Squarci di testimonianze #34: il miracolo di Stefano Vitali

Ero sicura che, prima o poi, mi sarei occupata di Sandra Sabattini. Ho con lei un legame molto esile e contavo di cementarlo con un articolo per la mia rubrica su Sacro Cuore VIVERE.
La copertina del libro
(ordinabile in libreria
o sul
negozio online
della Comunità Papa Giovanni XXIII)
Mi ero già fatta mandare il materiale necessario dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e mi ero segnata una serie di video da cui prendere spunto, quando ho appreso che la sua beatificazione, prevista per oggi, era stata rinviata a causa dell’emergenza sanitaria.
Lo stesso comunicato che conteneva quell’annuncio riguardava l’uscita del libro in cui Stefano Vitali, l’uomo che ha ottenuto il miracolo preso in esame per la beatificazione, si raccontava in prima persona.
Il fatto esaminato non mi era sconosciuto: il sito della Papa Giovanni, già al momento del decreto sull’eroicità delle virtù di Sandra, lo raccontava con dovizia di particolari.
Uno mi rimase impresso: la diatriba tra don Oreste Benzi, fondatore della Comunità, e la moglie di Stefano, sul personaggio a cui chiedere d’intercedere. In effetti, anch’io avrei pensato, come lei, di ricorrere al Beato Alberto Marvelli: se la grazia fosse stata ottenuta, avrebbe potuto essere considerata per canonizzarlo.
Col tempo, però, ho finito col dare ragione a don Oreste. Quando si è persuasi della santità di una persona – lui, nel caso in esame, lo era, sia per conoscenza diretta, sia per aver letto gli scritti – è bene chiederne espressamente l’intercessione, ovviamente (se si tratta di un Servo di Dio o di qualcuno per cui non è neppure aperta l’inchiesta diocesana) in forma privata e senza in nulla voler anticipare il giudizio ufficiale della Chiesa a suo riguardo, così da essere certi del fatto che Dio si serve di quel suo figlio, figlia o gruppo di figli. Altrimenti, non si verificherebbe la “fama di segni”, uno degli indizi che occorrono per l’avvio e il proseguimento di una causa di beatificazione e canonizzazione. Per Sandra, va precisato, l’inchiesta diocesana era ancora in corso, quando l’allora presunto miracolato venne invitato a testimoniare. Certo, don Oreste aveva chiesto a tantissimi di pregare per lui chiedendo la grazia a Dio tramite Sandra, ma la preghiera non aveva comunque carattere di culto pubblico.
Ho quindi ordinato il libro all’editore, ma l’ho letto solo in questi giorni, per recensirlo a ridosso della mancata beatificazione. Ho inviato le mie considerazioni al diretto interessato, che ha anche risposto, in modo tanto rapido quanto gentile, ad alcuni miei interrogativi.
Credo che, se pure il miracolo non ci fosse stato, la sua storia sarebbe stata ugualmente da raccontare. La malattia, infatti, lo ha portato a pensare meglio a molti aspetti della sua vita, già piena d’impegni e di attività, rallentandola e rivedendola. La scelta di raccontarsi è venuta proprio per aiutare i malati e le loro famiglie a non sprecare il tempo della loro vita, che sia prolungato dall’efficacia delle terapie o, come nel suo caso, dal tocco del “dito di Dio”.

