Don Nazareno Lanciotti, sacerdote che operava per il Signore e con il Cuore Immacolato di Maria

 


Don Nazareno
durante la celebrazione
di una Messa a Jauru
(dalla galleria fotografica del sito ufficiale)


NOTA BENE: in Brasile, il termine “dom” è riservato ai vescovi, quindi, per evitare confusione, il protagonista di questo post in quel Paese era più noto (e lo è tuttora) come “padre Nazareno”, pur essendo un prete diocesano. Io, invece, uso “don” proprio per questa ragione.

 

Chi è?

 

Nazareno Lanciotti nacque il 3 marzo 1940 a Roma, secondogenito di Giacomo Lanciotti, muratore, e di Antonietta Proietti Moscatelli, casalinga. Da piccolo confidò alla madre di voler diventare sacerdote: mentre lei prometteva di pregare per lui, suo padre non lo considerava adatto, perché vivace e a volte dispettoso.

Il 7 ottobre 1952, invece, Nazareno entrò nel Seminario abbaziale di Santa Scolastica a Subiaco, città di cui erano originari entrambi i genitori: lì compì tutti gli studi, dalle medie al corso teologico. Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1966 nella cattedrale di Santa Scolastica a Subiaco.

Poiché il cardinal Ugo Poletti, Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma, aveva chiesto aiuto alle diocesi vicine affinché venissero inviati sacerdoti in aiuto a quelli già presenti, l’Abate di Subiaco, padre Egidio Gavazzi, inviò tre sacerdoti del suo territorio, tra i quali don Nazareno.

Il suo primo incarico fu quindi quello di vicario parrocchiale nella parrocchia di San Giovanni Crisostomo, a Monte Sacro, nel quartiere romano Talenti, rimanendo incardinato nell’Abbazia territoriale di Subiaco. Di pari passo, frequentò la Pontificia Università Lateranense.

Stando a contatto con i giovani della parrocchia, conobbe l’Operazione Mato Grosso (in sigla, Omg), movimento missionario aconfessionale che in quegli anni cominciava a sensibilizzare e a inviare laici missionari. Anche don Nazareno decise di farne parte: nel 1969 partì per una prima esperienza missionaria (nel gergo dell’Omg, “i tre mesi”), ma nel 1971, tornato da un’altra esperienza, annunciò di voler partire definitivamente.

Il 12 gennaio 1972 arrivò a Jauru, villaggio rurale nello Stato del Mato Grosso, a notte fonda e dopo un lungo viaggio. Dopo un iniziale smarrimento, decise di ridare vita a quel villaggio: iniziò con una serie d’incontri per formare le coscienze circa il Magistero sociale della Chiesa, ma non si fermò a questo.

Riuscì a far costruire un ospedale e una nuova chiesa, entrambi intitolati alla Madonna del Pilar perché, appena arrivato a Jauru, aveva trovato, nel suo alloggio, proprio una riproduzione di quell’immagine. Promosse anche la costruzione di un Seminario Minore, il primo della diocesi di São Luiz de Cáceres.

Intanto, dopo lunga riflessione, aveva deciso di staccarsi dall’Omg; anche alcuni dei suoi giovani fecero la stessa scelta. Aveva preferito, infatti, seguire le direttive missionarie del vescovo di São Luiz de Cáceres, monsignor Máximo André Biennès.

Il 10 novembre 1975 venne escardinato dall’Abbazia territoriale di Subiaco e inserito ufficialmente nel clero della sua nuova diocesi brasiliana. Il 12 ottobre 1976 venne eretta la parrocchia di Nostra Signora del Pilar a Jauru, di cui don Nazareno divenne il primo parroco.

Nel marzo 1987 s’iscrisse ufficialmente al Movimento Sacerdotale Mariano (in breve, Msm), dopo aver incontrato, alcuni mesi prima, l’iniziatore di quel movimento, don Stefano Gobbi (per il quale è in corso la causa di beatificazione e canonizzazione). Quest’ultimo lo nominò Responsabile nazionale per il Brasile, investendolo del compito di visitare il Paese per guidare i Cenacoli mensili di preghiera.

