Io c’ero #23: al corso Te Laudamus, per vivere la liturgia


Solitamente riservo la rubrica Io c’ero ai grandi eventi ecclesiali a cui ho preso parte: andando in ordine cronologico, dall'Incontro Mondiale delle Famiglie svolto a Milano proprio dieci anni fa alla canonizzazione degli ultimi dieci Santi (prima e seconda parte).
Quello di cui parlo oggi non è un evento imponente come gli altri, ma nella mia esperienza di credente, anzi, non solo nella mia, ha avuto un certo rilievo negli ultimi otto mesi.

 

Come sempre, c’è un antefatto

 

Uno dei frutti che sento di aver ricevuto da Dio mediante l’incontro con la testimonianza del seminarista Alessandro Galimberti è la decisione di vivere con  maggiore attenzione e cura le celebrazioni liturgiche.

Leggere che lui voleva vivere fino a poter celebrare anche solo una Messa mi ha condotto a ripensare al mio compito di animatrice liturgica, specie in relazione all’apporto musicale. Tra l’altro, per quello che so, anche a lui, che nella sua parrocchia era stato coinvolto nella liturgia come chierichetto e responsabile dei chierichetti, piaceva moltissimo cantare: i suoi brani liturgici-religiosi preferiti erano il Santo di Bruno Belli e Gioia del cuore.

Ho quindi iniziato a leggere piccoli manuali, a consultare siti attendibili e ad allargare il più possibile il mio repertorio, così da non proporre sempre gli stessi brani, o trovare testi nuovi su melodie note.

Anche la scelta di entrare nel Gruppo Shekinah faceva parte di questa mia passione canora, sorta già nell’infanzia, quando, per frenare i miei interventi nelle Messe per i bambini (ai tempi non sapevo che fosse vietato tenere delle prediche-quiz), la suora che seguiva il mio oratorio femminile mi suggerì di entrare nel coro dei bambini.

Se libera da altri impegni, ho seguito i convegni promossi dal Servizio diocesano per la Pastorale Liturgica e il corso per Lettori liturgici. Ogni volta che venivo colta da qualche dubbio, non ho mancato di chiedere consulenza proprio ai suoi responsabili o collaboratori.

Tuttavia, sentivo di dover fare un passo ulteriore; quest’esigenza è aumentata nel periodo in cui non ho potuto, come tutti o quasi, partecipare in presenza alla Messa.

 

Un corso che faceva proprio per me

 

L’occasione è arrivata quando ho saputo che la Pastorale Liturgica aveva organizzato Te Laudamus, un corso specificamente dedicato agli animatori musicali, sia coristi, sia musicisti. Per venire incontro al maggior numero possibile di corsisti, erano state individuate quattro sedi: Milano, Seveso, Lecco e Varese.

Le materie trattate sarebbero state davvero le più varie: storia del canto cristiano, note di spiritualità liturgica, ma anche tecnica vocale, ritmica secondo il metodo Jaques-Dalcroze (di cui non avevo mai sentito parlare prima) e videoscrittura musicale. Quest’ultimo corso m’interessava particolarmente, per poter imparare a trascrivere spartiti e a inserire i ritornelli dei canti nei sussidi che a volte mi viene chiesto di produrre per qualche celebrazione.

Erano previsti anche moduli a parte: indecisa tra direzione di coro e lettura cantata della musica, ho scelto il secondo, per non prevaricare coloro i quali, nella mia parrocchia, si alternano a dirigere il coro, sebbene a volte mi sia capitato di sostituirli se indisponibili.

Ho potuto partecipare al corso senza grossi problemi economici grazie al mio parroco, il quale, come richiesto in fase d’iscrizione, ha anche scritto una lettera di presentazione per me.

 

Riflessioni dopo la prima lezione

 

La prima impressione che ho avuto, dopo la prima lezione, è stata di sentirmi molto meno sola nel cercare di migliorare la qualità celebrativa nella mia parrocchia. Non che vada male, lo dico specialmente per i miei comparrocchiani che potrebbero leggermi, ma si devono tentare piccoli e progressivi miglioramenti.

Ho subito intuito che, nel cantare, dovevo impiegare quello che già i Padri della Chiesa chiamavano giubilo, ovvero un’esultanza che spesso non si può tradurre con parole articolate. Dovevo poi avere come punti fissi, quasi come le costellazioni in cielo guidavano i naviganti, gli insegnamenti espressi dai documenti del Concilio Vaticano II, sui quali, nelle lezioni online, sarei tornata spesso.

Ho poi apprezzato molto la lezione sul rapporto educativo in un coro, sia composto da bambini o da adulti, ricordando il mio passato più remoto e il presente che ancora vivo nei cori di cui faccio parte.

Non mi restava, allora, che affrontare le ore di lezione online. Tuttavia, sorgeva qualche problema...

