La vera storia dell’Alleluia “delle lampadine”

Giusto un appunto al volo...

Tommaso Cardinale e Francesco D’Ugo, nella prima puntata del podcast Habemus Audio (e Video), filiazione della pagina di meme cattolici La/c/chiesa, hanno ospitato Valentina Angelucci, amministratrice della pagina La stola non è un optional, neanche sotto la casula e editor della sezione liturgico-pastorale delle Edizioni San Paolo.

Gran parte di quello su cui discutono nel podcast rappresenta contenuti che già conoscevo, sia per mio approfondimento personale, sia per averli appresi nelle lezioni del corso Te Laudamus promosso dal Servizio Diocesano per la Pastorale Liturgica della diocesi di Milano (qui il racconto della mia esperienza).

La vera novità, però, è rappresentata dal punto in cui, dal minuto 3:53, raccontano la storia che sottostà a un canto tanto diffuso quanto vituperato, che viene ancora eseguito nelle comunità cristiane, specie nelle Messe coi bambini e ancora di più in questo periodo, in cui sono spesso celebrate le Prime Comunioni e le Cresime.

 


La “tua”, non “nostra” festa, è nata grazie a frère Roger

Angelucci, al minuto 6.03, riferisce che il canto è nato intorno al 1973-’74 e in un contesto festoso, che non c’entra niente con la liturgia, ma ha avuto una diffusione decisamente pervasiva. Rivela anche i nomi delle due autrici: Laura Fiori e Lucina Spaccia.

Rischiando ancora una volta di finire nella tana del Bianconiglio, ho voluto saperne di più. Ecco quindi che il primo risultato del motore di ricerca è l’audio originale, con la partitura scritta a mano, di questo canto. È veramente sorprendente: sia il ritmo, sia le parole, sia la musica sono parecchio diversi da quelli che circolano.

 



Proseguendo con la ricerca, ho rintracciato un post di Facebook, datato 12 settembre 2023, di una delle due autrici, Lucina Spaccia. Lo ricopio così come l’ho trovato, errori compresi (come quello del nome del fondatore della Comunità ecumenica di Taizé, frère Roger, non “Rogier”, Schutz):


Siamo noi, Lucina e Laura Fiori a Taizé, nel 1973: siamo quelle dell’Alleluja “La tua festa”.

Noi e le nostre chitarre, noi e i nostri vent’anni, noi e le parole profetiche di Frère Rogier :“Cristo risuscitato viene ad animare una festa nel più profondo dell’uomo…” l’invito al Concilio dei giovani a Taizé per l’estate 1974.

Da ciò a dire che “la tua festa non deve finire, perché la festa siamo noi che camminiamo verso te…”fu un soffio, combinato con la musica che andavamo suonando Laura ed io su un prato presso Vallombrosa nelle ultime luci di un giorno di fine estate.

Era il 16 settembre del 1973.

E’ nato così “La tua festa” l’alleluja che ha sigillato la nostra amicizia e ha fatto cantare intere generazioni.

Sembrò subito avere un carattere proprio, come fosse nato apposta per andarsene in giro, per contagiare di gioia chi lo suonasse, per portarci con sé. Come un aquilone alto col filo sciolto, chiunque potè prenderne il capo e farlo librare nel cielo, moltiplicando le voci, le emozioni, la gioia dei nostri vent’anni.

In questi cinquant’anni, in cui ha fatto letteralmente il giro del mondo, è stato attribuito qui e là a sedicenti autori, modificato nella melodia con quel motivetto da sette nani alla fine della strofa che lo ha banalizzato, accompagnato da movimenti totalmente stravolti da quelli originari, rallentato nel ritmo, alterato nel titolo… eppure nel cuore è rimasto lui: l’alleluja della festa.

Oggi è meraviglioso poter festeggiare i suoi cinquant’anni!

E se volete sentire la versione originale cercate su youtube canta e cammina 2.0 La tua festa.

Siamo noi, Lucina e Laura, quelle dell’Alleluja La tua festa in una vera e propria registrazione d’epoca.

E per cortesia non chiamatelo più “alleluia delle lampadine”!

