Federico Bazzan, “clown di Dio” e seminatore di felicità
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| La copertina! |
Federico Bazzan nasce a Rovigo il 3 luglio 1981, figlio maggiore di Valter Bazzan e Sandra Barattin. Fin da bambino vive i valori che gli trasmettono i genitori e alimenta la sua fede frequentando la parrocchia di San Pietro Apostolo a Granzette, frazione di Rovigo.
A
quattordici anni diventa aiuto-animatore all’oratorio della sua parrocchia,
mentre frequenta il conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, nel quale, nel
1994, consegue il diploma con l’abilitazione all’insegnamento in teoria e
solfeggio. La passione per la musica fa parte del suo stile educativo, anche
attraverso la fondazione del coro Gli Amici di Gesù. Al quarto anno degli studi
di Ragioneria inizia a lavorare come assicuratore, ma dopo il diploma viene
assunto nella banca Cari Verona (oggi nel gruppo UniCredit).
Membro della
Gioventù Francescana (GiFra), visita spesso Assisi, da solo, con i suoi ragazzi
o con gli amici e i colleghi che invita al corso di spiritualità per bancari
fondato da alcuni religiosi e religiose, che col tempo diventano suoi amici. Fa
anche parte di Pelli Sintetiche, un gruppo musicale e di evangelizzazione dalle
radici francescane.
Nell’agosto
2002, durante un camposcuola organizzato dai Frati Cappuccini a Posina,
Federico conosce Sara Isolan, una ragazza di Oppeano, un paese in provincia e
diocesi di Verona, ma è già fidanzato. Dopo essersi interrogato a lungo sui
suoi sentimenti, capisce di essere innamorato di Sara e le si dichiara: il 2
novembre 2002, durante un viaggio ad Assisi a cui partecipano i ragazzi di
Granzette insieme a quelli di Oppeano, si scambiano il primo bacio.
Per amore di
Sara e per evitare che lei rinunci al suo lavoro di maestra alla scuola
primaria, Federico accetta di trasferirsi a Oppeano. Prima del trasloco, nel
febbraio 2004, i due fidanzati partono per Ndola, in Zambia, ospiti della Casa
Famiglia «Holy Family» dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.
Federico
s’inserisce presto nella nuova città e nella parrocchia di Santa Maria
Addolorata e San Giovanni Battista a Oppeano, dove affianca Sara come educatore
degli adolescenti. A settembre del 2004, con gli amici Daniela Fattori e Carlo
Alberto Menini, danno vita a Clown4 Oppeano (in breve, Clown4), un gruppo per
insegnare agli adolescenti animazione, tecniche teatrali e giocoleria: portano
i ragazzi in case di riposo, case-famiglia e ospedali.
Il 7
dicembre 2005, Federico riceve il referto dopo l’asportazione di un neo: è un
melanoma positivo, con penetrazione di cinque millimetri. Si sottopone subito a
cure e controlli e, di comune accordo con Sara, non rimanda la data del
matrimonio, che avevano già fissato prima della scoperta della malattia: si
sposano quindi il 10 settembre 2005 nella parrocchia di Santa Maria Addolorata
e San Giovanni Battista a Oppeano.
Tra le
terapie e le fatiche, Federico continua a seguire i ragazzi a Oppeano. Riesce
anche a organizzare un incontro sull’affettività alla presenza di don Oreste
Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’8 giugno 2006. Il 3 luglio
2007, giorno del suo ventiseiesimo compleanno, assiste a una rappresentazione
speciale de Le stagioni della felicità, lo spettacolo teatrale che aveva
progettato con loro, ma che non era riuscito a vedere, a causa della malattia.
Nel gennaio
2006 si aggrava e, il 24 luglio, viene ricoverato all’ospedale di Legnago. Il
31 luglio riceve l’Unzione degli Infermi e lascia a Sara le sue ultime
consegne. Viene dichiarato morto nelle prime ore del mattino del 3 agosto 2007.
