Il maggiordomo nero e il Gesù Bambino della Duchesca (una storia napoletana di Natale)

 

Spero che renda l'idea 

Per questo Natale ho pensato di pubblicare un racconto, diverso da quelli che altre volte ho scritto e regalato ad amici vari, come quello su una recita di Natale che non andava proprio per il verso giusto (cliccate qui per leggere La mezzanotte... comica).

L’ispirazione mi è venuta il 1° febbraio di quest’anno. Avevo intenzione di andare a Messa in Duomo perché era la memoria liturgica del Beato Andrea Carlo Ferrari e avevo un appuntamento in centro, ma per un contrattempo non ce l’ho fatta. Ho quindi pensato di andare nella chiesa di Sant’Alessandro, retta dai padri Barnabiti, non lontano dal mio appuntamento, perché lì la Messa era alle 18.

Ho partecipato alla Messa, ma mentre uscivo di chiesa mi sono accorta che c’era ancora lì il presepe: era magnifico, di scuola napoletana, con i “pastori”, ossia i personaggi, vestiti di stoffa. Mi sono un po’ commossa, pensando che un mio zio, morto alcuni mesi prima e appassionato presepista, l’avrebbe sicuramente apprezzato.

Nella penombra della chiesa, mi sono accorta di un cartello dov’erano descritti i simboli di quel presepe: le due tortore che ricordavano l’episodio della Presentazione al Tempio, o l’agnello legato, simbolo cristologico.

L’ultima riga, però, conteneva una frase assai enigmatica: «Il maggiordomo nero rimanda alla pia tradizione della sua conversione dopo che Gesù Bambino nel presepe gli aveva parlato (Miracolo del Bambino della Duchesca, Napoli)». Guardando bene, tra i personaggi ho proprio visto un uomo di colore (anzi, «di colore nero»: vediamo chi coglie la citazione...), che teneva al guinzaglio un cane.

Pur conoscendo bene le tradizioni natalizie napoletane per ragioni di famiglia e avendo visitato molte chiese di lì nel periodo natalizio, non conoscevo affatto questa storia leggendaria.

Ho fotografato il cartello e sono uscita di chiesa, dandomi immediatamente alla ricerca online: “maggiordomo+nero” + “bambino+duchesca”, niente; “Gesù+bambino+Duchesca” neppure, “Gesù+bambino”+Duchessa” figurarsi, “miracolo+duchesca” men che meno.

Ho allora pensato di tornare in chiesa: forse c’era ancora il sacerdote che aveva celebrato e poteva aiutarmi. Neanche a farlo apposta, fuori di chiesa c’era lui con le quattro signore che avevano intonato i canti per quella celebrazione.

Prima di tutto gli ho ricordato che due mesi prima mi ero confessata da lui: avevo esordito esclamando che non avevo motivi per ringraziare il Signore e che nella mia vita tutto andava storto, ma poco dopo avevano iniziato a succedermi tante cose per cui rendere grazie.

Gli ho subito dopo chiesto se conoscesse la storia del maggiordomo nero: ha risposto di andare in chiesa a leggerla, ma io avevo già fotografato il cartello. Affermò che ne sapeva quanto me, ma che forse avrebbe potuto aiutarmi la persona che aveva allestito il presepe, ma in quel momento non poteva contattarla.

Continuando le mie ricerche, ho appreso che alla Duchesca c’era una chiesa con un Gesù Bambino di legno molto venerato dalle partorienti (vedi qui) e con un presepe che veniva rinnovato ogni anno; anzi, era il primo con figure articolabili, realizzato nel 1627, nonché il primo che ogni anno veniva smontato e rimontato.

Se ho capito bene, la chiesa in questione è Santa Maria di Caravaggio in piazza Dante, che passò ai Barnabiti nel 1821. In quella chiesa sono venerati i resti di san Francesco Saverio Maria Bianchi, il barnabita chiamato proprio “l’apostolo di Napoli”; l’anno prossimo ricorrerà il duecentodecimo anniversario della sua nascita al Cielo.

Ho provato anche a sentire un mio contatto all’Archivio Storico Diocesano di Napoli, ma nemmeno lui conosceva quella vicenda, e neanche il postulatore generale dei Barnabiti. Ho chiesto a un altro sacerdote di Sant’Alessandro, il quale mi aveva promesso di mettermi in contatto col presepista, ma a oggi non ho avuto nessuna risposta (peraltro, il presepe di quest’anno non ha il “pastore” del maggiordomo).

A quel punto, ho iniziato a concepire una mia versione della leggenda, con la quale rivolgo a voi tutti che mi leggete il mio augurio di buon Natale. Ovviamente, se scoprirò la vera storia, aggiornerò il post.

 

* * *

 

Era da molti anni che Kunté si trovava a Napoli. Quella città di mare, così caotica e complicata, non era mai diventata del tutto casa sua. Ci era arrivato dopo che, un giorno, suo padre aveva di portarlo al mercato degli schiavi, affinché fosse venduto: la loro famiglia non poteva permettersi una bocca in più da sfamare.

Di padrone in padrone, era finito nella casa di don Agrippino, un nobiluomo che aveva bisogno di qualcuno che lavorasse a stretto contatto con lui, nell’amministrazione dei suoi possedimenti sparsi per il Regno di Napoli. Kunté era sveglio, attento e scrupoloso: aveva imparato a esserlo, altrimenti i suoi precedenti padroni l’avrebbero punito, picchiandolo e costringendolo alla fame; ne portava ancora i segni sul suo corpo.

