Giancarlo Bertolotti, un «Evviva» al Dio creatore e salvatore della vita

 

Giancarlo Bertolotti presta assistenza a un neonato nella clinica ostetrico-ginecologica del Policlinico San Matteo di Pavia (1990) (fonte)

Chi è?

 

Giancarlo Bertolotti nacque il 21 febbraio 1940 a Sant’Angelo Lodigiano (in provincia e diocesi di Lodi), terzogenito di Ettore Bertolotti e Maria Piera Corbellini. Rimase orfano di padre a nove anni.

Frequentò le scuole nel suo paese fino alle superiori, quando divenne alunno interno del Collegio Rotondi di Gorla Minore (in provincia di Varese e diocesi di Milano). Terminato il liceo nel 1958, s’iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Pavia, laureandosi nove anni dopo. Negli anni universitari fu membro della Federazione Universitari Cattolici Italiani (Fuci), nel circolo San Severino Boezio.

Dopo aver a lungo riflettuto, scelse la specializzazione in ostetricia e ginecologia, per aiutare i chiamati al matrimonio a essere felici come genitori. Rimase a lavorare al Policlinico San Matteo di Pavia, prima come aiuto nella clinica ostetrico-ginecologica, poi in prima persona, come dirigente medico di primo livello.

A partire dal 1973 iniziò a studiare approfonditamente i metodi naturali per la regolazione delle nascite, sostenuti dalle autorità della Chiesa cattolica, frequentando convegni internazionali e leggendo studi di settore. Insegnò gli stessi metodi a colleghi, coppie e amici, anche se non tutti accettavano le sue proposte.

Contribuì di tasca propria a mandare agli stessi convegni altri colleghi; allo stesso modo sosteneva le madri in difficoltà economiche, evitando che abortissero per ragioni del genere. Visse sobriamente, insieme ai suoi due fratelli maggiori, nella loro casa natale, anche se aveva un piccolo appartamento più comodo a Pavia.

Dopo l’approvazione della legge 194 si dichiarò obiettore di coscienza, rifiutando di praticare aborti, ma applicò la stessa legge nei punti in cui prescrive di ridurre gli ostacoli per la nascita di una nuova vita.

Il suo impegno si estese alla collaborazione con vari Centri d’aiuto alla Vita, alla fondazione del Consultorio “Centro per la Famiglia” di Lodi e alle Case di Accoglienza, come quella nata a Belgioioso.

Il 2 novembre 2005 andò al cimitero di Sant’Angelo Lodigiano per pregare sulle tombe dei suoi genitori (la madre era morta a gennaio), ma subito dopo tornò a Pavia per verificare le condizioni di una paziente operata in mattinata.

La sua Y10 venne travolta da un furgone appena immessa sulla Statale 235: lui fu ricoverato al San Matteo, ma ormai era grave. Morì il 5 novembre; i suoi organi furono donati.

L’Inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione si svolse dal 9 novembre 2013 al 14 novembre 2021 nella diocesi di Lodi.

Dal 15 novembre 2025 (dieci giorni dopo il ventesimo anniversario della morte) le sue spoglie riposano nella basilica dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini a Sant’Angelo Lodigiano, la sua parrocchia.


Cosa c’entra con me?

Forse ho sentito parlare del dottor Bertolotti qualche anno fa, ma posso affermare di averlo conosciuto più direttamente il 3 settembre 2022. Era l’ultimo di tre giorni di Esercizi spirituali che avevo trascorso a Villa Sacro Cuore di Triuggio e avevo trovato la sala di lettura, in cui, anni fa, c’era una piccola libreria.

Qualche testo era ancora a disposizione, in un piccolo espositore: ho preso uno sulla Beata Maria Teresa Fasce, come scrivevo nel post su di lei, uno che non ricordo al momento e uno, appunto, su Bertolotti. Mi aveva incuriosito la foto in copertina, nella quale tiene in braccio un bambino con un’espressione soddisfatta, ma non era chiaro se fosse figlio suo.

Quasi subito l’ho percepito come vicino a me, proprio per la circostanza in cui avevo trovato quella piccola biografia: anche per lui gli Esercizi spirituali, vissuti da ragazzo proprio a Triuggio, erano un momento fondamentale per riflettere sul suo rapporto con Dio.

Mi avevano poi colpito la sua delicatezza nei confronti delle pazienti e, più in generale, delle donne, nelle quali vedeva una delle meraviglie di Dio per il compito generativo a loro affidato. Come mi accade spesso, però, terminata la lettura ho accantonato il libretto, pensando comunque che il dottore potesse essere un soggetto da trattare qui per la Giornata della Vita.

Nello scorso novembre, però, ho letto sulle pagine della Cronaca di Milano e Lombardia di Avvenire che le sue spoglie mortali erano state traslate dal cimitero di Sant’Angelo Lodigiano alla basilica dello stesso paese, che era anche la parrocchia da lui frequentata. Valeva quindi la pena di aggiornare la scheda biografica sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni con quella menzione, avvisando nel frattempo l’Associazione che è parte attrice della sua causa.