La sua tomba si trova nel cimitero cittadino di Oppeano.
Cosa
c’entra con me?
Quella che sto per raccontare è forse una delle storie più incredibili che mi sia capitata, ulteriore realizzazione di quel sogno d’infanzia che mi faceva immaginare di diventare, da grande, scrittrice di storie di santi (minuscola voluta).
Il 7 settembre 2022 ho ricevuto un messaggio
via Messenger di Facebook: Matteo Liut, giornalista di Avvenire, col quale
ero in contatto perché avevo recensito (inaugurando la rubrica La biblioteca di Testimoniando) il suo libro Il Paradiso siamo noi, mi scriveva
di volermi sentire a voce, ma non aveva più il mio numero. Intendeva sentirmi
per propormi un piccolo progetto, di cui voleva parlarmi direttamente: m’invitava
quindi a fargli sapere quando avrei potuto passare in redazione.
Gli ho lasciato il mio numero e sono rimasta
in attesa: abbiamo quindi concordato la visita. Nel frattempo doveva avermi
anticipato qualcosa, altrimenti non avrei creato, martedì 13 settembre 2022, alle 11:27:02, il file Quello
che so di Federico Bazzan.
Di fatto, sabato 17 settembre 2022 sono
andata alla sede milanese di Avvenire: è stato allora che Matteo mi ha
parlato più compiutamente di Federico, del materiale su di lui che gli era
stato affidato e, ancor prima, che la famiglia di origine di quel giovane,
insieme alla moglie di lui, voleva che venisse realizzata una biografia più completa.
Il tramite tra loro e il giornalista era un collega che lavorava per La Settimana,
giornale della diocesi di Rovigo; dal momento che Matteo seguiva le pagine
diocesane e quella della Pastorale Giovanile, l’altro giornalista aveva pensato
a lui, il quale, a sua volta, aveva deciso di farne parte con me.
Appena gli ho detto che accettavo, mi ha
inviato una cartella condivisa, che conteneva il materiale raccolto dai
familiari di Federico e nella quale avrei dovuto inserire i file su cui avrei
lavorato io. Ammetto che la mia prima impressione è stata parecchio scettica:
mi sembrava l’ennesima storia di un bravo ragazzo morto giovane, di cui la famiglia
voleva a tutti i costi sottolineare le presunte virtù convincendo qualche
giornalista o qualche blogger come me.
Erano insinuazioni prodotte da quello che
chiamo “promotore di giustizia interno”, ossia quella voce interiore che fa le
veci della figura che, nei processi diocesani di beatificazione e
canonizzazione, cerca le prove contrarie alla dimostrazione della santità del
candidato in oggetto. Non ci è voluto molto per metterla a tacere: mi è bastato
leggere con più attenzione i testi che avevo ricevuto e quel poco che avevo
trovato online, compresa una pagina Facebook, Rotta x Fede.
Dopo quasi un anno di lavoro, ho concordato
con Matteo una visita a Granzette, nella casa natale di Federico, per il 24 marzo 2023. Lì siamo
stati accolti da Sara, da Valter e da Filippo, suo fratello minore; la madre era
morta pochi mesi prima. Conoscerli e ascoltarli mi ha persuasa definitivamente
che valeva la pena d’impegnarmi per rendere più noto il bene che Federico aveva
seminato.
Ho anche visitato la sua parrocchia di
nascita, l’oratorio e il salone che gli è stato dedicato, anche per fissare
bene nella memoria quei luoghi e raccontarli al meglio. Proprio all’oratorio ho
incontrato un signore, dal quale ho ricevuto un suggerimento illuminante:
Federico era come quelle sostanze che in chimica si chiamano “catalizzatori”,
le quali accelerano e incentivano la reazione di due o più sostanze, così da
generare un diverso prodotto finito.
