momento in poi, non avrebbe più scritto se non di argomenti religiosi.

Col tempo, capì di doversi consacrare interamente al Signore. Don Fritz, durante le sue predicazioni, aveva conosciuto le Clarisse Cappuccine di Fabriano e la mise in contatto con loro. Tuttavia, i familiari non compresero questa scelta.

L’11 ottobre 1917, accompagnata dal direttore spirituale, Agnese entrò nel monastero di San Romualdo a Fabriano. Il 18 aprile 1918 vestì l’abito delle Cappuccine ed emise la professione religiosa: da allora fu suor Maria Costanza del Divino Maestro.

Dopo alcuni anni in cui s’impegnò nei servizi di cuciniera, guardarobiera e giardiniera, venne eletta maestra delle novizie: aveva appena trentun anni. Nel 1936 iniziò il suo governo come abbadessa, durato sedici anni e col permesso della Santa Sede, eccetto nel triennio dal 1952 al 1955. Tra l’aprile e il novembre 1942, su richiesta dell’arcivescovo di Ferrara, dovette guidare il monastero delle Cappuccine di quella città, che si trovava in una grave crisi.

Decisa a rispettare quello che aveva chiamato “voto della penna”, scrisse di suo pugno ottantotto opuscoli di carattere ascetico, destinati soprattutto alle sue monache, ma anche a quanti, di ogni genere e stato di vita, ricorrevano al suo consiglio.

Negli ultimi anni di vita attraversò sofferenze morali e fisiche, compresa un’artrite deformante che le impedì di continuare a scrivere, e guidò le monache nelle riforme riguardanti la vita consacrata e claustrale. Morì nel sonno il 28 maggio 1963, all’interno del monastero.

Madre Maria Costanza fu beatificata nella cattedrale di San Venanzio a Fabriano il 9 ottobre 2022, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa di San Bartolomeo a Fabriano, ex chiesa del monastero (le Clarisse Cappuccine lo hanno lasciato nel 2017, trasferendosi a Primiero San Martino di Castrozza, Trento), mentre la sua memoria liturgica ricorre il 28 maggio, giorno della sua nascita al Cielo.

 

Cosa c’entra con me?

Ci sono storie di cui difficilmente m’interesserei, se non mi venisse chiesto di occuparmene, oppure che finisco col prendermi a cuore quando mi accorgo che le informazioni che circolano su di esse, specie in vista della beatificazione o della canonizzazione, sono incomplete o imprecise. Quella di madre Maria Costanza è proprio una di queste.

Non mi pare, infatti, di aver mai sentito parlare di lei prima di aver letto il suo nome tra i Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi, l’11 ottobre 2016, data del decreto sulle virtù eroiche. Non è stato allora, però, che mi sono decisa a correggere il suo profilo sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni, ma dopo il decreto sul miracolo, promulgato il 18 febbraio 2022, anzi, neanche dopo quella notizia. Già leggendo quello che era presente online al momento, oltre che sul sito del Dicastero delle Cause dei Santi, mi era comunque sorta una certa curiosità.

Mi sono data veramente da fare solo dopo che, il 23 febbraio 2023, era stato promulgato il decreto con cui veniva dichiarato Venerabile padre Giuseppe da Sant’Elpidio, un cappuccino marchigiano. Cercando informazioni sul suo conto, ho scoperto che condivideva il vicepostulatore proprio con madre Maria Costanza: solo allora mi sono accorta di non aver aggiornato la sua scheda, nonostante la beatificazione fosse avvenuta pochi mesi prima.

Ho quindi scritto al frate vicepostulatore, trovandolo molto ben disposto a controllare i miei testi, ma non nell’immediato. Ho atteso per un po’, ma altre questioni mi hanno tenuta a mia volta impegnata. Non avevo però dimenticato entrambe le storie, specie quella della monaca, soprattutto dopo che avevo scoperto che il frate aveva dato alle stampe una sua piccola biografia.

Due settimane fa l’ho visto comparire in televisione, nella puntata di Verso gli altari di Padre Pio TV, proprio per parlare di madre Maria Costanza. Ho cercato i file che aspettavano la revisione e glieli ho mandati non appena il collegamento Skype con la trasmissione si è concluso.

Nemmeno lui si era dimenticato di quella promessa, rendendomi molto felice. Ho colto quindi l’occasione per chiedergli una copia del libretto che avevo visto, insieme agli immancabili santini: in questo modo, mi sarei resa conto ancora meglio dei punti di contatto tra me e madre Maria Costanza.

Il principale è collegato al suo “voto della penna”, ossia la scelta di scrivere solo di Gesù e per Gesù: non ho formulato nulla del genere, ma di fatto scrivo prevalentemente con lo stesso intento che animò la giovane Agnese. Come lei, che si decise a tagliare di netto i ponti col suo passato (ma non aveva mai rinnegato i propri valori morali), anche per quanto riguardava i contenuti dei suoi scritti, ho cambiato prospettiva: se da adolescente immaginavo di diventare una presentatrice televisiva esperta di musica, così da avvicinare i miei cantanti preferiti e intervistarli con un’impeccabile pronuncia inglese, in gioventù ho capito di dovermi spendere per annunciare il bello e il bene presente nella Chiesa di ieri e di oggi.

Del resto, la giovane maestra, influenzata dalle opere di autori come Giovanni Verga o Gabriele d’Annunzio, come anche dai popolarissimi romanzi di Carolina Invernizio, si era a sua volta prodotta in novelle dalle quali traspariva un’innegabile inquietudine, sfociata però in quel «forte e inguaribile pessimismo» che successivamente confidò a don Luigi Fritz. Verrebbe quasi da ravvicinarla a quei giovani che finiscono col pensare e con l’esprimersi come i personaggi che seguono attraverso i media, magari inseguendo una fama transitoria o che non arriverà mai.

