Don Francesco Bonifacio: un corpo fatto sparire, una memoria concreta e viva
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| La foto più famosa di don Francesco (fonte), realizzata dallo Studio fotografico Alfredo Pettener di Pirano |
Chi è?
Francesco Giovanni Bonifacio nacque a Pirano, in provincia di Trieste e all’epoca in diocesi di Trieste e Capodistria (oggi in Slovenia), il 7 settembre 1912, secondo dei sette figli di Giovanni Bonifacio e Luigia Busdon. Suo padre, che lavorava come fuochista, morì a quarantotto anni per una malattia ai polmoni; anche prima, tuttavia, coi suoi guadagni non riusciva a sostenere la famiglia.
Francesco
fu un bambino timido e pronto all’obbedienza. Frequentò le scuole elementari in
paese, mentre alimentò la formazione religiosa nell’oratorio della sua
parrocchia (detto “dei salesiani”), nel circolo giovanile “San Giorgio”
dell’Azione Cattolica e dai frati del convento di San Francesco.
A
dodici anni entrò nel piccolo seminario di Capodistria, dove fu mantenuto agli
studi da alcuni benefattori e si fece apprezzare per la sua mitezza e la sua
devozione. A diciannove anni passò nel seminario teologico centrale di Gorizia,
per il quadriennio teologico, ma dopo il primo anno, per ragioni di salute, fu
ricoverato nel sanatorio di Cunevo, in Val di Non, per un’infezione tubercolosa
polmonare bilaterale. Rientrò in seminario l’anno dopo, ma fu inviato a
Capodistria come prefetto di disciplina degli alunni più giovani, pur tornando
a Gorizia per gli esami.
Fu
ordinato suddiacono il 25 ottobre 1936, diacono il 19 settembre 1936 e
sacerdote il 27 dicembre 1936. La sua prima destinazione fu Cittanova, dove fu
inviato il 18 aprile 1937 come vicario sussidiario (come a dire vicario
parrocchiale). Iniziò subito a impegnarsi, visitando anziani e malati e facendo
rifiorire l’Azione Cattolica.
Dopo
due anni fu trasferito, come cappellano esposto, a Villa Gardossi, attuale
Crassiza, curazia (parte di territorio compreso nei confini di una parrocchia,
ma in parte indipendente) sottostante alla parrocchia di San Servolo di Buie.
Anche lì promosse l’Azione Cattolica e fu vicino a poveri e ammalati. Diede
molta importanza alla predicazione e istituì vere e proprie catechesi al popolo
sui temi principali della fede.
Dopo la
seconda guerra mondiale e l’occupazione da parte dell’esercito tedesco e dei
fascisti, presero il potere in Istria i Poteri Popolari, di stampo comunista,
sostenuti da Josip Broz detto Tito. Iniziò una sistematica persecuzione contro
i rappresentanti e i fedeli della Chiesa cattolica, fossero essi italiani,
sloveni o croati.
Anche
don Francesco fu oggetto di minacce sempre più pesanti, ma era anche
preoccupato delle false notizie che circolavano per staccare la gente di Villa
Gardossi dalla Chiesa. Alla fine del luglio 1946 parlò con monsignor Antonio
Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, per chiedergli cosa fare: si sentì
confermato nella decisione di restare al proprio posto.
Nel
pomeriggio dell’11 settembre 1946, don Francesco uscì di casa per ordinare
della legna e per andare a trovare un amico sacerdote, don Giuseppe Rocco, a
Grisignana. Non tornò più a casa: successivamente, si venne a sapere che era
stato fatto sparire da alcune guardie popolari accompagnate da soldati jugoslavi.
La sua
causa di beatificazione e canonizzazione, per la parte diocesana, si svolse a
Trieste, in quanto il territorio dov’era stato ucciso era entrato a far parte
dell’allora Jugoslavia e, a causa di problemi diplomatici e politici, si chiese
il trasferimento di competenza.
Don
Francesco fu beatificato il 4 ottobre 2008 nella cattedrale di San Giusto a
Trieste, nella celebrazione presieduta da monsignor Angelo Amato, Prefetto
della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. La
sua memoria liturgica ricorre l’11 settembre, giorno della sua sparizione.
A oggi,
i suoi resti mortali non sono stati ritrovati; non esiste nemmeno la certezza
che siano stati gettati in una foiba.