Prima di tornare a casa, ho chiesto a Matteo
di passare al santuario della Beata Vergine Addolorata di Rovigo, dato che
eravamo di strada: lo desideravo tanto, per cementare il mio legame con la
Venerabile Maria Dolores Inglese, alla quale avevo dedicato un post; nello stesso giorno di quella pubblicazione, poche ore dopo, avrei appreso di essere guarita dal coronavirus, che avevo contratto in forma lieve.
Carica di quelle nuove esperienze, ho
continuato il lavoro: ho sbobinato altre interviste e iniziato a pensare alla
struttura, che Matteo aveva già delineato. In sostanza, non avrebbe dovuto
seguire uno schema cronologico, ma descrivere gli ambiti principali della vita
di Federico.
Soprattutto, dovevo seguire una chiave di
lettura fondamentale: quel giovane è stato malato solo per gli ultimi due anni
di vita. Leggendo molte altre storie analoghe, infatti, ho avuto l’impressione
che la morte per malattia in età giovanile rischia di condizionare tutto quel
che c’è stato prima: ora che avevo per le mani l’occasione per tentare un
racconto diverso, non dovevo sprecarla.
Prima con Matteo, poi da sola, ho svolto
interviste video e audio ad altre persone che hanno conosciuto Federico,
rintracciandole tramite Sara oppure autonomamente. Il tutto, mentre Luigi
Accattoli e Ciro Fusco mi avevano chiesto di aiutarli nella revisione di Nuovi
Martiri e avevo deciso di lavorare a un piccolo libro sul Venerabile Silvio Dissegna.
Nell’estate del 2025 siamo arrivati a
considerare completo il lavoro: siamo quindi partiti a contattare alcune case
editrici cattoliche tramite conoscenze comuni. La prima che avevo interpellato,
purtroppo, mi ha dato una risposta tanto rapida quanto raggelante: il mercato
era saturo e circolavano troppe storie simili. Quella di Federico, seppur
valida e interessante, rischiava quindi di perdersi nel mucchio e di finire tra
le copie in giacenza. Un’altra casa editrice ha invece proposto a noi autori e
ai familiari di Federico una campagna di crowdfunding, ma, dopo averci ragionato,
abbiamo deciso di seguire un’altra pista.
Il primo rifiuto è arrivato poco prima del
Giubileo dei Giovani, a cui, come avevo raccontato, avevo deciso di non partecipare,
neanche con i miei compagni del Gruppo Shekinah (che sarebbe piaciuto
tantissimo a Federico, amante della musica applicata alla fede e non solo).
Al sentire il canto Jesus Christ you are
my life, assistendo da casa, mi sono arrabbiata fino alle lacrime: a Tor
Vergata, venticinque anni prima, Federico c’era e ha ricevuto esortazioni per
la sua vita che ha reso concretissime, non solo menzionando il discorso di
Giovanni Paolo II durante quella storica veglia.
Precisamente, l’ha fatto in due occasioni:
nella lettera scritta la sera prima del matrimonio, letta da lui e da Sara al
termine della celebrazione, e in un analogo messaggio per l’ultimo gruppo di cresimandi
che ha seguito a Granzette, letto da lui stesso il 23 aprile 2005. Continuavo
quindi a domandarmi perché la sua storia dovesse rimanere oscura.
Dopo la pausa estiva, ci siamo rimessi all’opera: io dando ancora qualche ritocco al manoscritto, Matteo nel cercare altri contatti. Sono tornata alla redazione di Avvenire il 4 dicembre 2025 e, mentre discutevamo su come procedere, gli ho manifestato un’idea: il libro avrebbe dovuto intitolarsi Le stagioni della felicità, come l’ultimo spettacolo progettato da Federico. Di conseguenza, avrebbe dovuto seguire la struttura delle quattro stagioni.
Matteo era d’accordo, ma anche in quel caso
non voleva una scansione canonica, primavera-estate-autunno-inverno: preferiva
che partissimo dall’estate (dopotutto, Federico è nato in estate), affrontando
poi l’autunno (la stagione dei frutti maturi), passando all’inverno (parte in
cui avremmo parlato più direttamente della malattia) e concludendo con la
primavera (la vita che rinasce).
