CineTestimoniando#16: «Francesca Cabrini»


 Usa 2024, Alejandro Monteverde, Lupin Film, Angel Studios, 141’


Qualche mese fa sono finalmente riuscita a vedere uno dei ben due film usciti nel giro di pochissimo e dedicati allo stesso argomento: vita e opere di madre Francesca Saverio Cabrini, fondatrice delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, canonizzata il 7 luglio 1946, ottant’anni giusti fa. Ha avuto un breve passaggio nelle sale cinematografiche più comuni ed è stato proiettato anche in una Sala della Comunità vicina a casa mia, ma non avevo fatto in tempo ad andarci.

Quando il film è passato in televisione, ho avuto l’idea di prendere qualche appunto in diretta, per risistemarlo in seguito e farne una recensione, anche se non sapevo quando. Una mezza idea mi era venuta quando ho saputo della visita di papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano, ma in quel caso ho preferito parlare del Servo di Dio Giancarlo Bertolotti, che frequentava la parrocchia intitolata a Sant’Antonio Abate di quella cittadina e che, dopo la canonizzazione, fu cointitolata a santa Francesca medesima. Questo fatto ha un po’ pagato in materia di visualizzazioni, tenuto conto poi che il Papa non ha fatto alcun cenno al Servo di Dio in questione, invitando invece soprattutto i giovani a scoprire e studiare madre Cabrini.

Il film di cui tratto finalmente oggi, nell’ottantesimo anniversario della sua canonizzazione, può essere un punto di partenza, pur con qualche riserva. Tutte le fotografie sono tratte dalla cartella delle foto di scena presente sul sito ufficiale.

 

La trama in breve

Nella New York di metà Ottocento, una donna frequenta gli immigrati italiani, scende nelle fogne dove molti di essi vivono, raduna attorno a sé un gruppo di compagne per il medesimo scopo. È madre Francesca Cabrini (Cristiana Dell’Anna), sopravvissuta da bambina a un annegamento, ma rimasta segnata a vita da una malattia ai polmoni. Grazie all’incontro con papa Leone XIII (Giancarlo Giannini), aveva capito di dover partire non per la Cina, ma per l’America, dove molti immigrati erano lasciati a sé stessi. 

Mentre molti uomini, di Chiesa e non solo, la ostacolano, madre Francesca intraprende numerose opere, per aiutare bambini come Paolo (Federico Ielapi) o donne come la prostituta Vittoria (Romana Maggiora Vergano), a ritrovare la loro dignità.

 

Considerazioni di stile


 

Madre Francesca si aggira nei bassifondi

La confezione del film è altamente professionale: si vede nella scelta dei luoghi, nei costumi (madre Francesca indossa l’abito completo, col velo, dal secondo viaggio a Roma: è identico a quello originale che ho visto nel Museo Cabriniano di Codogno), ma anche nella recitazione.

I due pezzi grossi del cast, ossia Dell’Anna e Giannini, mi sono parsi molto in parte, anche se avrei da obiettare circa la scelta dell’ultimo dei due per interpretare Leone XIII, che di corporatura era assai diverso. Quanto alla fotografia, ricordo che, tranne in rari casi, era piuttosto cupa.

In tutto il film, però, ricorre una tempesta di clichè: i bambini poveri, i cardinali cattivi, i gentiluomini che maltrattano le suore definendole “porcellini d’India”. Un altro luogo comune insistito è quello contro cui, nella visione di chi ha realizzato il film, madre Cabrini ha lottato continuamente: le donne nella Chiesa e nella società dovevano (e devono) avere ruoli ben definiti e non sfidare le convenzioni.

Averlo visto in televisione, con non ricordo più quante interruzioni pubblicitarie, mi ha reso la visione un po’ pesante: forse in sala e senza pubblicità continue l’avrei apprezzato di più.