 

Le prime difficoltà

 

La materia di videoscrittura in sé non mi creava difficoltà particolari, dato che col computer me la cavo piuttosto bene. Avevo, invece, dei problemi tecnici, dovuti al fatto che il mio portatile non ha una grossa memoria interna, anche se salvo sempre i file su chiavette esterne e ho installato solo i programmi indispensabili.

Di nuovo, mi è venuto incontro il mio parroco, concedendomi d’installare il programma di videoscrittura su uno dei computer della segreteria: dopotutto, trascrivere partiture poteva servire anche per il nostro coro. Appena avrò un computer nuovo, dovrò mettermi a ripassare seriamente.

Altri problemi mi sono venuti con la lettura cantata della musica. Anche in quel caso, nella parte in cui dovevo tenere il ritmo riuscivo bene, non altrettanto nell’individuare al primo colpo le note sul rigo. Credo che questo sia dovuto al fatto che non mi sono esercitata adeguatamente.

 

Momenti di spasso e di grazia

 

Mi sono invece divertita, e non poco, nelle lezioni in presenza dove veniva impiegato il metodo della ritmica Jaques-Dalcroze. Gli esercizi per tenere il ritmo, per intuire i cambi nelle melodie e per assecondare, col corpo, quello che sentivo con le orecchie mi hanno ricordato quelli che seguivo da adolescente, in un corso di teatro a scuola.

Le lezioni online di Storia del canto cristiano hanno sfatato non pochi falsi miti, a cui spesso molti si appigliano per espellere dalle chiese modalità espressive ritenute estranee. Allo stesso tempo, però, mi hanno ricordato che non bisogna rinnegare il passato, ma trarre da esso quanto di valido può essere ancora oggi proposto, con successi a volte sorprendenti.

In generale, apprezzato che nessuno stile o modalità venisse tagliato fuori: ad esempio, non ho mai sentito un netto rifiuto delle chitarre o della popular music in chiesa, ma un tentativo di comprenderne l’uso, comunque in accompagnamento con l’organo.

Mi sono sentita più volte elevare l’anima ascoltando le lezioni di spiritualità dell’animatore liturgico e quelle di liturgia vera e propria: sentivo di essere pienamente d’accordo con i relatori, gli stessi a cui, tempo addietro, avevo chiesto aiuto per le piccole questioni che non riuscivo a risolvere da sola.

A questa sensazione di grazia, nel vero senso del termine, subentravano, subito dopo, non pochi interrogativi: perché non tutti i fedeli capiscono di dover avere più cura della liturgia? Perché tanti vorrebbero che fosse più comprensibile, invece di provare a interessarsene e, come abbiamo fatto io e gli altri corsisti, a mettersi in gioco per sperimentarla e sentirla più vicina?

 

Panico per la Visita Pastorale

 

Nel frattempo, si avvicinava sempre di più il 20 marzo, giorno in cui l’Arcivescovo sarebbe venuto nelle mie parrocchie per la Visita Pastorale. Più precisamente, nella chiesa più vicina a casa mia avrebbe celebrato la Messa.

Ero determinata a fare in modo che il mio coro riuscisse a dare il meglio, per cui avevo iniziato a pensare alla scaletta dei brani da eseguire. Ho quindi colto l’occasione di un laboratorio, durante la lezione in presenza del 26 febbraio dedicata all’animazione della celebrazione, per confrontarmi con altri corsisti sulle scelte da attuare.

In sostanza, ogni partecipante doveva scegliere una delle domeniche di Quaresima, esaminare con gli altri del proprio gruppetto le proposte dei canti sul sussidio Celebriamo la Messa (per i non ambrosiani: c’è una sola casa editrice, Ancora, che pubblica i cosiddetti foglietti per il Rito Ambrosiano. Ci sono poi parrocchie, come le mie, che stampano i foglietti in proprio) e magari formulare altre soluzioni.

Le mie compagne di gruppo sono riuscite a placare la mia preoccupazione, almeno per il momento. Quando però la Visita si è fatta ancora più vicina, sono stata di nuovo colta da dubbi, che solo uno scambio di e-mail con un docente e il coordinatore di Te Laudamus ha contribuito a dissolvere. La Messa, poi, è andata oltre le mie aspettative, in senso positivo.

 

Nuove consolazioni

 

Il corso prevedeva anche una domenica nella quale, a seconda delle zone pastorali, si sarebbe partecipato a una Messa domenicale, a cui sarebbe seguito un momento di confronto con gli animatori musicali del posto.

Noi milanesi siamo andati a San Michele Arcangelo e Santa Rita, parrocchia che già avevo visitato soprattutto in occasione della festa, appunto, di santa Rita da Cascia, poi per una processione del Corpus Domini, l’ultima presieduta dal cardinal Tettamanzi, invitato per il suo sessantesimo di sacerdozio se non sbaglio.