Più o meno a dicembre, mi ha riferito che le
Edizioni Ares erano interessate alla pubblicazione. Pur corazzata di cinismo
dopo i due tentativi andati a vuoto, avevo buone speranze: mi ero fatta
conoscere dai responsabili della casa editrice recensendo molte loro produzioni,
visitando i loro stand per qualche fiera del libro e dirigendomi di persona
nella sede, non lontana da casa mia.
Ricordo bene la primissima volta che ho
varcato la porta di quegli uffici, in via Santa Croce 20/2: ho pregato intensamente
che san Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, a cui le Edizioni
Ares sono legate, intercedesse affinché io trovassi lavoro proprio lì o pubblicassi
qualcosa con quel marchio editoriale.
Ho rinnovato quella preghiera ogni volta che
sono passata da quelle parti, familiarizzando anche con Riccardo Caniato, poi diventato
vicedirettore. Proprio lui, nel corso della videochiamata che abbiamo avuto con
i familiari di Federico, si è dichiarato felice che quella storia fosse passata
per le mie mani, perché aveva apprezzato le mie recensioni e il modo con cui le
avevo scritte.
Negli ultimi mesi – ecco quindi la ragione
per cui i miei post si sono diradati – mi sono impegnata ancora di più a
ritoccare, sfrondare, ridurre parti troppo prolisse o ripetitive, aiutata in
questo dall’editor Camilla, oltre che da Riccardo, e continuando a
seguire le indicazioni di Matteo, che a sua volta ha modificato il testo in
alcuni punti. A fine aprile, quindi, ho potuto mandare il manoscritto ormai
definitivo.
L’altroieri, mentre mi dirigevo al Policlinico di Milano con mio padre per una sua visita di controllo, ho ricevuto altri messaggi da Riccardo, per concludere i comunicati stampa che lui avrebbe inviato. Pochi minuti dopo, ha scritto nuovamente a me e a Matteo un’e-mail dall’inequivocabile oggetto: «È nato! È nato!», con cui annunciava che erano appena arrivate le primissime copie in redazione.
Gli ho scritto via WhatsApp per capire quando
ritirare le copie che mi spettavano per contratto, ma lui, giustamente, mi ha invitato
a ritirare anche quelle che avevo acquistato (non faceva parte del contratto,
come avviene a volte con altri editori anche non cattolici, ma ho pensato bene
di farne scorta).
Così, mentre tornavo a casa con mio padre in
taxi, mi è venuta un’idea: ho chiesto al conducente di operare una deviazione e
di andare verso via Santa Croce. Nel frattempo ho chiamato Riccardo, il quale
ha risposto che potevamo passare: nel giro di pochi minuti, giunti a
destinazione, l’abbiamo visto uscire dal palazzo con due scatoloni.
Fin qui il racconto di come ho lavorato al
libro, ma non ho quasi fatto cenno a cosa la storia di Federico mi abbia
lasciato. Anzitutto, mi ha insegnato ad approcciarmi con ancora più rispetto e
discrezione a vicende come la sua: sono trascorsi quasi vent’anni, ma sentire
parlare Sara, Valter e gli amici come se lui fosse ancora presente ha scalfito
la scorza da cronista che avevo cercato di costruirmi.
In seconda battuta, ho riconosciuto che
dovevo raccontarla al di là dei luoghi comuni e puntare agli aspetti che la
rendevano unica e irripetibile: le esperienze di vita, l’attività come
educatore, il modo di vivere il lavoro – un capitolo a cui tenevo molto, ma
dopo che il libro è stato acquisito da Ares l’ho migliorato ancora di più – e la
trasversalità, per nulla esclusiva, con cui Federico esprimeva la sua fede e
che me lo rende molto affine.