Nei primi mesi del 2000, don Nazareno affiancò alla chiesa parrocchiale un’aula liturgica più ampia, intitolata al Cuore Immacolato di Maria; diede la stessa intitolazione a una casa di riposo per malati anziani. Tuttavia, la sua azione pastorale aveva iniziato a dare fastidio ai trafficanti di droga e di persone, che operavano al confine tra Bolivia e Brasile, e ad alcuni esponenti della Massoneria.

L’11 febbraio 2001, verso sera, mentre stava cenando in canonica con alcuni collaboratori, don Nazareno fu aggredito da due uomini armati di pistola, che terrorizzarono i presenti con la “roulette russa”, ma era già stato deciso che l’unica pallottola doveva essere destinata al sacerdote. Fu ferito gravemente, ma non ucciso: venne portato all’ospedale di Cuiabá e, successivamente, in quello siro-libanese di San Paolo del Brasile.

Nei giorni seguenti, pur agonizzante e paralizzato, rimase lucido e cosciente. A don Stefano Gobbi, che proprio in quel periodo si trovava in Brasile, ma anche al suo vescovo, raccontò di essere sicuro che uno degli aggressori gli aveva rivelato di agire per istigazione diabolica. Morì il 22 febbraio 2001, a sessantuno anni, dopo aver perdonato i suoi aggressori e dichiarato di offrire la sua vita per il Brasile, per il Papa e la Chiesa e anche per il Movimento Sacerdotale Mariano.

Don Nazareno fu subito circondato da fama di santità e di martirio. Il processo diocesano della sua causa di beatificazione e canonizzazione, volta a dimostrare il martirio in odio alla fede, si svolse nella diocesi di São Luiz de Cáceres dal 18 novembre 2007 all’8 gennaio 2009. Il decreto sul martirio fu autorizzato il 14 aprile 2025 da papa Francesco.

Don Nazareno è stato beatificato oggi, 13 giugno 2026 (la celebrazione è iniziata alle 15 ora italiana), a Jauru, nella Messa presieduta dal cardinal João Braz de Aviz, prefetto emerito del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, inviato del Santo Padre Leone XIV.

I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Pilar a Jauru, dov’erano stati sepolti il 24 febbraio 2001, mentre la sua memoria liturgica ricorre il 12 giugno, lo stesso giorno del suo arrivo a Jauru.

 

Cosa c’entra con me?

Non ricordo il giorno preciso in cui ho avuto il mio primo contatto con don Nazareno, ma penso che sia avvenuto intorno al 2022. Ho invece bene in mente le circostanze: ho trovato i suoi santini nella chiesa di Santa Maria alla Fonte a Milano, non lontano da casa mia. Ammetto che la foto scelta e l’atteggiamento austero non erano particolarmente invitanti, ma li ho presi lo stesso proprio perché non conoscevo affatto quel prete.

Nelle note biografiche interne al santino, che di fatto era un piccolo pieghevole in quattro pagine, ho invece ravvisato la sua appartenenza al Movimento Sacerdotale Mariano (in sigla, Msm), che già conoscevo di fama. Come a volte mi accade, ho infilato quelle immaginette in una delle mie scatole e quasi non ci ho pensato più.

Quando però mi sono sentita in dovere di realizzare un profilo biografico più completo di don Stefano Gobbi, iniziatore proprio del Msm, in vista dell’avvio del suo processo diocesano, ho chiesto in prestito a un prete che conosco una sua biografia, ormai fuori catalogo. Don Nazareno ha fatto capolino anche da quelle pagine: non poteva essere altrimenti, dato il suo incarico come responsabile nazionale del Msm e tenuto conto che don Stefano era stato presente al suo capezzale.

Poco dopo, sono stata coinvolta da Luigi Accattoli e Ciro Fusco nella revisione di Nuovi Martiri. Nella vecchia edizione del 1999, don Nazareno era assente, dato che è stato ucciso nel 2001, ma in questa non poteva mancare: il suo profilo è il numero 149, tra i “Martiri della Missione”. In effetti, come ha fatto notare a più riprese il suo postulatore, si tratta del primo sacerdote italiano morto martire nel nuovo millennio.