 

Considerazioni di fede

«Stia al suo posto» è la frase che, insistentemente, ricorre in tutto il film. La madre Cabrini di Dall’Anna reagiste con veemenza al cardinale che per primo gliela rivolge, ma io, se fossi stata in lei, mi sarei inginocchiata davanti a lui – non dimentichiamo che si trattava di un alto esponente ecclesiale, da non trattare come il primo venuto – e l’avrei supplicato, con le lacrime agli occhi: «Allora qual è il mio posto? Mi aiuti a trovarlo!», oppure: «Metto nelle sue mani questo mio desiderio», quasi come ho fatto nel 2024, quando mi sono trovata davanti a papa Francesco e pochi istanti prima una suora, che avevo appena conosciuto, mi aveva rimproverato che scrivere di santi e affini non faceva per me e avrei dovuto trovarmi un lavoro qualunque, perché i miei genitori non ci saranno per sempre.

Un tè con Leone

Proprio il rapporto con le alte sfere è tra gli aspetti che mi hanno urtato di più, soprattutto quello col Papa: con tutti i fondatori e le fondatrici con cui lui ha avuto a che fare nel corso del lungo pontificato di papa Pecci (ne ho citati alcuni nel post che gli ho dedicato), le udienze non si sono certo svolte come mostrato nel film.

Quanto al rapporto con madre Cabrini, descritto nella sua verità in questo articolo del sito istituzionale delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, di certo era improntato alla stima, ma non credo che siano mai arrivati a prendere il tè coi biscottini.

Ho poi riscontrato un’esagerazione quando viene affermato che madre Francesca è stata cacciata da tre ordini per malferma costituzione. Tecnicamente l’unica congregazione nella quale non fu nemmeno accolta (per ragioni di salute, questo è vero) è quella delle Figlie del Sacro Cuore, fondate dalla bergamasca Teresa Eustochio Verzeri (dichiarata Santa nel 2001). Come mi ha raccontato una delle Missionarie di Codogno, da lei ha ereditato un piglio quasi manageriale nel gestire le finanze della congregazione.

Un altro aspetto che mi ha dato fastidio è stata la continua impertinenza di madre Francesca soprattutto nei confronti degli uomini, mentre si mostra più dolce con i bambini e con le donne. All’orfano Paolo, che rimane senza madre all’inizio del film e, più avanti, perde anche il padre, non fa un predicozzo, ma lo pone davanti all’alternativa tra uccidere a sua volta o lasciare perdere.

Quando Vittoria riesce ad avere la meglio sull’uomo che la sfrutta, invece, madre Francesca sfodera un paio di frasi a effetto, anche sulla solidarietà femminile: «Bisogna avere dentro di sé tanto coraggio per vedere cosa si riesce ad essere» e «Siamo entrambe sopravvissute […] Non ci è concesso di scegliere come veniamo al mondo, ma con la libertà che Dio ci ha dato di scegliere come vivere». Nell’usare quel termine, però, non si capisce se lei si riferisca anche all’annegamento oltre che alle offese subite dagli uomini, anche di Chiesa.

Anche il ricordo di quell’episodio vero ritorna continuamente: è accaduto quando la piccola Maria Francesca (questo il suo nome di Battesimo) giocava costruendo barchette di carta sulle quali “caricava” fiori di violetta immaginando che fossero missionarie in partenza per la Cina. Diventa tanto più frequente quanto più la protagonista sente di toccare il fondo, finché non si sente salvata da qualcuno: colpisce come, dopo tutta l’insistenza sull’indipendenza e la forza femminile, sia proprio una mano d’uomo a trarla fuori dall’acqua.