* * *

La vita di Stefano sembrava soddisfacente sotto ogni punto di vista. Dal settembre 1989 viveva in una casa famiglia, dov’era arrivato per sostituire un amico e dove aveva conosciuto Loredana, detta Lolli, poi diventata sua moglie e madre dei loro quattro figli. Nel marzo 1994 aveva incontrato don Oreste Benzi, del quale era diventato il segretario. Nel giugno 1999, infine, aveva iniziato la sua carriera politica come assessore ai Servizi Sociali.
Nell’aprile 2007, poco prima di compiere quarant’anni, iniziò a dimagrire in modo strano. Dato che al dimagrimento si associavano dolori addominali, gli fu inizialmente diagnosticato il morbo di Crohn. I dolori continuavano, per cui decise di sottoporsi a una colonscopia. La notte prima, però, venne ricoverato per un blocco intestinale: era dovuto a un tumore, come evidenziò l’esame. Fu operato il 26 luglio, cominciando a sentire un certo sollievo.
La prima lezione che gli venne fu non dare nulla per scontato:
«Fino a qualche settimana prima sentivo di poter “spaccare il mondo”, di fare la rivoluzione, i miei obiettivi erano alti e ambiziosi. Ora, steso sul mio letto di ospedale, la mia sfida più grande era riuscire a sedermi o ad alzarmi dal letto da solo, senza l’aiuto di nessuno».
Perciò, il primo giorno dopo l’operazione cercò di mettersi seduto, mentre il secondo mosse i primi passi.
Tornò a casa il 3 agosto, ma dopo una settimana, tornato in ospedale per togliere il catetere, ebbe in mano la cartella clinica: dal referto postoperatorio emergeva che non solo aveva il tumore al colon, ma anche metastasi diffuse in tutto il corpo. Nuovamente ricoverato, era più abbattuto di prima. Una frase cominciò a ripetersi nella sua mente, con la prima delle parole chiave che ricorrono in tutto il libro: «Il tempo a tua disposizione sta per terminare». «Te la farò sudare!» fu la sua reazione immediata, indice della sua voglia di rimettersi in gioco: «Non tanto per guarire, ma per vivere quel tempo, qualunque fosse stato, giocando in attacco. Prima del game over c’era una partita da giocare, quella di vivere il tempo rimasto con dignità, positivamente».
Con parole non dissimili da quelle lette spesso in questi giorni, relativamente alla quarantena, Stefano racconta di aver colto la malattia come un’opportunità per guardarsi dentro, fare silenzio e riconsiderare le proprie priorità. Su tutte, quella del rapporto con i suoi familiari: tanti particolari della loro vita gli sembravano nuovi e più belli. Tornò anche al lavoro, sebbene dopo due ore fosse già sfinito. Si sentiva, nonostante tutto, proiettato nel futuro, a tal punto da dimenticare quasi che a breve avrebbe iniziato la chemioterapia.
L’incontro con gli altri malati avvenne tramite i loro occhi, in maggior parte «spenti, tristi, senza speranza, direi rassegnati». Ecco quindi un nuovo motivo per cui sentiva di dover spendere il suo tempo: instaurare relazioni con loro, incoraggiarli, condividere l’intuizione che aveva avuto. Al secondo ciclo, i marker tumorali avevano valori altissimi. Fu allora che Stefano, in quella tappa della sua vita, prese a interrogare il Signore: «Cosa vuoi da me? Quale ruolo mi chiedi di avere?». Per trovare le risposte, non poteva che chiedere a don Oreste.
Il 3 settembre 2007, il fondatore della Papa Giovanni dedicò un’intera giornata al suo ex segretario, accantonando i suoi numerosi impegni. Nel corso della conversazione gli disse anche:
«Stefano, tu non sai quante persone in questo momento sono affrante per quello che stai vivendo. Stanno pregando per te anche persone che si professano non credenti, qualcuno ha addirittura messo piede in chiesa per la prima volta. Già questo, da solo, basterebbe a dare un senso a quel perché».
Gli propose, prima di andarsene, di pregare insieme. Sua moglie aveva già in mente la persona a cui chiedere d’intercedere per lui: Alberto Marvelli, giovane dell’Azione Cattolica di Rimini, beatificato appena tre anni prima. Don Oreste, però, era deciso a ricorrere a Sandra Sabattini e a nessun altro; del resto, l’univocità dell’intercessione è uno degli elementi necessari per un miracolo da prendere in esame durante una causa.
Lolli sentiva che il Beato Alberto fosse più affine al marito, perché era stato consigliere comunale durante la ricostruzione di Rimini dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre Stefano, pur essendo membro della Papa Giovanni, non aveva conosciuto Sandra di persona, né, prima di allora, aveva sentito parlare di lei. Don Oreste risolse la discussione dichiarando: «Ho già chiesto a tutti di pregare Sandra. Sono certo della mia scelta e quindi si fa così». Gli impose quindi le mani e rinnovò la preghiera d’intercessione, a cui il malato si affidò, anche se, ammette nel libro, era «ancora inconsapevole» di quello che stava accadendo, per cui lo fece «con molta superficialità».