Come me, che sono stata spesso, più o meno
bonariamente, presa in giro a causa delle mie conoscenze in campo di figure
esemplari e di congregazioni religiose, anche Federico non si limitava alla
parrocchia e all’oratorio dov’è cresciuto: era membro della GiFra, conosceva
bene i Frati Cappuccini veneti e aveva aderito al gruppo o movimento Pelli
Sintetiche. Trasferitosi a Oppeano, è diventato anche lì educatore degli
adolescenti, per i quali, con Sara e gli altri due amici, ha fondato i Clown4:
la loro esperienza mi ha ricordato che anche nella mia attuale parrocchia, anni
fa, si era avviato un laboratorio di clownerie.
Tuttavia, se le mie conoscenze di Santi e
affini, almeno finora, sono di natura libresca, Federico ha conosciuto un
candidato agli altari di persona: il Servo di Dio Oreste Benzi. Nel racconto
che Sara ha esposto a me e a Matteo nella nostra visita a Oppeano ho ravvisato alcuni
elementi che già avevo letto nel libro-testimonianza di Stefano Vitali, ovvero la tenacia
del sacerdote e la sua fiducia che il Signore avrebbe agito per far stare bene
la persona sofferente che aveva davanti.
Don Oreste è morto pochi mesi dopo Federico,
ma ho buone ragioni per credere che, se fosse vissuto ancora un po’, avrebbe considerato
“santo” anche lui, così come era persuaso – e l’autorità della Chiesa gli ha
dato ragione – che la giovane Sandra Sabattini fosse la “santa fidanzata” di
cui c’era bisogno.
Un altro elemento comune tra me e lui è aver
recitato in spettacoli teatrali parrocchiali su san Francesco d’Assisi (su ciò
che lo lega a questo Santo torno più in basso, nel paragrafo speciale che inserisco
in ogni post durante questo anno dell’ottavo centenario della sua morte). Nel
mio oratorio di nascita, infatti, avevo partecipato a un allestimento di Fratello
Francesco: il copione era quello originale, ma il regista aveva sostituito
le canzoni con alcune di Forza venite gente.
Mentre lui ha rivestito il saio proprio di
san Francesco – protestò quando scoprì, tornato dallo Zambia, che gli altri
giovani avevano stravolto il suo programma e gli avevano perfino tolto la parte
– io ho avuto ben tre ruoli, benché puntassi a interpretare santa Chiara (è una
costante della mia attività teatrale parrocchiale: sognavo ruoli di primo
piano, ma mi ritrovavo ad averne altri minori, nei quali, a quanto pare, ho
comunque lasciato il segno): madonna Pica, madre di san Francesco; Giovanna,
versione al femminile del Giovanni di Greccio che collaborò al cosiddetto primo
presepe; Sorella Morte, ruolo muto, che consisteva nell’accostarmi a Francesco
sdraiato sulla nuda terra e a prenderlo per mano.
Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?
Speravo proprio che il libro uscisse in quest’ultimo anno dei Centenari Francescani, quello della morte di san Francesco, perché, nel corso del lavoro, ho pensato che avrebbe dovuto meritare grande spazio il racconto del legame tra lui e Federico.
Non è passato solo attraverso la GiFra e per
la rappresentazione di Forza venite gente, ma anche per la frequentazione
di Assisi e dei luoghi francescani, da solo o con i suoi ragazzi. Suor Lidia
Ferraro, Suora Francescana di Cristo Re, che sono riuscita a intervistare
telefonicamente (ora non è più ad Assisi), mi ha assicurato che Federico non voleva
che i ragazzi vivessero solo una bella gita, ma che incontrassero Gesù attraverso
la testimonianza di san Francesco e di chi la portava avanti.
Nello stesso capitolo, abbiamo chiesto ai
frati e alle suore suoi amici e appartenenti alla Famiglia Francescana che cos’avessero
ravvisato in comune tra il Serafico Padre in quel giovane. Hanno risposto in
vario modo: la capacità di entrare in relazione, l’attenzione per gli ultimi,
la radicalità, la semplicità. Molti di essi l’hanno conosciuto perché
collaboravano al corso di spiritualità per bancari che Federico ha frequentato
quasi fino alla fine della vita, ma il legame non si è esaurito con la sua
morte: uno di loro continua a seguire le attività che Sara porta avanti non
tanto in memoria del suo sposo, ma insieme a lui e come lui avrebbe voluto.