Il signor Ambrogio Bianchi, membro laico della Commissione storica diocesana per la causa di beatificazione e vice presidente dell’Associazione Giancarlo Bertolotti. è stato gentilissimo, rapidissimo e tempestivo anche nel provvedere a mandarmi una copia della biografia uscita tre anni dopo la morte di Giancarlo e anche cinque suoi santini; ho ricambiato con un’offerta per le spese della causa, che sono sempre ingenti.

Dalla lettura di quell’altro libro ho riconosciuto che il suo protagonista non era affatto un ingenuo, né un tontolone che accettava supinamente torti e ingiustizie, ma un uomo dalla schiena dritta, pronto a difendere la vita umana dal concepimento, ma con una tenerezza nei confronti delle persone (in alcuni scritti, invece, usa espressioni non dissimili da quelle usate spesso da papa Francesco riguardo l’aborto) che raramente si riscontra in quei credenti che, con toni aggressivi, rischiano di passare dalla ragione al torto, quando si parla di argomenti del genere.

Ho poi ravvisato alcuni di quegli intrecci che tanto mi entusiasmano, quando li scopro. Giancarlo propose infatti a don Angelo Comini, che fu poi autore della prima biografia, di far venire al Collegio Borromeo di Pavia alcuni relatori esperti di bioetica: tra di essi due che c’entrano con me, ossia il cardinal Dionigi Tettamanzi, mio futuro arcivescovo, e il genetista Jérôme Lejeune, attualmente Venerabile. 

Partecipò anche, nel 1958, a una delle tante tre giorni di spiritualità a Villa Cagnola di Gazzada Schianno tenute dal Venerabile Giuseppe Lazzati. Infine, anzi prima, nel 1961, scrisse a un altro dei Venerabili ambrosiani, Marcello Candia, per segnalargli che, insieme ad altri compagni della Fuci, voleva aiutare gli studenti del Sud del mondo da lui sostenuti.

Inoltre, ho riconosciuto che, come me, anche lui ha avuto rapporti con numerosi movimenti e realtà ecclesiali: faceva parte del coro (ecco un’altra cosa che ci unisce, ovvero la passione per la musica) di Comunione e Liberazione di Pavia e seguiva qualche volta gli incontri della Scuola di Comunità, conosceva e stimava il Movimento dei Focolari e il Rinnovamento nello Spirito Santo, aveva partecipato a ritiri alla Comunità di Bose, a Spello e aveva partecipato a una marcia di Pax Christi, ma non è mai stato membro di nessuno di queste realtà.

L’idea di occuparmi di lui per la Giornata della Vita è venuta meno per ragioni che al momento mi sfuggono, ma penso che sia successo, tra l’altro, perché non avevo ancora finito di leggere la biografia più grande.

Nel frattempo, è stata annunciata la visita di papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano, dopo Pavia. Naturalmente l’infosfera ecclesiale si è concentrata su due poli: quello di sant’Agostino e quello di santa Francesca Saverio Cabrini, il padre spirituale del Pontefice e la madre di tanti cattolici di Chicago, sua città d’origine.

Avrei potuto affrontare il primo dei due santi, ma mi sembrava di fare un torto al fatto che, durante il pontificato di papa Francesco, non mi sono mai occupata di approfondire ciò che mi lega a sant’Ignazio di Loyola (sebbene Agostino non abbia fondato in senso stretto l’Ordine che porta il suo nome). Avevo poi avuto una mezza idea di recensire l’ultimo film uscito sulla storia di madre Cabrini, anche se non mi aveva entusiasmata granché.

Alla fine ho riconosciuto che fosse più giusto mantenere la promessa a quelli dell’Associazione, ossia occuparmi di Giancarlo, pazienza se la sua storia non avrebbe avuto risonanza a parte questo piccolo blog e il suo sparuto manipolo di lettori.

Nel periodo intercorso nel frattempo, mi sono sottoposta a una visita ginecologica di controllo: mi sono sentita svilita, sminuita e presa in giro dalla dottoressa che mi segue. Come ciliegina sulla torta, ho voluto chiederle di spiegarmi alcuni termini tecnici che avevo trovato nella biografia: mi ha risposto che erano collegati a metodi ormai sorpassati.

Quest’esperienza mi ha resa ancor più convinta della necessità di chiedere l’intercessione (privatamente, s’intende) del dottor Bertolotti per i suoi colleghi, soprattutto per gli ostetrici e i ginecologi, affinché si mettano accanto con tutto il cuore alle donne, siano esse gravide, puerpere o con disturbi ginecologici di vario tipo.