Cosa c’entra con
me?
Quando don Francesco fu beatificato avevo ripreso a interessarmi a Santi e affini, ma non seguivo ancora con attenzione le notizie circa i futuri Beati, né mi aggiornavo sulle cerimonie di beatificazione. Di conseguenza, posso affermare che lo conoscessi a stento di nome, prima del 2024.
In
quell’anno, infatti, durante il lavoro di aggiornamento del libro Nuovi
Martiri richiesto da Luigi Accattoli, l’altro autore della nuova edizione,
Ciro Fusco, segnalò che don Francesco non era presente nell’edizione del 1999 e
meritava una sintesi biografica.
Più o
meno nello stesso periodo, ricordo di aver letto un articolo di Vatican News
in cui si parlava del fatto che, a poco meno di ottant’anni dalla scomparsa,
non si erano ancora trovati i suoi resti mortali. Dato che l’Istruzione Sanctorum
Mater non obbliga più alla ricognizione delle spoglie di un candidato agli
altari per beatificarlo, anche nel suo caso si era potuto procedere lo stesso.
Per chiedere una conferma dell’esattezza dei dati contenuti nel profilo, ho contattato l’Azione Cattolica di Trieste tramite i miei agganci con l’Azione Cattolica di Milano. In sostanza, ho parlato con Mario Ravalico, dell’Associazione Amici di don Francesco, a cui ho procurato anche gli agganci perché si parlasse di don Francesco nella puntata di Verso gli altari di Padre Pio TV del 23 marzo 2024.
Già che c’ero, ho dato un occhio al profilo
presente sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni, visto che,
nell’articolo di Vatican News che citavo sopra, si parlava di nuovo di
lui come di un “martire delle foibe”. Mi ha spiegato che era un appellativo
inesatto, non essendoci certezza che il suo cadavere sia finito in una di
quelle cavità naturali in cui, nel periodo dal 1943 al 1947, vennero gettati, a
volte non ancora morti, parecchi italiani abitanti dell’Istria.
In più,
come mio uso, ho chiesto altro materiale informativo, compresi gli immancabili
santini, e ho corrisposto con un’offerta in denaro. Il pacco, che conteneva un
grosso volume storico e alcuni opuscoli della collana I Quaderni di don
Francesco, mi è stato spedito il 14 marzo 2024. Nella riedizione di Nuovi
Martiri, uscita un mese dopo, il profilo di don Francesco è nel capitolo
dei “Martiri della dignità della persona umana” e ha il 369 come numero
progressivo.
Circa
un anno dopo, però, ho appreso che era in uscita un nuovo libro su di lui; non
l’ho comprato, tuttavia, prima della fine del mese scorso, anche se mi ero
appuntata di preparare un post nell’anniversario della sparizione del
sacerdote.
Nel
frattempo, l’interesse su di lui si è riacceso in occasione del Giorno del
Ricordo 2026, perché un passo di quel libro è stato letto nella cerimonia
celebrativa istituzionale a Montecitorio, in cui, nuovamente, la sua storia
veniva associata alle vicende dei tanti italiani perseguitati dal regime di
Tito, finiti nelle foibe o diventati esuli.
Così,
circa una settimana fa, mi sono data alla lettura. Ricordavo vagamente che don
Francesco era stato fatto sparire, per cui avevo un interrogativo ben presente,
ossia come sia stato possibile accertare che fosse veramente morto; avrebbe
potuto anche riuscire a scappare e sopravvivere.
Ho
chiarito quella domanda leggendo che monsignor Antonio Santin aveva ricevuto
una testimonianza, rimasta anonima ma di cui si era appuntato i dati
essenziali, che dichiarava come don Francesco fosse stato portato via in
automobile, poi percosso duramente e ucciso.
Un’altra
testimonianza, raccolta dal regista teatrale Franco de Simone, che riuscì a
familiarizzare con uno degli aggressori, confermava l’accaduto, precisando che don
Francesco invocò il perdono di Dio verso chi lo stava offendendo perché stava
recitando il Breviario, quindi fu preso a schiaffi e chiese perdono di nuovo,
questa volta per il male che aveva commesso. Quando l’ufficiale che viaggiava
con lui s’infuriò ancora di più, rinnovò la sua richiesta di perdono, questa
volta per tutti. Fu quindi trascinato fuori dall’automobile e percosso fino a
che non perse la vita.