Lì ho visto una comunità viva, con un’assemblea che partecipava con il canto in modo costante e dei coristi davvero in gamba. L’hanno confermato anche durante il momento dopo la Messa, manifestando il loro grande desiderio di venire raggiunti da componenti più giovani.

Eppure, dovevo rimanere in guardia. Avevo la riprova di non essere da sola a volere, per la mia gente, celebrazioni ordinate, nobili, armonicamente belle non solo nei suoni. Tuttavia, non dovevo cadere nell’estetismo fine a se stesso: è un aspetto rimarcato da molti dei nostri docenti.

Un’altra consolazione mi è arrivata il giorno della beatificazione di Armida Barelli e don Mario Ciceri. Tra la celebrazione in Duomo e l’appuntamento per un seminario collaterale al corso, sulla musica nelle Chiese della Riforma protestante, ho avuto il tempo per abbozzare un articolo per il mio sito parrocchiale. Quando però ho riacceso il tablet, la bozza era come scomparsa.

Mentre mi lamentavo ad alta voce, sono stata raggiunta da una suora, mia collega di corso. La sua semplice presenza è bastata per rincuorarmi e farmi ricostruire il pezzo che, alla fine, sono riuscita a pubblicare prima di sera.

 

L’ascolto dei rappresentanti

 

D’accordo col direttore di Milano Sette e del Portale diocesano, ho realizzato due articoli, seguendo la proposta del coordinatore del corso: un’intervista a quest’ultimo e una sintesi di quello che i rappresentanti eletti dalle quattro zone mi hanno raccontato.

Per motivi di spazio ho dovuto ridurre le loro considerazioni a due o tre a testa, ma in generale ho appurato che erano concordi tra loro, neanche si fossero sentiti prima di rispondermi. Tutti, infatti, hanno apprezzato come la formazione sia stata davvero completa su ogni aspetto e si sono sentiti crescere come credenti. Anche loro, come me, si sono sentiti meno soli nell’essere interessati a migliorare la liturgia nei luoghi dove sono animatori.

 

Quasi un saggio finale

 


Il corso si è concluso oggi, con la Messa Vigiliare di Pentecoste. Inizialmente ci era stato detto che sarebbe stata celebrata in Duomo, ma alla fine è stata scelta una parrocchia di Milano, proprio per radicare ancora di più sul territorio il senso del nostro impegno. Per me è stata quasi la chiusura di un cerchio: nel 2009, infatti, avevo iniziato a seguire i primi corsi per operatori pastorali delle Comunicazioni Sociali proprio lì, al SS. Redentore.

I brani scelti erano tutti adeguati al tono e ai testi della liturgia: spaziavano da pezzi in canto ambrosiano a composizioni contemporanee in modalità strofa-ritornello, senza trascurare il Discendi Santo Spirito che noi ambrosiani non abbiamo come Sequenza (anzi, le Sequenze sono del tutto estranee al nostro rito), ma che è sempre bene eseguire a Pentecoste.

Delle parole dell’Arcivescovo, da sempre attento all’aspetto canoro delle celebrazioni – oltre alla Lettera Cantate, cantate al Signore! ricordo che ha dedicato non pochi dei suoi celebri raccontini ai canti, ai coristi e al modo giusto di vivere il canto in chiesa – ho trattenuto il punto in cui ha esclamato:

Siate la voce nella città che canta le opere di Dio!

Non si riferiva direttamente a noi del corso, ma è un appello valido per noi che cerchiamo non solo di rendere più vive le celebrazioni liturgiche festive (a dirla tutta, il termine "animatore liturgico" non mi convinceva molto: sembrava presupporre la liturgia come qualcosa di noioso da smuovere), ma di far venire il desiderio di parteciparvi per ricevere slancio e consolazione dopo una settimana più o meno pesante. 


E l’anno prossimo?

 

A Dio piacendo e se il mio parroco mi sosterrà anche stavolta, vorrei seguire il corso anche l’anno prossimo. Vorrei però che a me si unissero anche alcuni dei miei comparrocchiani presenti e passati e una mia amica, anche lei impegnata nel campo liturgico.

Mi alletta molto, poi, la proposta annunciata durante l'incontro con l'Arcivescovo, che ha consegnato gli attestati del corso: un coro nuovo, formato dai corsisti e da quanti volessero aggiungersi, che si troverà una volta al mese, la domenica pomeriggio, presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso.

Il percorso che ho seguito mi è servito anche per capire che non ci si deve mai adagiare nell’abitudine. L’esperienza della liturgia continua anche quando si spegne l’ultima nota del canto finale e quando si è usciti di chiesa: per questo è un cammino da proseguire nella vita e che deve circondarla completamente.

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