Il 14 aprile 2025, quando ho appreso la notizia del Decreto sul martirio, di cui ho dato conto nella seconda puntata della mia rubrica Testimoniando in breve (peraltro, era la stessa tornata di Decreti in cui era presente quello sulle virtù eroiche di Antoni Gaudí, a cui ho dedicato il post precedente a questo), sono stata sorpresa e dispiaciuta: la prima reazione era dovuta al fatto che non pensavo che la sua causa fosse così avanzata, mentre la seconda era dovuta all’impossibilità di aggiornare ulteriormente il libro, ormai in stampa, anzi, prossimo a uscire. Se con il libro non potevo più far nulla, avevo ancora una possibilità per altri canali, ovvero qui per il blog, dato che il profilo sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni era abbastanza a posto (ma l’ho aggiornato ulteriormente poco fa).

Il 24 febbraio di quest’anno, dalla redazione delle pagine d’informazione religiosa di Avvenire mi hanno chiesto un articolo corposo su don Nazareno: avrei dovuto parlare di come la devozione alla Madonna avesse permeato la sua missione, dato che quella pagina sarebbe stata interamente dedicata ai missionari fidei donum.

Ho quindi pensato di chiedere al responsabile-coordinatore internazionale del Msm, che già mi aveva aiutata per don Gobbi: mi ha inviato anche l’indirizzo di posta elettronica del postulatore. Quest’ultimo mi ha chiesto di chiamarlo l’indomani mattina, ma nel frattempo ho pensato di cercare il santino: dopo aver frugato per mezza casa, l’ho trovato.

Il mio contatto ad Avvenire mi aveva anche segnalato un lancio dell’Agenzia Sir in cui lo stesso postulatore riferiva che era in uscita una biografia nuova, scritta da lui stesso. Nella conversazione telefonica che ho avuto con quel sacerdote l’ho avvisato della mia intenzione di procurarmela, ma allo stesso tempo ho chiesto all’Ufficio stampa della casa editrice in questione se potessi avere un aiuto, così da integrare la menzione di qualche scritto tratto da lì.

Il testo era in fase avanzata di lavorazione, ma ho potuto dare un’occhiata e cavarne quello che mi serviva. Sempre grazie all’Ufficio stampa, ho ottenuto anche la copia cartacea un mese dopo, a marzo, dopo aver visto che il postulatore ne aveva parlato su TV 2000, impegnandomi a leggerla per prepararmi alla beatificazione.

Da quella lettura ho imparato anzitutto che don Nazareno non si è inventato chissà cosa per avvicinare le persone alla vita della Chiesa: ha dato senso rinnovato a pratiche che attendevano solo una riscoperta, come l’Adorazione eucaristica e il Rosario meditato (che fanno tra l’altro parte dei Cenacoli del Msm, ossia gli incontri mensili).

Nella mia pur breve esperienza, invece, ho appurato che, tra le doti che ci si aspetta da un prete, viene chiesta, per non dire pretesa, un’inventiva che produca eventi, incontri, momenti di aggregazione. Sono tutte occasioni buone di per sé, ma non costituiscono l’essenziale della vita di una comunità cristiana, né di quella di un ministro ordinato; avremmo dovuto capirlo, negli anni del post-Covid.

Inoltre, dalle testimonianze di chi è stato fianco a fianco con lui, ho riconosciuto che don Nazareno non vedeva dei meri esecutori nei laici, ma preziosi collaboratori, che spesso potevano arrivare dove a lui risultava quasi impossibile, benché trascorresse gran parte del suo tempo a visitare i parrocchiani e le varie cappelle rurali del territorio.

Mi ha un po’ addolorata, invece, il fatto che avesse deciso d’interrompere la sua adesione all’Operazione Mato Grosso: da quel che ho capito, aveva scelto di agire così perché quel movimento giovanile, da sempre aconfessionale benché nato da sacerdoti salesiani (uno dei quali era il fratello di don Luigi Melesi, del quale ho parlato qui), aveva preso delle scelte che non gli sembravano collimare col messaggio evangelico, né con lo stile sacerdotale che lui sentiva di vivere.

Di conseguenza, don Nazareno non potrà essere considerato il primo martire riconosciuto dell’Omg, né affiancato a figure come Giulio Rocca, don Daniele Badiali, Nadia de Munari e (però non è morto assassinato) Simone Losa, che invece sono rimasti radicati in quella realtà ecclesiale. In compenso, però, era rimasto in buoni rapporti con tanti volontari, che contribuiscono a costruire, per esempio, la nuova chiesa.