Aiutato da Paolo Angelini, dopo il secondo ciclo di chemioterapia scrisse una lettera che non voleva essere un testamento, ma un’ulteriore espressione del suo desiderio di condividere quel che gli stava succedendo. Contiene anche una sorta di icona biblica con la quale Stefano aveva provato a interpretare la sua nuova condizione:
«Ho sempre davanti a me il passo in cui Gesù, camminando vicino a riva, chiama a sé gli apostoli intenti a pescare, senza fermarsi, ma procedendo nel suo percorso, come se non avesse troppo tempo da perdere, e avesse una missione importante da compiere».
Con questo spirito, riprese la sua vita quotidiana.
Il 18 ottobre 2007, due giorni dopo altri esami, il primario del reparto di Oncologia, il dottor Alberto Ravaioli (che all’epoca era anche il sindaco di Rimini, quindi conosceva bene Stefano) gli annunciò che i suoi valori stavano rientrando nella norma, anche se non capiva perché. Allo stesso tempo, però, non doveva abbassare la guardia. Tra il frastornato e l’esaltato, Stefano avvisò la moglie, i familiari e don Oreste. Quest’ultimo gli chiese di accompagnarlo a Fatima, per preparare il pellegrinaggio della Comunità previsto per l’anno successivo.
Alle 4 di mattina del 2 novembre, però, alla casa famiglia arrivò una telefonata: don Oreste era morto per problemi cardiaci. La sera prima, per l’ultima volta, Stefano aveva ricevuto i suoi consigli. In tutto il libro ha parole generose verso “il Don”, come lo chiamano nella Comunità. Lui gli è sempre stato accanto, sin dall’inizio della malattia, quasi per ricambiare la premura che aveva avuto come segretario particolare, anche quando l’aveva a sua volta accompagnato in ospedale.
La tristezza per averlo perso fu mitigata dalle parole contenute nel commento al Vangelo del messalino Pane Quotidiano previsto per quel giorno e, ancora di più, dalla folla di gente comune – nessuna autorità era presente – accorsa al suo funerale. Il giorno dopo, i marker erano tornati nella norma.
Stefano continuò ugualmente a sottoporsi alla chemioterapia fino all’ultimo ciclo, poi iniziò ad assumere un farmaco per altri quattro anni. Tutte queste cure, in ogni caso, furono portate avanti perché i medici non volevano rischiare che la malattia si ripresentasse, in caso d’interruzione. Col miglioramento, riprese a sentirsi padrone di sé e, per sua stessa ammissione, a trascurare i suoi affetti. Intanto gli giunse la proposta di candidarsi alla Presidenza della Provincia di Rimini: lo divenne il 25 giugno 2009. La morte di alcune persone a cui si era affezionato contribuì a distoglierlo da quel senso di onnipotenza che aveva ricominciato a dominarlo.
Sul finire del 2010, tre anni dopo la malattia, cominciò a intuire che il repentino miglioramento non era merito delle cure. L’unica persona a cui poteva chiedere consiglio era monsignor Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini: fu lui a suggerirgli di deporre durante l’inchiesta diocesana della causa di Sandra, portando in un secondo momento i documenti comprovanti l’asserita guarigione. L’inchiesta relativa, invece, iniziò il 12 gennaio 2015 e si concluse il 28 agosto dello stesso anno.
A oggi, la domanda «Perché a me?» continua ad accompagnare Stefano. Sul finale del libro, ammette di non aver trovato ancora la risposta, pur avendo provato a darle una nuova interpretazione, anche grazie alla lettura della Positio super virtutibus di Sandra.
Attualmente segue i progetti missionari della Papa Giovanni tramite la ONG Condivisione fra i popoli, a cui vanno i proventi dai diritti d’autore del libro. Negli incontri che ha in giro per il mondo con tanti poveri e missionari – i loro occhi, a differenza di quelli dei compagni di terapia, sono pieni di speranza – vede le stesse doti di umiltà e semplicità raccomandate da don Oreste e vissute, in maniera specialissima, da Sandra.

* * *

Contrariamente al mio solito, non condivido un video di TV 2000, anche se Stefano ha raccontato la sua esperienza anche lì. Preferisco riprendere il suo intervento al TEDx Talk Città di San Marino del 9 novembre 2019, a cui fa riferimento nella postfazione del libro; in un certo senso, la base del suo racconto viene da lì.

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