Nella descrizione del video sono aggiunti altri particolari. Anche qui lo copio con errori e tutto il resto:

L’alleluja “La tua festa” più noto come ‘Alleluja la nostra festa’ o ‘Alleluja delle lampadine’ è stato composto il 16 settembre 1973 da Laura Fiori e Lucina Spaccia durante alcuni giorni di comunità e spiritualità per giovani presso Vallombrosa. Con un gruppo di amici erano reduci da una settimana a Taizé che agli inizi degli anni ’70 costituiva un luogo d’incontro ecumenico molto frequentato dai ragazzi e dal quale, proprio in quell’anno, era stato annunciato dal priore, Frère Rogier, un Concilio dei Giovani con queste parole: “Cristo risorto viene ad animare una festa nel più profondo dell’uomo. Egli ci prepara una primavera della chiesa: una chiesa spoglia di mezzi di potenza, pronta a condividere, luogo di comunione visibile per tutta l’umanità. Egli ci darà immaginazione e coraggio sufficienti per aprire una via di riconciliazione. Egli ci prepara a dare la nostra vita affinchè l’uomo non sia più vittima dell’uomo.”  Da questo a dire che “la tua festa non deve finire, perché la festa siamo noi che camminiamo verso te…” fu un soffio per Laura e Lucina,  combinato con la musica che andavano suonando su un prato presso Vallombrosa nelle ultime luci di un giorno di settembre. Un giro armonico semplice e un alleluja ripetuto ritmicamente che si impose subito fra gli amici, si allargò nel gruppo scout, volò in parrocchia e con un veloce passa parola cominciò a girare autonomamente. L’anno dopo Laura e Lucina ebbero il privilegio di cantarlo a Taizé, nella celebrazione della festa della Trasfigurazione, insieme a ragazzi di ogni continente.   “La prima volta che lo suonammo per provarlo, fummo prese da una emozione dirompente, non ci sembrava vero che quei ragazzi d’ogni parte del mondo ripetessero le nostre parole. Eppure era proprio così. Il nostro alleluia cominciava a muoversi da solo, cantato da centinaia di voci di gente sconosciuta che era lì con noi e che lo ripeteva amplificandone l’effetto. Era di più di una bella soddisfazione, era la gioia. A Taizé il canto e la musica rimangono nel cuore. Pensare che un pezzetto di noi se ne andasse in giro, in bocca a persone sconosciute, ci faceva sentire felici e appagate. In un certo senso componevamo le nostre canzoni per donarle, per offrirle a chi si ritrovava in quella musica e in quelle parole. Giravano appena tra i nostri amici, però quell’alleluia sembrava avesse un carattere suo proprio e che fosse nato apposta per andarsene in giro, portandoci con sé. Se la nostra amicizia era frutto di un’affinità profonda, il nostro alleluia ne era il sigillo. Era nato neanche un anno prima e ci aveva aperto l’esperienza della composizione a due mani che ci procurava sempre emozioni profonde; ora, come un figlio adolescente, sembrava pronto a lanciarsi nel mondo. E lo lanciammo, nella liturgia conclusiva, a più di duemila persone tutte riunite nella chiesa della Riconciliazione dove la festa e la gioia parve espandersi e contagiare ogni animo… il nostro alleluia era ormai nell'aria e se ne andò in giro, da solo, come un aquilone alto col filo sciolto, chiunque potè prenderne il capo e farlo librare nel cielo, non sapendo che tra le dita teneva il filo di un'amicizia.” (cfr L. Spaccia “Alter ego. Storia di un’amicizia e di un alleluja” ed. Albatros 2009)   Il passa parola tra un gruppo e un altro, però, ha alterato nel tempo il canto originario mutandone la melodia dell’ultima parte della strofa inserendo un lalalalala che non c’era e cambiandone il titolo fino ad identificarlo in alcune raccolte come Alleluia delle lampadine per una errata interpretazione dei gesti che l’accompagnavano. Conoscerne la storia, le autrici e la versione originale ridona energia ad un alleluja che ha fatto e fa cantare la festa a ad un numero incalcolabile di persone.

 

Il libro menzionato, purtroppo, è di difficile e limitatissima reperibilità.

Quindi, più correttamente, dev’essere intitolato La tua festa, dove il “tu” è Gesù. A dire il vero, il testo di un canto religioso dev’essere chiaramente rivolto, ovvero dev’essere messo in chiaro il nome, a una delle Tre Persone divine o alla Trinità nel suo insieme, o alla Madonna, o a un Santo, o a più Santi.

 

I motivi di un successo e di un disprezzo

Da tutte queste informazioni ho ricavato che il canto ha avuto un successo immediato, diffondendosi in un periodo in cui esistevano sì e no i registratori a cassette. Mi sembra più o meno quello che è accaduto, in terra ambrosiana, con i canti dell’Insieme promossi dai giovani di Azione Cattolica, compresi i Symbolum di cui parlavo qui.