Della
sua storia mi ha colpito, paradossalmente, la sua ordinarietà, direi quasi
banalità. Ha compiuto quello che un vero prete deve fare, ovvero pregare,
predicare (e si preparava con attenzione) e vivere la carità così da essere un
modello senza ombre per il popolo. Dall’altro canto, la gente gli ubbidiva
preferendo che i bambini facessero i chierichetti e non entrassero nei Pionieri
comunisti (le formazioni per bambini e ragazzi), oppure iscrivendosi ai turni
di Adorazione Eucaristica e non al partito.
Da lui
gli abitanti di Villa Gardossi ricevevano una formazione che dava solidità alle
devozioni che lui stesso viveva, come quella al Sacro Cuore e quella alla
Madonna, e apprendeva sia le verità della fede, sia episodi della Bibbia che ai
tempi erano difficilmente noti, data la lontananza di gran parte dei fedeli dalla
frequentazione della Sacra Scrittura.
Don
Francesco mi ha meravigliata per la prontezza nell’accettare gli incarichi:
viveva quindi pienamente l’ubbidienza al suo “Superiore”, come lo chiama nel Quaderno
di memorie segrete (il suo diario), vale a dire il vescovo monsignor
Santin, il quale ricambiò la stima e l’affetto adoperandosi in ogni modo per
rintracciare il suo corpo. Per esempio, quando giunse a Villa Gardossi, apprese
che la canonica era priva di luce elettrica e acqua corrente: a sua madre, che
era giustamente preoccupata, replicò che obbedire al vescovo costituiva il
primo atto di fede verso Dio.
Infine,
ho apprezzato come chiedesse aiuto non solo al vescovo, ma anche ai confratelli
per affrontare la situazione e resistere in prima persona, così da sostenere il
popolo e difenderlo dalle false notizie che circolavano, vere e proprie bufale ante
litteram messe in circolo dai nemici della Chiesa. Di questo stile fraterno
aveva dato prova sin dagli anni del Seminario, facendo amicizia con allievi
provenienti dalla Croazia o dalla Slovenia, data la natura interdiocesana del
piccolo seminario di Capodistria.
Quanto alla
faccenda della ricerca del corpo, mi è venuta un’altra domanda, ossia perché si
è intensificata dopo la beatificazione. La risposta che mi sono data è che le
questioni diplomatiche tra Santa Sede e Jugoslavia hanno complicato tutto,
perfino la raccolta di testimonianze per la causa, ma il mancato (per ora)
recupero non ha pregiudicato l’effettiva beatificazione.
Il
libro chiarisce poi che le ricerche avviate da Ravalico prima sono state
informali, poi hanno ricevuto l’appoggio non solo dei vari vescovi di Trieste,
ma anche di molti omologhi croati e sloveni, oltre che delle autorità civili
competenti.
Quanto
alla fama di santità, il testo mette in chiaro che, pur non essendo ancora in esame
il miracolo per la canonizzazione, a don Francesco sono attribuiti molti segni
di natura immateriale, soprattutto in relazione alla pace nelle coscienze di
quanti sono stati i suoi diretti carnefici. Inoltre, la sua storia è ormai nota
oltre l’Istria e i luoghi dov’è vissuto sono meta di pellegrinaggi perfino da
fuori dalla diocesi di Trieste.
Nella
sua vicenda non mi è parso di ravvisare intrecci particolari e diretti con
altre storie sante, fatta salva la menzione nel Quaderno di memorie segrete,
alla data del 24 agosto 1938, del giovane Egidio Bullesi, attualmente Venerabile (è uno degli “amici in Cielo” di san Pier Giorgio Frassati di cui ho
parlato in una giornata di studi storici a Torino), e a come il suo esempio lo spronasse a
essere ancora più d’aiuto ai giovani, oltre a non sprecare il tempo che gli
restava da vivere.
Inoltre,
nella memoria comunitaria, don Francesco è spesso associato a un sacerdote croato, don Miroslav Bulešić, assassinato a Lanischie il 24 agosto 1947 e
beatificato il 28 settembre 2013. Lo è anche nel pellegrinaggio, guidato dal
vescovo di Trieste Enrico Trevisi, che domani toccherà i luoghi del martirio di
entrambi.