Tangenzialmente, invece, posso inserirlo nella mia lista di Santi, candidati agli altari e Testimoni legati a vario titolo con la diocesi di Milano. Il collegamento diretto risiede nel fatto che don Nazareno ha incontrato per la prima volta don Stefano Gobbi a Milano, perché quest’ultimo al tempo abitava a Villa Clerici, sede dell’Istituto Secolare Compagnia di San Paolo, di cui era membro.

Ce n’è però uno mediato dall’influsso benedettino sulla vita del giovane Nazareno, ancora in formazione verso il sacerdozio. Aveva tredici anni quando, nel Seminario di Subiaco, gli fu narrato il “sogno delle due colonne” di san Giovanni Bosco, a cui aveva fatto riferimento, nella sua omelia per il solenne pontificale del Congresso Eucaristico di Torino, il Beato Alfredo Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano e monaco benedettino; era il Legato Pontificio per quell’importante celebrazione, svolta nel 1953, un anno prima della morte.

Per don Nazareno, l’Eucaristia e la Vergine Immacolata sono stati i pilastri su cui ha basato la sua vita di credente e di prete, ma anche quella della comunità cristiana e civile fiorita a Jauru. Per certi versi, quindi, mi viene da ravvicinarlo a san Bartolo Longo, altro innamorato della Madonna capace di unire preghiera, carità e azione sociale.

 

Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?

Non mi pare di vedere particolari agganci tra don Nazareno e san Francesco, ma uno è significativo: lui e compagni hanno vissuto gli Esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione sacerdotale a La Verna, il luogo tanto caro a quel Santo e nel quale lui ricevette le stimmate.

Da lì il futuro prete scrisse due lettere, il 19 e il 22 giugno 1966 (in quest’ultima data riferì di essere stato con gli altri diaconi proprio al santuario de La Verna), destinate a padre Girolamo Pullo, Priore benedettino di Subiaco, nelle quali delineò il suo programma di vita sacerdotale.

La sua esperienza nell’Omg, però, permette di trovare un altro aggancio, perché quella realtà ha come Santi a cui s’ispira san Giovanni Bosco, per l’attività educativa, e san Francesco d’Assisi per la scelta di condividere tutto coi più poveri, il “dare via” più volte proclamato dal fondatore don Ugo De Censi.

Anche quando il suo cammino non ha più seguito quel movimento, don Nazareno è comunque rimasto disponibile e povero, benché, per costruire l’ospedale e le altre strutture, ha avuto a che fare con molto denaro.

 

Il suo Vangelo

Don Nazareno mi pare una di quelle figure impossibili da incasellare in uno schieramento o in un altro: si è formato negli anni del Concilio Vaticano II e ha assunto in sé lo slancio missionario della Chiesa di quei tempi, ma non ha trascurato gli strumenti che, nel corso dei secoli, sono diventati patrimonio e via di santificazione per i fedeli. In questo ha avuto gran parte la sua adesione al Msm, in cui ha riscontrato un’immediata sintonia col suo desiderio, proclamato a voce e per iscritto, di essere santo senza mezze misure.

Con la sua vita e con il suo martirio, quindi, insegna che ogni azione ecclesiale, particolarmente missionaria, non vale nulla se non è innervata dall’amore che viene dal Cuore Immacolato di Maria e non ha la comunione con Dio come scopo primario.

Scrivendo il 19 giugno 1966 a padre Girolamo Pullo una delle due lettere per certi versi programmatiche, il futuro prete elencava i suoi propositi per il futuro, ma uno mi sembra sintetizzarli tutti:

Ecco, quindi, la mia vita: un sacerdote che opera sempre per il Signore.

Mi par quasi di peccare di superbia pensando a ciò, ma così non è se penso che solo così mi vuole il Signore.

Oggi, nella mia diocesi, sono stati ordinati dodici preti. Non so se qualcuno di loro conosce don Nazareno o ne ha mai sentito parlare, ma sarebbe lodevole se qualcuno glielo presentasse, così da farlo diventare loro amico e compagno di cammino.

 

Per saperne di più

Enzo Gabrieli, Condotto dall’Amore – Don Nazareno Lanciotti primo martire del Mato Grosso, Ancora 2026, pp. 128, € 15,00.

Biografia scritta dal postulatore in occasione della beatificazione.

 

Su Internet

Sito ufficiale lanciato in vista della beatificazione (in portoghese brasiliano)

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