Proprio nella versione uscita nel 2000 di questo repertorio, Insieme Blu, Alleluia La nostra festa viene riferito a un autore anonimo, ma con la trascrizione di don Stefano Varnavà: evidentemente si deve a lui l’inserzione del passaggio musicale col “motivetto da sette nani” definito così dalle autrici originali.

Le ragioni che ne hanno favorito la diffusione sono spiegate nella descrizione di cui sopra: il giro armonico semplice e il ritmo cadenzato. Quanto ai gesti, non ne esiste una codificazione precisa, anzi, «sarebbe meglio non accompagnare questo canto con alcun gesto», riferisce Lucina Spaccia nel commento al video con la registrazione.

Ipotizzo quindi che le “lampadine”, ossia le mani che prima toccano le spalle e poi sfarfalleggiano in alto, siano state introdotte in contesti dove si viveva la liturgia a contatto con persone con disabilità (penso ad esempio alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone): è un gesto che ricorda molto l’applauso per le persone non udenti.

Sempre nel podcast, Francesco D’Ugo (al minuto 5:26) dichiara di aver provato per la prima volta un senso d’imbarazzo sociale, o di cringe come si dice oggi, nell’essersi ritrovato, da bambino, a eseguire quel canto e quei gesti.

Penso che sia lo stesso senso di vergogna che coglie quanti, abituati a celebrazioni d’altro tipo o digiuni di Messe e liturgie, partecipano alla Prima Comunione o alla Cresima di un parente in cui è stato scelto (dalle catechiste? Dal parroco o dal sacerdote che segue i bambini? Dal gruppo liturgico?) proprio quell’Alleluia.

 

Le alternative ci sono, eccome

Sul piano tecnico, mi viene da affermare che non sia un canto da usare come acclamazione al Vangelo, benché, come hanno dichiarato le autrici, sia stato eseguito ufficialmente durante la Messa della Trasfigurazione del 1974 a Taizé. È molto meglio cantillare il versetto corrispondente a un Alleluia tratto da repertori ufficiali, secondo moduli proposti da musicisti liturgici preparati.

Ad esempio, l’equipe che si occupa di scegliere i canti proposti dal sussidio per le comunità di rito ambrosiano Celebriamo la Santa Messa ne presenta molti a seconda del tempo liturgico, dando però una soluzione alternativa che non definirei di ripiego, ma un adattamento del versetto presente sul Lezionario: è una proposta che può valere principalmente per le Messe con i bambini.

Quando, durante una lezione di Te Laudamus, è emerso proprio il discorso del canto al Vangelo, abbiamo riflettuto proprio sul fatto che si siano diffusi tanti Alleluia con strofe non tratte dai testi liturgici e che, invece, fanno vagamente riferimento al fatto che si sta per ascoltare la Parola di Gesù.

Per quanto sta in me, dopo che ho compreso l’importanza di restare fedeli a quello che Lezionario e Messale indicano, ho attuato un nuovo sistema, se mi viene chiesto di animare (termine che non mi convince molto: fa pensare a qualcosa di noioso e ripetitivo) la Messa: o cantillo il versetto, o, con mio gran dispiacere, affido il versetto al medesimo lettore che ha proclamato la seconda lettura.

 

Per una festa della fede da cantare, ma senza storture

Le autrici sono state animate da un fervore che era tipico delle comunità giovanili negli anni ’70 del secolo scorso. Tuttavia, nessuno si è preoccupato di far presente loro che la fede va cantata, ma anche che, se si vuole cantare per la liturgia, ci sono regole da rispettare.

Oggi il loro Alleluia continua a suonare, tra entusiasmi e imbarazzi, mentre i bambini da una parte eseguono le gestualizzazioni, ma dall’altra, molto spesso, trascurano i gesti che la liturgia prescrive davvero: abbozzano il segno della Croce, non tracciano le tre croci su fronte, labbra e petto alla proclamazione del Vangelo e nemmeno si mettono in ginocchio alla Consacrazione; per non parlare delle risposte ai dialoghi liturgici, appena percettibili.

Eppure, non sono del tutto pessimista. Ci sono ancora catechiste preparate come lo fu la mia, ci sono parroci e viceparroci che mandano le catechiste e i responsabili dei cori ai corsi di formazione, ci sono musicisti che compongono per la liturgia unendo passione e accuratezza. Gente così continuerà a trasmettere quello che frère Roger raccontò ai giovani in quella lontana estate del 1973.


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