Infine, c’è un aspetto che è rimasto nel
segreto, nonostante noi autori abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più. Mentre
s’interrogava se rimanere con la sua fidanzata o dichiararsi a Sara, Federico ha
visitato l’Eremo delle Carceri: lì, stando al racconto del professor Paolo
Brenzan, suo docente di Economia Aziendale, ha avuto una sorta d’illuminazione
interiore, della quale non ha voluto dirgli di più. Neanche i frati e le suore sapevano
nulla di questo episodio.
Il suo Vangelo
Tutti quelli che hanno incontrato Federico assicurano che il suo sia un messaggio evangelicamente contagioso, gioioso e solare, in tutti gli aspetti – anzi, le stagioni – della sua vita. Superate le resistenze iniziali, ne sono diventata convinta anch’io, tanto da addolorarmi quando il mercato editoriale sembrava chiuso nei suoi confronti.
Valeva la pena di raccontare di lui perché indica,
a quasi vent’anni dalla morte, che la sua umanità, già buona in partenza, era
arricchita dalla fede, tanto da considerarsi felice al di là di tutte le
fatiche sperimentate in parrocchia, tra gli altri giovani, al lavoro.
Aveva quindi ragione quel tale di Granzette a
considerarlo un catalizzatore: con i suoi gesti e le sue parole, ha ricondotto
gli adolescenti a guardare oltre ai loro problemi e i colleghi a considerare
diversamente i clienti. Con uno, Massimo Piovan, detto Mamo, ci è riuscito a tal
punto da stravolgergli la vita in positivo.
La fede lo ha sorretto anche quando il
melanoma sembrava rovinare ogni suo progetto, compreso quello della vita
matrimoniale con Sara. In un post sul forum di Pelli Sintetiche, scritto per
rispondere all’amica Julia, che viveva una situazione dolorosa per la morte di
un altro giovane, rispose con un testo che a noi autori e all’editore è parso
come la sintesi di tutta la sua esperienza.
Il forum non è più online, ma ho ricavato il
testo dal primo libretto di ricordi in onore di Federico, noto tra i suoi amici
come “il libretto arancione” (l’arancione era il suo colore preferito); dovrebbe
risalire al 2007, pochi mesi prima della sua morte. Nel libro mio e di Matteo è a pagina 202, ma un estratto più breve
mi ha colpito a tal punto da proporlo all’editore per la quarta di copertina:
Sto vivendo un’esperienza che
mi sta insegnando una cosa: puoi dire di avere un pizzico di fede solo nel
momento in cui sai accettare serenamente tutti i momenti della vita, tutte le
situazioni belle, tutte le situazioni brutte, la gioia della condivisione e del
sorriso, ma anche la tristezza e la disperazione dei momenti bui… Non è facile
ma io, come tutti, la sto cercando e mi aiuta tanto dire: “Jesus, Jesus, you
are my life”…
Noi autori e tutti quelli che hanno voluto
bene a Federico speriamo che un po’ di questo “pizzico di fede” traspaia dal
nostro racconto collettivo e porti chi legge il libro a ringraziare Dio perché
si è reso presente anche attraverso di lui.
Per saperne di più
Emilia Flocchini, Matteo Liut, Federico Bazzan – Le stagioni della felicità, Edizioni Ares 2026, pp. 304, € 18,00.
La prima biografia completa di Federico, il cui sottotitolo deriva dallo spettacolo da lui progettato e che riuscì a vedere la sera del suo ultimo compleanno.
Sarà disponibile nelle librerie fisiche e in quelle online dal 26 maggio, ma è in preordine sul sito dell’editore e si può acquistare direttamente nella sede delle Edizioni Ares (se passate di lì, presentatevi come lettori di Testimoniando!).
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