Il terzo elemento che ho trovato fuori posto è stata la quasi totale assenza dei riferimenti alla fede e al Sacro Cuore di Gesù: peraltro il nome della congregazione, che lo contiene, non è mai citato. Solo a un’ora dall’inizio si vede madre Francesca intenta in una rapida preghiera, prima di cenare con le consorelle. In un’altra scena entra in una chiesa, ma è solo per rivolgersi a monsignor Theodore Corrigan, vescovo di New York (David Morse, lui sì somigliante al vero vescovo). Dopo quasi due ore di film, viene quasi spontaneo condividere l’esclamazione di papa Leone XIII: «Non capisco dove finisca la sua ambizione e inizi la sua fede» (neanche noi, Santità!).

Come rapido sprazzo della sua fede, ho ravvisato una frase di un (breve, meno male) discorso alle suore: «Lui dall’alto vi darà sempre la forza, che io ci sia o no». Mi ha fatto pensare alla frase di san Paolo «Tutto posso in Colui che mi da la forza», diventata praticamente il suo motto.

Dovrei invece approfondire e capire se sia vero che sia arrivata perfino a interrompere una seduta del Senato del Regno d’Italia per cercare fondi e se sia altrettanto corrispondente alla realtà storica dei fatti che, per convincere il tenore Enrico De Salvo a finanziarla, abbia schierato un coro di orfanelli (la ragazza che canta da solista è Virginia Bocelli, figlia del cantante Andrea) che intonano Va’ pensiero, che nel Risorgimento fungeva quasi da inno nazionale dei patrioti.

Infine, sembra che sia stata solo negli Stati Uniti d’America, quando ha varcato oltre ventiquattro volte l’Oceano e anche valicato le Ande a cavallo o a dorso di mulo. Il tutto appare tanto più eccezionale se si pensa alla sua salute, mai del tutto ferrea (anche questo è un dato che corrisponde alla realtà storica).

Ogni tanto un sorriso!

Più in positivo, ho apprezzato i pochi momenti in cui madre Cabrini da sfogo a tutta la sua umanità: quando muore Enzo, uno degli orfani (in sottofondo parte la canzone Lacreme Napulitane: e vai coi clichè!), quando pettina un’altra orfana e finalmente sorride, o quando grida di gioia perché è stata trovata la falda acquifera per l’orfanotrofio.

Più in generale, trovo che la vita di santa Francesca Saverio si presti tantissimo a essere raccontata: nel giro di dieci anni ha visto ben due film, questo e quello della Cristiana Video, ma questo, come scrivevo prima, ha avuto una tre giorni come evento speciale nelle sale.

Questa visione, tuttavia, mi ha presentato nuovamente un interrogativo a cui a volte penso: possibile che per raccontare i Santi, al cinema e in tv, non ci possano essere altre vie tra il filmetto edificante con le “facce da immaginetta”, per dirla con papa Francesco, e l’insistenza sulle opere a discapito della fede che le ha animate e che va evidenziata, altrimenti figure come quella di madre Francesca non sarebbero diverse da filantropi?

Inoltre, a mio parere, se si tratta di donne sante, non bisogna spingersi ad attualizzazioni troppo forzate, per non snaturare comportamenti che una donna del tempo non si sarebbe mai sognata di attuare. 

Nel caso di santa Francesca, per come ho imparato a conoscerla, è stata tenace, ma mai irrispettosa. Ha avuto i suoi slanci mistici, ma le suore tendono a raccontarli solo a chi ritengono preparato, per evitare fraintendimenti. Più in generale, non è una Santa “di popolo”, ma opere come questa hanno contribuito a farla diventare un po’ più nota al grande pubblico.

 

Consigliato a...

Consiglierei questo film a quanti sono totalmente a digiuno della storia di santa Francesca, ma accompagnandoli subito dopo ad affrontare gli aspetti ignorati nel corso della narrazione. Lo indicherei meno a chi già sa molto della sua esperienza, perché si renderebbe conto delle eventuali lacune.

 

Valutazione finale


Tecnica professionale, attori seri, ma madre Cabrini pare più un’attivista che una donna di fede.

 

Il film (qui il sito ufficiale) è distribuito da Dominus Production ed è disponibile in DVD e su Mediaset Infinity.


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