Don Agrippino aveva preso a volergli davvero bene: non lo considerava quasi più come un suo sottoposto, ma un membro della famiglia. Forse era così perché lui e sua moglie, donna Elena, non riuscivano proprio ad avere figli: avevano tentato ogni rimedio possibile, ma alla fine si erano arresi.

Non del tutto, però: un’amica di donna Elena le aveva raccontato che nella chiesa degli Scolopi alla Duchesca c’era un Gesù Bambino molto venerato soprattutto dalle donne sterili. Lei ne parlò a sua volta a don Agrippino, il quale comunicò a Kunté:

-            Preparati: domani andiamo alla chiesa degli Scolopi, da quel Gesù Bambino miracoloso!

Il maggiordomo pensò tra sé:

-            Questi napoletani pregano il loro Dio solo quando vogliono avere qualche miracolo e vanno alla ricerca di continui prodigi. Però mi conviene obbedire, o perderò la fiducia dei padroni.

Il giorno dopo, don Agrippino e donna Elena si prepararono per quel piccolo pellegrinaggio. Vollero che Kunté portasse con loro Tino, il loro cane, che vezzeggiavano oltre ogni dire. Mentre lo teneva per il guinzaglio, il maggiordomo continuava a pensare:

-            Chissà perché i padroni vogliono a tutti i costi avere un figlio. Nel mio paese i bambini non erano tanto amati, anzi, meno ce n’erano meglio era. Se solo mio padre non avesse preso quella decisione…

Immerso nei suoi pensieri, non si accorse che Tino gli era sfuggito di mano e aveva iniziato a correre di gran carriera. Subito si diede all’inseguimento:

-            Per favore, bello, fermati! Manca poco alla chiesa!

Il cane, continuando a correre, entrò proprio nella chiesa dove lui e i padroni erano diretti. Kunté, ansimando, entrò anche lui. L’aria della chiesa profumava d’incenso, mentre molte candele illuminavano l’interno. Cominciò a guardarsi intorno, alla ricerca dell’animale; non pensava giusto urlare, per non disturbare la gente che pregava.

Una luce ancora più forte sembrava provenire da uno degli altari: fu lì che il maggiordomo ritrovò il cane. Lo strattonò per il guinzaglio, provò a sollevarlo di peso, ma non si muoveva neanche di un millimetro.

Fu allora che gli parve di sentire una vocina sottilissima:

-            Benvenuto! Era da tanto che ti aspettavo!

Perdendo la calma che aveva faticato a mantenere, Kunté gridò:

-            Chi è? Chi sta parlando?

-            Sono io, non vedi?

La luce si diradò quel tanto che bastava affinché il maggiordomo scorgesse una statuetta di legno, che raffigurava Gesù Bambino in fasce.

-            Volevo proprio che tu arrivassi qui. So che la tua vita ha avuto tanti problemi e che, molto spesso, non riuscivi proprio a capire perché ti capitasse tutto quello che hai vissuto: la schiavitù, il viaggio in mare, le botte, le punizioni… Neanche adesso sei felice, anche se hai ottenuto un lavoro decoroso e vivi in una famiglia che ti stima: perché?

-            Perché… io… ho passato tutta la vita a dimostrare che valevo qualcosa…

-            Nella tua storia io ho operato lo stesso. Chi credi sia stato a proteggerti mentre i tuoi compagni morivano di stenti nella nave? Chi ti ha concesso la forza di non cedere a chi ti faceva del male? Chi ti ha fatto incontrare don Agrippino e donna Elena?

Kunté non riuscì a replicare. Il Bambino gli faceva vedere le sue vicissitudini sotto una luce diversa: non più una caterva di sciagure, ma una serie di eventi che l’avevano reso l’uomo che era. A fatica riaprì la bocca, mormorando:

-            Allora… grazie! E se puoi, fa’ che i miei padroni possano avere un bambino bello come te!

Mentre la luce si affievoliva, nella chiesa entrarono anche don Agrippino e donna Elena, spaventati per la scomparsa del cane e del maggiordomo. Trovarono Kunté in ginocchio, col viso tra le mani; anche loro s’inginocchiarono.

Mentre tornavano a casa, provarono a chiedergli cosa gli fosse successo, ma lui era come ammutolito. Solo una volta rientrati, ascoltarono da lui il racconto delle parole che il Bambinello miracoloso gli aveva rivolto.

Donna Elena, commossa quanto il marito, commentò:

-            Kunté, non sai quanto ci riempie di gioia questo prodigio! Insieme a un figlio per noi, da tempo chiedevamo al Signore un altro dono: la tua conversione. Volevamo che capissi quanto noi napoletani, anzi, noi cristiani continuiamo ad avere speranza, anche quando la vita sembra riservarci solo amarezze, perché sappiamo che Lui non ci abbandona.

Don Agrippino aggiunse:

-            Cosa dici se, in ricordo di questo giorno, mettessimo un personaggio che ti raffigura nel nostro presepe?

Con gli occhi che brillavano, Kunté rispose:

-            Certo… ma mettete anche Tino, per favore!

 

Solo gli sguardi semplici sanno riconoscere nella storia l’opera di Dio.

(monsignor Mario Delpini, Discorso all’inaugurazione del presepe a Palazzo Lombardia,

30 novembre 2023;

è la stessa frase che concludeva la spiegazione del presepe di Sant’Alessandro)

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