Per
raccogliere le testimonianze di quanti erano ancora in vita e hanno conosciuto
don Francesco, l’Azione Cattolica di Trieste ha sostenuto otto anni fa la realizzazione del
documentario Sempre sia lodato, del regista Giovanni Panozzo, che
condivido qui sotto.
Cosa c’entra con
san Francesco d’Assisi?
Don Francesco ha moltissimi legami col Santo di Assisi, a cominciare dal nome e in un doppio senso: lui si chiamava Francesco Giovanni, mentre l’altro era stato battezzato come Giovanni, ma per la nazionalità francese della madre divenne più noto con l’altro appellativo.
Il
nostro martire ebbe sin da piccolo familiarità coi frati francescani del ramo
dei Conventuali: insieme al suo fratellino Giovanni detto Nino, infatti, andava
a mendicare al loro convento di San Francesco, ricevendo il cosiddetto “pane
dei poveri”. Rimase molto affezionato a quei suoi benefattori anche una volta
cresciuto: anche da prete pregava spesso lì e in altre chiese francescane.
I suoi
amici e i suoi fedeli hanno identificato in lui un tratto particolare del
francescanesimo, ossia l’amore per la povertà e per i poveri. Don Francesco,
infatti, non aveva nulla di proprio: preferiva donarlo alle persone che
visitava, andando su e giù, spesso in bicicletta, per le varie frazioni che
componevano la sua curazia.
Infine,
anche lo stile di fraternità sacerdotale di cui parlavo prima, a mio avviso, lo
rende affine al Santo di cui portava il nome.
Il suo Vangelo
Gli ottant’anni trascorsi non hanno fatto scendere nell’oblio l’esperienza di don Francesco, sebbene ancora oggi qualcuno dei testimoni intervistati accenni a non ricordare nei dettagli la sparizione e quel che ne consegue, ma, per un altro strano paradosso, essa è ancora viva e operativa, sebbene del corpo non si trovi ancora traccia.
Nell’ordinarietà
delle giornate di questo prete ha trovato spazio il martirio: non proprio inatteso,
perché il clima di persecuzione era palese, ma neanche cercato. Nemmeno la scelta
di restare e di non fuggire per avere salva la vita, come invece avevano fatto
altri sacerdoti, è stata improvvisata, ma condivisa col suo vescovo e con gli
altri amici nel sacerdozio.
A
margine di una giornata di ritiro spirituale, negli ultimi mesi della sua vita,
lui contemplò e accolse definitivamente quella prospettiva:
Quando morirò? Dove
morirò? Il Signore domanda anche a me il martirio: come si presenterà lo
scrivente davanti all’eternità? Ma tutto tende a Dio. Egli domanda anche il
sangue e la vita. I tempi difficili richiedono di essere eroici fino al
martirio. Chi non ha il coraggio di morire per la propria fede non è degno di
professarla.
Non ci
sono mai stati tempi veramente facili, ma l’esempio di martiri come don
Francesco rende chiaro come sia possibile affrontarli.
Per saperne di più
Mario Ravalico, Che Dio ci perdoni tutti. Don Francesco Bonifacio uomo di dialogo e di perdono, Associazione delle Comunità Istriane Trieste 2022, pp. 204.
Un volume di grande formato, con ampia documentazione
e varie testimonianze. Si può richiedere all’Associazione Amici di don
Francesco mediante l’Azione Cattolica di Trieste.
Mario Ravalico, Francesco Bonifacio – Vita e martirio di un uomo di Dio, Edizioni Ares 2025, pp. 256, € 20,00.
Il
racconto della vita di don Francesco unito a quello di come la sua memoria sia
stata riscoperta e ai più recenti sviluppi circa le ricerche del luogo della
sua sepoltura.
L’Associazione Amici di don Francesco ha poi pubblicato, come scrivevo prima, una serie di Quaderni monografici, come quelli che contengono le sue catechesi sul Credo e quelle sul Padre nostro.
Su Internet
Sezione su di lui nel sito dell’Azione
Cattolica di Trieste (i contatti valgono anche per
Pagina su di lui nel sito della Fondazione Azione Cattolica Scuola di Santità
Articoli su di lui nel sito del Domenicale di San Giusto, settimanale della diocesi di Trieste
Pagina su di lui nel sito della diocesi di Trieste, con i testi liturgici propri



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