Da un’altra lettera di don Fritz, si deduce che lei non avesse rinnegato la fede, ma che la sentisse «attutita»: il rapporto epistolare e personale con quel direttore spirituale ha contribuito a riaccenderla, proprio com’è successo a me, passata, con l’aiuto di chi mi guida da anni, da una religiosità abitudinaria a una fede espressa mediante i talenti che Dio mi ha donato.

Sempre grazie al libretto del vicepostulatore, ho appurato che, una volta entrata in monastero e superato lo smarrimento iniziale, suor Maria Costanza è passata letteralmente dalle parole ai fatti. Pur continuando a scrivere, è stata chiamata a responsabilità sempre più grandi, compreso il temporaneo trasferimento a Ferrara.

Inoltre, ha espresso ancora più direttamente il suo amore per la Chiesa: in anni di rinnovamento per la vita consacrata, ha avuto le sue perplessità, ma ha poi capito di doversi fidare pienamente di quanto sarebbe stato disposto, perché Dio voleva così.

Infine, per quel che concerne più direttamente la beatificazione e i legami nella Comunione dei Santi, mi ha sorpresa ricordare che, un anno esatto prima della solenne celebrazione a Fabriano, era stata beatificata madre Maria Lorenza Longo, la fondatrice delle Clarisse Cappuccine. Anche la sua è una storia che vorrei trattare, ma penso che la riprenderò se, una volta tornata a Napoli dai miei parenti, potrò visitare la chiesa del protomonastero detto “delle Trentatrè”.

Prima di leggere la piccola biografia, quando mi ero messa d’impegno a correggere il testo per santiebeati, avevo trovato un aspetto curioso, che piacerà sicuramente a quelli che amano trovare collegamenti tra le storie sante e le pietanze culinarie. Madre Maria Costanza, negli anni in cui fu cuciniera, divenne abilissima a preparare il pancotto, una pietanza povera a base di pane raffermo (qui la ricetta del pancotto alla marchigiana).

Monsignor Giovanni Maria Tarulli, suo direttore spirituale straordinario, l’aveva soprannominata “Dottor Pancotto”, unendo quindi le sue doti migliori: la sapienza con cui indirizzava tante persone, compresi i sacerdoti che appunto quel monsignore le inviava, e la competenza tra i fornelli.

La diocesi di Fabriano-Matelica, in preparazione alla beatificazione, le aveva dedicato parte del Convegno pastorale diocesano Nessun limite alla fantasia di Dio. Nell’incontro svolto in cattedrale il 23 settembre 2022 parla proprio il vicepostulatore: eccolo qui sotto.

 

 

 

Il suo Vangelo

Da quel che ho capito di lei, la Beata Maria Costanza ha messo al centro il Vangelo soprattutto dopo l’ingresso in monastero, ma non l’aveva mai trascurato, neanche negli anni di fede “attutita”: aveva riscontrato, infatti, come uno scollamento tra l’educazione ricevuta dalle Canossiane e dallo zio prete e quello che la società del tempo suggeriva per le donne come lei.

La scelta della clausura non è stata una fuga, come si potrebbe pensare dati i suoi trascorsi, ma l’espressione del desiderio di afferrare il Signore e di non lasciarlo mai più. Fu tale la sua determinazione che, oltre ai tre voti canonici, emise vari atti di affidamento privati: quello già citato, ossia di non scrivere se non di Gesù e per Gesù, quello di totale abbandono al Padre, quello di scegliere in ogni occasione l’azione più corrispondente alla volontà di Dio (il “voto del più perfetto”) e quello con cui donava la propria vita per le anime.

Tutti questi voti sono stati l’ossatura della sua donazione, espressa con la penna e con i colloqui diretti, di cui tantissimi fedeli hanno beneficiato. In questo modo, sentiva di continuare la missione con cui Gesù era venuto nel mondo.

Il tema dell’Incarnazione è molto presente nei suoi scritti ascetici, editi e inediti. Me ne sono resa conto ancora di più quando ho chiesto al vicepostulatore di aiutarmi a collocare la Beata nella mia Corona d’Avvento dei Testimoni: mi ha mandato una serie di pagine, nelle quali ho avuto davvero l’imbarazzo della scelta.

Alla fine ho selezionato questo pensiero, tratto dall’opera I dodici mesi dell’anno della religiosa, precisamente dalle pagine corrispondenti alla data di oggi, 15 dicembre:

Abbiamo una dolce responsabilità entrando nella corrente di grazia del Verbo incarnato, perché egli ha voluto creare una viva comunione fra noi, per cui il contatto reciproco può inturgidire e può limitare l’effetto della grazia. Siamo, dunque, canali spaziosi, larghi, diritti, in modo che chi s’accosta a noi senta l’efficacia del Cristo, che si comunica dal buon esempio, dalla parola, dalla persona, dall’invisibile, ma vivo amore, che ferve nel centro dell’anima!

Come tutte le anime grandi e virtuose, lei non lo sapeva, ma con quelle parole stava tracciando il proprio ritratto.

 

Per saperne di più

Lorenzo Carloni, Beata Maria Costanza Panas – Clarissa Cappuccina, Velar 2023, pp. 48, € 5,00.

La sua vita in breve nel racconto del vicepostulatore, con estratti dai suoi scritti.

 

Su Internet

Pagina su di lei sul sito del Dicastero delle Cause dei Santi, con un profilo biografico, il decreto sulle virtù, il decreto sul martirio e i collegamenti all’omelia per la beatificazione.

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