Nell’ultima puntata di stagione del programma Verso gli altari di Padre Pio TV c’è stato spazio anche per lui, in un appuntamento dedicato alla medicina come via possibile di santità in via di riconoscimento. Prima di lui (la sua parte inizia al minuto 13:27 del video qui sotto), ricordato da monsignor Enzo Raimondi, parroco di Sant’Angelo Lodigiano, da suo cugino Giovanni Bertolotti e dalla moglie di lui, Cornelia (la quale mi ha spedito il pacco col libro e i santini), tutti portavoce dell’Associazione Amici di Giancarlo Bertolotti, è stato raccontato un altro di quei medici che compongono un’ideale “clinica celeste”, il professor Nicola Bellantuono, del quale è stata aperta a Foggia, il 22 maggio scorso, l’inchiesta diocesana.



Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?

Mi sento di affermare che Giancarlo fosse intimamente francescano, pur non avendo aderito all’Ordine Francescano Secolare né avendo avuto rapporti con esponenti del francescanesimo. La prima ragione che mi conduce a pensarlo è la sua lode a Dio per la creazione, sia che accadesse durante una delle sue escursioni in montagna, sia che uscisse dal suo cuore durante una visita a una paziente, soprattutto se in procinto di abortire.

Un’altra ragione risiede nell’attenzione per la vita interiore, intrapresa negli anni in cui studiava al Collegio Rotondi (elemento che lo rende uno dei candidati agli altari ambrosiani di adozione che elencavo qui) e mai perduta, anche quando la professione medica lo obbligava a turni o lo conduceva a servizi aggiuntivi.

Penso che abbia anche sperimentato direttamente cosa sia la “perfetta letizia” francescana quando i colleghi lo schernivano per la sua fede e per le scelte a essa collegate, o quando si rendeva conto che, nonostante avesse messo in campo ogni mezzo, qualche donna non sceglieva la vita per il bambino che portava in grembo.

Infine, guardando la foto della sua tomba, mi sono accorta che si trova proprio nella cappella dedicata a san Francesco.

 

Il suo Vangelo

Quello di Giancarlo è indubbiamente il Vangelo della vita, studiata, ammirata, indagata e difesa con ogni mezzo. La sua passione per far arrivare al termine tutte le gravidanze con cui aveva a che fare, come anche nell’evitare d’intervenire indiscriminatamente col parto cesareo, non era pura testardaggine, ma consapevolezza di poter offrire un aiuto alle coppie per portare a compimento la loro missione di genitori. Può sembrare singolare, dato che lui non aveva avuto figli ed era rimasto celibe, sebbene sia stato accertato che condividesse reciproci sentimenti d’amore per una sua conoscente.

Sapeva di non essere sempre compreso, anzi, di essere dileggiato perché diffondeva opuscoli e pubblicazioni scientifiche per divulgare i metodi naturali e la castità coniugale (che definiva «amorosa continenza periodica»), ma si sentiva confortato dai frequenti pronunciamenti del Magistero dei Papi: l’enciclica Humanae vitae, del resto, era uscita un anno dopo la sua laurea e mentre stava affrontando il primo anno di specializzazione in ostetricia e ginecologia.

Aveva però alcuni alleati, come il dottor Cesare Gianatti e la moglie Rosaria, ai quali ha indirizzato una lettera, il 15 agosto 2001, per rispondere ad alcune loro richieste e per raccontare loro i suoi tentativi di formazione anche dei giovani colleghi. Scrivendo, si è lasciato andare a un’invocazione:

Signore, rinnova in noi il gusto e la gioia del bell’amore donativo, che ci faccia reggere l’aspetto sacrificale che c’è nella sua esperienza.

Come già accaduto ad Acerra per la Serva di Dio Rossella Petrellese (qui il mio post su di lei), papa Leone non si è fermato sulla tomba di Giancarlo, né lo ha citato nei suoi discorsi (anche se da quello alla città di Pavia ho tratto l'espressione che ho usato nel titolo).

Io, però, ho voluto cogliere l’occasione per far risuonare il suo «Evviva!» alla vita, come esclamava quando riusciva in qualcuna delle sue piccole imprese.

 

Per saperne di più

Angelo Comini, Una vita per la vita – Il ginecologo Giancarlo Bertolotti, Paoline Editoriale Libri 2008, pp. 112, € 11,00.

La prima biografia, uscita a tre anni dalla morte, con estratti degli scritti e delle lettere sue e di tante persone da lui aiutate.

Barbara Sartori, Giancarlo Bertolotti – L'apostolo del bell'amore e dell'aiuto alla vita, Edizioni Il Duomo 2022, pp. 66, € 5,00.

L’ultima edizione della piccola biografia illustrata che avevo trovato a Triuggio.

 

Entrambi i libri non sono più in catalogo, ma possono essere richiesti all’Associazione Giancarlo Bertolotti (i recapiti sono sul sito della Comunità pastorale Santa Francesca Cabrini di Sant’Angelo Lodigiano).

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